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Antonio SOCCI - Ernesto GALLI DELLA LOGGIA
Che storia è questa!
tratto da: Tracce. Litterae Communionis, (manuali di storia e revisionismo), anno XXVIII, settembre 2001, p. 84-85.

Meeting di Rimini 2001. Riforma Berlinguer, storicismo, dissimetrie, cultura cattolica e non, Giovanni Paolo II... In una sala strapiena Ernesto Galli della Loggia e Antonio Socci hanno dibattuto sul tema "Perché studiare la storia?"


Antonio Socci, penna di punta de Il Giornale, e Ernesto Galli della Loggia, professore di Storia dei partiti e movimenti politici all'Università di Perugia, fanno a pezzi la Riforma Berlinguer: «Mi pare, guardando alla scuola di oggi -dice l'editorialista del Corriere della Sera- che il passato interessi sempre di meno. Nei recenti programmi ministeriali la storia ha subìto un fortissimo, drastico ridimensionamento. Si è posta l'enfasi sul 900, un secolo che appare decisivo solo a chi guarda la storia in maniera ideologica; a chi ne fa il surrogato di un'educazione civica "politicamente corretta". Gli eventi politici hanno impedito a Berlinguer di fare peggio di quanto ha fatto. Con il contributo attivo di una parte dei presenti, se non sbaglio...». E viene sommerso dagli applausi.

Ha voglia di discutere con il pubblico del Meeting Galli della Loggia, un po' concorda un po' punzecchia, ma come storico dice un bel "grazie" a questa platea.

E Socci lo incorona senza mezzi termini interlocutore ideale, meglio di tanti storici "cattolici" con il freno a mano tirato: «In Galli della Loggia vedo una radicale libertà dai pregiudizi, e una tale capacità di essere "interessato lealmente ai fatti" -come diceva Hannah Arendt-, che credo sia il segno di un pensiero liberale che non si esprime più con le ideologie, i pregiudizi che abbiamo conosciuto nei decenni passati».

In questo scambio di cortesie, il professore sottolinea addirittura che lo storicismo [o più semplicemente interesse per la storia, ndr] che pervade tutte le nostre discipline -umanistiche e scientifiche- «è un punto di vista che ci viene essenzialmente dal cristianesimo, il mondo classico non conosceva questo tipo di rapporto così stretto e causale tra il passato e il presente. Ancora oggi credo che questa sia una delle principali diversità tra il mondo occidentale e le altre civiltà».

Manuali di scuola

Il tema era: "Perché studiare la storia?". Ma ben presto trascolora nell'altro, più attuale: come studiarla? I manuali di scuola -assicura Galli della Loggia- non aiutano: «Si leggono dei campionari di figure, metafore, allusioni, non detti, svicolamenti incredibili. Dopo il 1989 tanti editori, la cui coda di paglia doveva essere evidentemente piuttosto lunga, si precipitarono a modificare i libri». Socci ributta la palla nell'altra metà campo: che ne dice della storiografia cattolica? «Come buona parte degli intellettuali cattolici negli ultimi cinquant'anni è rimasta interamente intimidita». Certi libri, certe tesi -dice Galli della Loggia- non sono mai state scritte, perché vigeva la minaccia di una scomunica intellettuale: «Io credo che la spiegazione riguardi i meccanismi concreti dell'egemonia culturale: a nessuno piace essere distrutto dai colleghi, a tutti piace fare un po' di carriera accademica, potersi esprimere, e quindi si sta bene attenti a ciò che si scrive. Il mondo cattolico non è stato capace di produrre nulla che potesse contrastare la cultura dominante: giornali, case editrici autorevoli... Del resto, il tentativo di creare un'egemonia dei ceti intellettuali è una cosa estranea alla storia del cattolicesimo».

In Italia, «questo piccolo Paese rispetto al mondo -dice Galli della Loggia-, la storia degli anni 90 si è svolta in una maniera assolutamente paradossale, per cui coloro che avrebbero dovuto essere etichettati come i perdenti, sono andati al potere. Cosa che non avrebbero mai immaginato di poter fare finché non erano i perdenti». Com'è accaduto? - gli chiede Socci. Ci sono ragioni politiche, giudiziarie, ma esiste anche un fattore di fondo, una dissimmetria che è giunto il momento di indagare, senza pregiudizi: «C'è una fortissima difficoltà del nostro ceto intellettuale a stabilire un rapporto di equivalenza -che non vuol dire eguaglianza- tra Nazismo e Comunismo; chiunque, ad esempio, abbia avuto a che fare con il fascismo nel '44 -anche se si è trattato di un giovane repubblichino di sedici anni- è chiamato a rispondere di Auschwitz; viceversa, chiunque abbia avuto un legame ben maggiore e duraturo con il Comunismo, non è chiamato a rispondere dei milioni di morti che il regime ha fatto in Russia».

Due ragioni

Perché? - si chiede Galli della Loggia; «Per due ragioni fondamentali: primo, perché per abbattere il nazismo abbiamo avuto bisogno dell'Urss; secondo, perché bisognava farsi perdonare la politica di cedimenti verso i Paesi fascisti di molti Stati occidentali. In sostanza è avvenuto uno scambio, c'è stata una sorta di tacito "lavacro di coscienze". Un uomo come Norberto Bobbio ha capito subito ciò che diventava vietato, che fare quell'equiparazione Nazismo/Comunismo significava diventare un "poco di buono"; aggiungo maliziosamente: perché lui sapeva bene che l'equiparazione poteva benissimo essere fatta. Che moltissima gente era passata da un campo all'altro, anche per ragioni non ignobili».

Socci brandisce una citazioncina velenosa, di quelle che sa far rutilare all'improvviso nell'arena di casa: «Parlando dello storico Renzo De Felice, e del suo editore Giulio Einaudi, lei una volta ha detto: "Secondo me ne avrà letto sei, sette pagine in tutta la vita". C'è un problema anche di ignoranza: il ceto intellettuale, che tipo di conoscenza ha del fatto cristiano?».

Galli della Loggia raccoglie il lancio, e inverte il gioco: «Non molto superiore a quello che l'altra parte ha della cultura laica. (...) Lo standard retorico del personale religioso spesso non comunica niente, è legnoso e stantìo: e questo significa che si sono letti pochi libri». Nonostante tanti dibattiti tra teologi, giornalisti ed ex sindaci, una radicata ignoranza alligna indisturbata: «La parte laica ha vinto la battaglia politica, il che l'ha confermata d'essere culturalmente migliore. Ma c'è anche un'ignoranza cattolica».

Giovanni Paolo II
Il bilancio storico non può che chiudersi su Giovanni Paolo II. Cosa pensi dei suoi mea culpa? - chiede il giornalista.
«Da un lato, provo un'impressione negativa, perché chiedendo perdono il Papa genera un fortissimo pregiudizio storico: l'idea che fosse possibile per la Chiesa non fare le crociate, non creare l'Inquisizione, non battezzare con la forza gli indios. Mettere le cose sul piano del perdono cancella tutte le ragioni storiche: è il trionfo di un punto di vista moralistico sulla storia, cosa che per uno che fa la mia professione è inaccettabile. Però, in realtà, chi si umilia si esalta, chi chiede perdono è più forte di chi non lo fa. Nessuno nel 900 ha chiesto perdono, né Hirohito, né i nazisti, né i membri del Politburo. La Chiesa si candida a essere l'unica e vera autorità morale del ventunesimo secolo».

Ma l'ultimo cambio di ritmo è di Socci, che chiude con un bel punto interrogativo: «Qual è la forza che non ha bisogno di avere ragione sui fatti della storia per essere forte? Teniamola lì, questa grande domanda, che merita di essere coltivata. Perché se, da una parte, il pensiero cattolico ha interesse a diffondere e rendere comprensibile la propria visione della storia, dall'altra impressiona che l'autorità massima della Chiesa guardi al passato non con una preoccupazione egemonica, ma come facendo memoria di un fatto che salva anche tutte le miserie e le infamie eventuali che gli esseri umani hanno compiuto».

In fondo è proprio questa la vera radice di un dialogo, libero, fra diversi, come questo al Meeting di Rimini


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