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Ludwig (von) PASTOR
I Turchi ad Otranto e la crociata di Sisto IV
tratto da: Ludwig von PASTOR, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclée, Roma 1942, vol. 2 (1458-1484), p. 530-543.

La suddivisione in paragrafi è redazionale


1. Turchi contro Albania e Rodi (1478-1479)

Una delle arti politiche delle dinastie orientali fu in ogni tempo quella di trarre profitto dai dissensi intimi delle potenze occidentali. Mai forse sotto questo aspetto le cose furono in condizioni più favorevoli per la potenza del sultano come nell'ultimo terzo del secolo XV: mezza Europa era infestata da guerre e dall'anno 1478 anche Roma, che fino a quel tempo era stata sempre la prima a propugnare la causa della cristianità, trovavasi coinvolta in una deplorevole lotta, in forza della quale Sisto IV per qualche tempo ebbe troppo a trascurare la sollecitudine universale per i bisogni della cristianità.

Specialmente dopo l'anno 1477 le cose in Oriente si erano svolte in modo sempre più triste. Il 15 di giugno del 1478 la valida fortezza di Croja era finalmente caduta nella lotta contro le forze superiori di Achinedbeg. Schabljak, Alessio e Drivasto avevano subito la stessa sorte della capitale dell'Albania. Soltanto Antivari e Scodra resistevano ancora faticosamente ai lunghi e duri assedii. In pari tempo altre milizie turche già nel maggio avevano duramente tribolato Lepanto e Leucadia (1).

Più sensibili ancora di queste perdite erano le barbare incursioni de' Turchi nei paesi alpini dell'Austria (2), nel Friuli e nell'Italia superiore, le quali si ripetevano pressochè ogni anno. La guerra toscana tolse ai Veneziani l'ultima speranza di un soccorso da parte dei loro connazionali nella lotta contro la Mezzaluna. Colpita per giunta da una terribile pestilenza, la Signoria prese la gravissima decisione di rinunciare alla sanguinosa lotta e il 25 gennaio del 1479 a Stambul fu firmata dall'agente veneziano Giovanni Dario la pace sotto durissime condizioni, poiché vennero sacrificate non solo le capitali albanesi Croia e Scodra e la casa dei Tocco, ma anche Negroponte e Lemno. In compenso la repubblica salvò il suo commercio levantino (3); da questo punto comincia un periodo in cui Venezia fa di tutto per mantenere indisturbato il godimento dei vantaggi che la pace assicurava al suo commercio (4). Ciò si mostrò chiaramente quando nel marzo del 1480 un'ambasceria francese propose in Roma di costituire una lega generale dei principi cristiani contro i Turchi (5).

E' propria di uno stato conquistatore che per esso non si dia tregua. Questo si vide molto bene dopo i felici successi riportati dagli Ottomani sulla prima potenza navale dell'Occidente. Nell'estate stessa del 1479 venne cacciato da Leucadia Leonardo III Tocco. L'infelice cercò un asilo a Roma, dove veniva sempre più aumentando il numero dei profughi orientali. Il munifico Sisto IV gli regalò subito 1000 ducati, assegnandogli il doppio come sovvenzione annua con la promessa che volgendo tempi migliori farebbe ancora di più per lui (6).

Nell'anno seguente doveva porsi termine alla signoria dei Giovanniti su Rodi, i quali da lunga pezza erano lo spavento dei Mussulmani e l'oggetto del loro odio implacabile: non avendosi più a temere alcuna potenza navale cristiana, la cosa sembrava di facile impresa. Ma l'eroismo del gran maestro Pietro d'Aubusson e dei suoi cavalieri compì cose incredibili e salvò l'ultimo baluardo della cristianità in Oriente contro l'assalto dell'Islam (estate del 1480) (7). Il ritiro dei Turchi fu affrettato dalla notizia che stavano per arrivare soccorsi dall'Occidente (8). Sisto aveva infatti concesso una speciale indulgenza a tutti coloro che coi beni e col sangue avessero dato braccio ai Rodiesi, aveva eccitato le potenze d'Italia a prestare il loro aiuto e mandato persino due navi con vettovaglie e materiale da guerra onde venire in aiuto di quei poveri tribolati e col massimo ardore aveva messo in pronto anche altri soccorsi (9).

Il mondo occidentale, ch'era stato informato da fogli volanti sulle ultime lotte dei Turchi (10), non erasi ancora riavuto dalla commozione per gli avvenimenti di Rodi, che un nuovo colpo venne a gettarlo in spavento e terrore. Già da tempo Mohammed aveva gettato i suoi cupidi occhi sulla ricca Italia, sede del suo più conseguente nemico, del papato (11). Ora gli sembrò giunto il momento di fare un colpo decisivo (12).


2. I Turchi ad Otranto

Una flotta turca, con a bordo numerose soldatesche, veleggiò verso l'Apulia: l'11 di agosto del 1480 Otranto era nelle mani degli infedeli (13). Dei 22000 abitanti, 12000 furono uccisi coi più orrendi supplizi, gli altri condotti schiavi. Il vecchio arcivescovo, che con eroico coraggio aveva fino all'ultimo implorato all'altare l'aiuto di Dio, fu segato a mezzo al pari del comandante. Le altre nefandezze commesse dai Turchi nella città si possono appena raccontare. Molti prigionieri, che eransi rifiutati di passare all'islamismo, furono trucidati tutti sopra un colle fuori della città e i loro cadaveri gettati in pasto alle bestie (14).

La notizia che la Mezzaluna erasi piantata vittoriosa su suolo italiano, «produsse un vero sbalordimento» (15). In Roma -narra Sigismondo de' Conti- la costernazione non sarebbe stata maggiore se i nemici avessero già posto il campo sotto le mura della città. L'ansia e il terrore avevano invaso talmente tutti gli animi, che ormai anche il papa pensava alla fuga. Io mi trovavo allora -prosegue a narrare Sigismondo de' Conti- nei Paesi Bassi al seguito del cardinal legato Giuliano e mi ricordo ch'egli ricevette il mandato di approntare in Avignone tutto il necessario poichè Sisto aveva risoluto di rifugiarsi in Francia, qualora lo stato delle cose in Italia avesse ancora a peggiorare» (16).

Maggiore di quella del papa fu la costernazione di Ferrante, il cui figlio Alfonso dovette incontanente ritornare dalla Toscana (17). Il re invocò subito l'aiuto di Sisto IV e di tutti gli altri principi italiani, minacciando anche che entrerebbe in negoziati col sultano a qualunque condizione per la rovina degli altri, qualora non gli si prestasse un sollecito ed energico aiuto. Quanto fossero allora tese le relazioni tra il papa e il re napoletano si fa manifesto da quanto riferisce uno scrittore pontificio contemporaneo. «Sisto IV -così costui- avrebbe contemplato con animo tranquillo il danno e triste destino di quell'alleato traditore qualora Ferrante avesse avuto da fare con un altro qualsiasi avversario; ma siccome il nemico della cristianità, il distruttore della religione e dei suoi santuarii aveva posto il piede sul suolo italiano e minacciava di distruggere dalle fondamenta il papato e il nome romano, qualora non fosse senza indugio respinto, così egli si diede con tutta sollecitudine a prestare soccorsi: mandò sul momento quanto più denaro potè raccogliere, permise la riscossione della decima da tutto il clero del regno e promise il perdono di tutte le loro colpe a quei cristiani che combattessero sotto l'insegna della croce contro i Turchi» (18).

Già appena approdati i Turchi in Apulia Sisto IV erasi rivolto a tutte le potenze italiane, per poi ripetere con più forza di lì a poco il suo grido di soccorso (19). «Se i fedeli cristiani, -così egli- se in ispecie gl'Italiani vogliono difendere i loro campi, le loro case, le loro donne, i loro figli, la loro libertà, la loro vita, se vogliono conservata quella fede nella quale siamo stati battezzati e per cui rinascemmo a nuova vita, diano ora ascolto alle nostre parole, prendano le armi e muovano tosto alla guerra» (20).

In un concistoro del 14 agosto era stato deliberato di tutto porre in opera, pur di cacciare i Turchi da Otranto (21).


3. Sisto IV bandisce la crociata

Il 18 agosto fu nominato cardinal legato per Napoli Gabriele Rangoni, che partì subito il 23 (22). Il 22 settembre furono spediti nuovi brevi a tutti gli Stati italiani per invitarli a mandare per i primi di novembre i loro ambasciatori a Roma onde tenervi un congresso (23). Anche questa volta Venezia tenne fermo alla propria politica egoistica. All'ambasciatore veneziano in Roma, Zaccaria Barbaro, giunse l'ordine espresso di tenersi estraneo ad ogni negoziato per una spedizione contro i Turchi (24). Fu cosa di grande momento, che nel ristabilire la pace interna Sisto precedesse egli stesso col buon esempio riconciliandosi con Firenze. Fra le condizioni della pace erasi fra l'altro stabilito l'allestimento di 15 galere per la guerra turca (25). Fu nominata una congregazione di otto cardinali che facesse proposte circa il modo di provvedere ai mezzi pecuniarii occorrenti per la guerra contro gl'infedeli; tutti i benefizi, anche quelli dei cardinali, dovevano tassarsi. Lo stesso Girolamo Riario era pieno di zelo per la difesa della cristianità (26). Il 1 dicembre venne affidata al cardinal Savelli una missione per Genova onde rappacificarvi i partiti contendenti e sorvegliare in quel porto l'allestimento della flotta pontificia per la crociata (27).

Per implorare l'aiuto dell'Altissimo il papa ordinò che d'ora innanzi si dovesse celebrare in tutta la cristianità con pompa speciale l'ottava d'Ognissanti (28). In pari tempo cominciarono gli apparecchi per una flotta: si dovevano costruire 25 galere parte in Ancona e parte in Genova (29). Ma, essendo esausto l'erario della Camera apostolica, Sisto IV videsi costretto a ricorrere ad imposte straordinarie. Dapprima venne richiesto da ogni famiglia dello Stato pontificio un ducato d'oro (30), poi fu imposta ad ogni chiesa e convento del dominio pontificio una decima per due anni (31). Furono anche concesse nuove indulgenze per tutti quelli che promovessero la guerra contro i Turchi (32).

Con una strana ignoranza della realtà delle cose di fronte a questi sforzi del papa si cominciò a nutrire qua e là grandissime speranze, di vittoria. Testimonio di questo fatto è un'opera del domenicano Giovanni Nanni di Viterbo dedicata a Sisto IV e ai principi cristiani: «Glosse all'Apocalisse». L'eroe qui celebrato della guerra, turca è Ferrante di Napoli. L'autore va così avanti che pensa già ad una conquista di Costantinopoli da parte delle armi cristiane (33).

Riguardo alle discussioni che si ebbero tra gli ambasciatori raccolti in Roma dà minuti schiarimenti una lettera di Sisto IV a Bologna del 3 gennaio 1481. Come a tutti i principi -così spiega in questa lettera il papa- è stata, imposta una tassa per sopperire alle spese della guerra turca, così anch'egli ed i cardinali si sono assunti un tal peso per dare un buon esempio, sebbene la somma di 150000 ducati sorpassi quasi le sue forze. Di questi, 100000 saranno impiegati nell'allestimento di 25 triremi, gli altri 50.000 saranno inviati al re d'Ungheria. Oltre a questo egli sta assoldando 3000 uomini per la riconquista di Otranto, dove già prima egli ha mandato delle milizie. Quanto alla costruzione di una flotta gli ambasciatori erano stati di parere, che si dovessero mettere in ordine 100 triremi e che al re d'Ungheria si dovessero mandare annualmente 200000 ducati. Le singole potenze dovrebbero contribuire a formare questa somma, egli e i cardinali hanno già versato il loro contributo e nel prossimo marzo tutto dovrebbe essere in ordine. Non indugiassero i Bolognesi a mandare il loro soccorso, poichè di fronte al terribile pericolo urgeva far presto (34).

L'opera del papa non si limitò all'Italia, ma assunse ben presto un carattere universale. Sisto studiossi indefessamente onde riunire tutti i principi d'Europa contro il comune nemico. L'esito fu diverso. Re Edoardo IV d'Inghilterra dichiarò, che egli pur troppo non poteva prender parte ad una guerra contro i Turchi (35). Dalla Germania lacerata da lotte intestine non c'era da sperar molto ed anche questa volta i negoziati fra gli Stati generali convocati onde trattare dei soccorsi per la guerra turca si svolsero in modo abbastanza meschino. L'aiuto dell'impero contro i Turchi era insufficiente (36).

Più liete notizie vennero dalla Francia, dove in qualità di legato pontificio trovavasi Giuliano della Rovere (37). Oltre alla mediazione della pace tra Luigi XI, Massimiliano di Austria ed i Fiamminghi e la liberazione del cardinale Balue, egli aveva altresì l'incarico di ottenere dalla Francia soccorsi per la crociata (38). Giuliano, che del resto dovette rinunciare all'esercizio dei suoi pieni diritti di legato (39), ottenne almeno per la questione turca qualche risultato come riuscì finalmente anche a liberare il cardinale Balue (40). Fin dal 28 agosto egli potè spedire una lettera reale, la quale conteneva le migliori assicurazioni circa la partecipazione della Francia alla guerra turca (41). I particolari si dovevano poi convenire in Roma per mezzo di un'ambasceria. Nell'istruzione: per quest'ultima Luigi XI dice, «che non si poteva opporre ai Turchi alcuna valevole resistenza, se non vi erano a disposizione almeno 100000 scudi d'oro al mese. Egli s'impegnava per 100000 all'anno ed anche per il doppio, qualora il papa gli permettesse d'imporre una tassa a tutto il clero del regno e gli si mandasse un legato munito di tutte le facoltà bramate dal re e specialmente del potere di assolvere dai casi riservati al papa. Inoltre tutte le altre potenze cristiane dovevano contribuire alla stessa guisa. Per l'Italia e lo Stato pontificio egli calcolava su 40000 scudi all'anno, per la Germania, dove eranvi tanti ricchi arcivescovi, vescovi e benefizi, principi e città, su 200000 scudi; sulla medesima somma per la Spagna; il re d'Inghilterra poteva contribuire per 100000 scudi. Venezia, per quanto egli aveva inteso, non era aliena dal dichiarare la guerra ai Turchi qualora venisse assicurato l'appoggio dell'Italia. Pertanto gli ambasciatori avessero facoltà di impegnarsi coi Veneziani insieme alle potenze italiane: pel contributo annuo di 300000 scudi. Nel caso tuttavia, che gli altri re e nazioni non facessero promesse determinate, essi dovevano assumere obblighi rispondenti anche solo per la Francia. Il papa avrebbe poi dovuto garantire soprattutto la Francia contro l'Inghilterra» (42).

Subito dopo l'arrivo degli ambasciatori francesi (marzo 1481) (43) Sisto IV in una enciclica alle potenze italiane prese in considerazione le proposte di Luigi XI (44), intorno alle quali si ebbero in Roma con gli ambasciatori degli Stati italiani lunghe e in definitiva sterili discussioni, le quali fino ad oggi non sono state ancora convenientemente chiarite. Egli è certo, che la politica d'allora di Luigi XI era interessata e non moveva da puro zelo per la crociata: probabilmente il sovrano francese intendeva stringere una alleanza col papa contro Napoli (45). La domenica di passione 8 aprile 1481 Sisto IV emanò una nobile enciclica invitante tutti i principi d'Europa alla guerra turca (46). In tutta Italia furono pubblicate bolle d'indulgenza e riscossa la decima per la guerra turca. Secondo la testimonianza di uno scrittore contemporaneo molto bene informato, i Milanesi e i Fiorentini non si trassero indietro dal dare soccorsi pecuniarii; solo i Veneziani si tennero estranei, avendo stipulato la pace col sultano (47). Questa affermazione viene confermata dalle risposte della repubblica a Sisto IV e a Luigi XI, le quali trovano nell'Archivio di Stato in Venezia. Venezia in essa dichiara il suo zelo ardente per la causa della cristianità, ma insieme la impossibilita di romperla con la Porta (48). Il 9 aprile fu pubblicata la decima anche in Francia e nel Delfinato e designato a collettore generale Giuliano della Rovere (49). Ma un vero zelo mancava tuttavia, quantunque si vedesse aumentare giornalmente il pericolo. La ricca Bologna per es. fece intendere che la tassa per ogni fuoco e l'approntamento di due triremi era troppo; allora il papa il 1° febbraio del 1481 condonò la prima imposta, esortando però ad allestire quanto prima le due navi (50). Un rescritto pontificio del 3 maggio diretto al rappresentante del legato in Bologna mostra, che la città voleva allora contribuire alla guerra turca soltanto con 3000 ducati. Al papa ciò sembrava troppo poca cosa e tanto più quindi egli sperava che ne seguirebbe sollecito il pagamento. Ma ecco che nel giugno sentivasi già parlare di difficoltà opposte dai Bolognesi al pagamento di così meschino contributo. Il 7 di agosto la somma non era stata ancora pagata! Finalmente i denari giunsero l'11 settembre (51)! Così andarono le cose anche in molte altre città.

Sisto IV diede personalmente un ottimo esempio. Egli alienò il suo vasellame d'argento e fece ridurre in moneta moltissimi vasi sacri, onde sopperire alle spese della crociata (52).


4. Morte di Mohammed e liberazione di Otranto

In mezzo a questi apparecchi sollecitati dall'angoscia giunse la notizia della morte del potente conquistatore, che per una generazione intera aveva empito l'Europa e l'Asia col terrore del suo nome. Fino dagli ultimi di maggio erasi sparsa in Roma la voce della morte di Mohammed, ma soltanto il 2 giugno la notizia venne confermata per mezzo di lettere spedite dal governo veneziano ai suoi ambasciatori (53). Colpi di cannone e il suono di tutte le campane annunziarono agli abitanti della città eterna la lieta notizia. Per ringraziarne Iddio il papa stesso si recò subito ai vespri in S. Maria del Popolo, dove si riunirono pure l'intero Collegio cardinalizio e tutti gli ambasciatori. Sull'imbrunire fiammeggiarono dappertutto fuochi di allegrezza. Il 3 giugno furono indetti tre giorni di processioni per rendimento di grazie, alle quali intervenne personalmente Sisto IV (54). I brevi coi quali si faceva capire a tutte le potenze cristiane essere questa l'occasione propizia di tentare un colpo decisivo contro i Turchi, portano la data del 4 giugno. Sisto IV poteva in proposito accennare che egli aveva già allestito in Genova una flotta di 34 navi, la quale presto entrerebbe nel Tevere, e parimenti che in Ancona si sarebbero costruite navi da guerra, le quali tutte si riunirebbero con la flotta napoletana (55).

Il 30 giugno il papa recossi insieme con tutti i cardinali a S. Paolo per benedire, la suddetta flotta che riconduceva a Roma il cardinale legato Savelli ed aveva a bordo il Fregoso nominato cardinale di recente e destinato ad ammiraglio della flotta. Alla sera, dopo il vespero, il papa tenne un concistoro. Dopo che il Savelli ebbe riferito intorno alla sua legazione, venne eseguita la cerimonia dell'apertura della bocca al cardinal Fregoso (56), al quale il papa tenne poi un discorso circa il mandato che gli veniva affidato, pose
nel dito l'anello di legato e, dopo averlo benedetto, consegnò nelle mani il vessillo. Poi furono ammessi al bacio del piede i singoli capitani dei vascelli e a ciascuno venne attaccata sul petto una croce come ricordo della missione santa che avevano. Terminato il concistoro il papa insieme ai cardinali e ai prelati si recò a vedere le navi ancorate nel Tevere impartendo a ciascuna la benedizione apostolica, mentre tutti i marinai in pieno assetto di guerra salutavano dalla tolda il pontefice. Brandirono le spade, le percossero contro lo scudo, fecero vibrare le lance, insomma si comportarono, come fossero in vera battaglia. In mezzo al tonar dei cannoni grida entusiastiche, commistovi il suo nome, salutarono il pontefice: fu un godimento per gli occhi e per gli orecchi, riferisce un testimonio oculare (57).

Il 4 di luglio (58) il cardinale legato fece vela per Napoli ed Otranto, dove, unitosi alla flotta di Ferrante e alle milizie ausiliarie del re d'Ungheria (59), prese parte all'assedio. La resistenza opposta dai Turchi fu estremamente ostinata: solo il 10 settembre essi deposero le armi. Ferrante annunziò subito il fausto avvenimento al papa, il quale alla sua volta lo notificò a tutte le potenze (60). Fin da principio era intenzione di Sisto IV che dopo la riconquista di Otranto la flotta dei suoi crociati si dirigesse con le navi delle altre potenze verso Vallona e con l'aiuto degli Albanesi strappasse ai Turchi anche questo punto importante. Fin dal 30 agosto il papa aveva scritto in questo senso a Genova (61). Anche la flotta portoghese comparsa ad Ostia e forte di 23 navi doveva prender parte a questa impresa. Sisto IV non seppe rifiutare la preghiera dell'ammiraglio, vescovo di Elbora, di entrare in Roma per ricevere la benedizione apostolica, ma qual non fu il suo disgusto quando i Portoghesi curiosi di vedere cose nuove preferirono il soggiorno di Roma alla guerra turca e la ciurma si diede a saccheggiare le vigne dei Romani! Soltanto dopo espresso comando del papa, che in quel frattempo era assente, i Portoghesi tolsero le ancore e salparono alla volta di Napoli, ove parimenti col pretesto di vettovaglie si comportarono allo stesso modo (62). Più volte il papa si lagnò della condotta dei crociati portoghesi, specialmente del loro comandante senza coscienza (63), ma tutto fu inutile.

Ma più penose di questo incidente erano le cose che in questo mentre succedevano in Otranto. Già nella ripartizione del bottino i vincitori erano venuti fra di loro a contese. Poi una lettera del cardinal legato del 1° settembre aveva riferito, che i capitani delle triremi volevano ripartire perchè su quattro navi era scoppiata la peste e per giunta il soldo non si vedeva arrivare. Sisto IV il 10 settembre fece osservare che egli non ne aveva colpa alcuna, ch'egli aveva adempiuto tutto le sue promesse, che contro di lui non si potevano levare fondati lamenti ed esortò in pari tempo il legato a tenere energicamente a dovere quei capitani (64). Dopo la notizia della ripresa di Otranto Sisto IV stimolò subito il 18 settembre il suo legato a proseguire con tutte le forze nella vittoria (65), ma quale non fu il suo stupore allorchè giunsero lettere da parte del re di Napoli dalle quali appariva, che il legato dava ad intendere avere egli ordine del papa di tornare indietro con la sua flotta dopo la conquista di Otranto! Sisto IV scrisse subito il 21 settembre al re dicendo che tale idea non gli era mai passata per la mente, che anzi egli aveva sempre inteso e voluto, che la flotta dopo la liberazione di Otranto si dovesse dirigere verso Vallona (66). Nel medesimo tempo venne mandato al legato l'ordine perentorio di muover con la flotta reale alla conquista di Vallona e alla distruzione della flotta turca (67). Il 23 settembre Sisto IV mandò uno dei suoi capitani di mare ad impedire il ritorno della flotta pontificia e a stimolare il legato perché muovesse verso Vallona (68).

Ma tutte queste premure del pontefice rimasero senza effetto: già ai primi di ottobre il legato compariva con la sua flotta avanti Civitavecchia, ove Sisto IV si recò subito personalmente per tutto mettere in opera onde indurre il legato a tornare indietro. Si tennero lunghe discussioni, alle quali intervennero, sotto la presidenza del papa, il legato, l'ambasciatore napoletano e tutti i capitani di vascello. Questi ultimi si lagnarono in particolare del contegno del duca di Calabria. Fregoso espose al papa gli ostacoli insuperabili che si frapponevano al proseguimento della spedizione contro i Turchi: la peste scoppiata nelle navi, la soldatesca che non voleva prestar più servizio nemmeno con l'aumento del soldo, la stagione ormai inoltrata, la difficoltà accresciuta dell'impresa, le spese esorbitanti che importava, - occorrendo solo per la riparazione delle navi 40000 ducati. Indarno il papa si mostrò disposto a tutto, anche ad alienare, sull'esempio di Eugenio IV, il vasellame d'argento e ad impegnare la mitra. Tutto fu inutile (69): egli dovette tornarsene a Roma senza aver nulla concluso, dopo aver prima dato ordine che si riattassero dalle fondamenta i porti di mare di Civitavecchia e Corneto (70).


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