Homepage di StoriaLibera.it StoriaLibera.it

 Homepage StoriaLibera.it Newsletter  |  email Cont@tti 
 
Oggi è 24/05/2013, 21:23

Tutti gli orari sono UTC [ ora legale ]




Apri un nuovo argomento Rispondi all’argomento  [ 52 messaggi ]  Vai alla pagina 1, 2, 3, 4, 5, 6  Prossimo
Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Tradizione e progresso
MessaggioInviato: 20/09/2007, 17:39 
Non connesso
.
.

Iscritto il: 01/05/2007, 16:19
Messaggi: 2957
E’ attraverso il “media” che l’uomo entra in rapporto con il prossimo e con la natura. Dal “media” naturale, il linguaggio, che come il mare di Pope può contemporaneamente unire e separare i diversi continenti, fino all’odierna era della “rete” lo sviluppo tecnologico degli strumenti di comunicazione ha permesso la nascita e la crescita della famiglia umana unita nel “Villaggio globale”. Dalla dimensione mono relazionale, di scimmione indifferenziato ed isolato in una natura ostile, attraverso lo sviluppo prima dell’alfabeto poi della stampa, infine dei mezzi elettrificati l’uomo si è culturalmente elevato diventando gradualmente dominus dell’ambiente in cui viveva attraverso lo nascita della Teologia e della Filosofia. Unitamente a questo progressivo innalzamento dell’uomo si è assistito al fenomeno del distacco del media dall’uomo. L’uomo da padrone della natura e della relazione grazie alla tecnologia si trova ora immerso in un nuovo ambiente da lui creato ma da lui non controllato. La postmaniana tecnolpoli ha strutturato un tecnopolio in cui l’uomo è mezzo e non più fine. Il neo-big-bang tecnologico ha rigettato l’uomo in una condizione darwiniana all’interno della quale è mezzo e non fine. Da costruttore di comunità, l’uomo è determinato nel suo essere dal burocraticismo tecnocratico. Da una condizione atropo sociale si è ritornati alla dimensione socio antropologica. Dall’Io morale quell’Io figlio della relazione si sta passando all’ Io legale tecno-giuridico del “tutto è possibile”. L’ uomo che era riuscito a liberarsi dalla sua condizione di necessità è ora di nuovo schiavo di questa artificiosità che si alimento dell’indifferenziazione. Un ritorno al passato, mascherato da futuro. C’è un filo rosso che lega lo sviluppo dei media, un filo che ci ricorda che il nuovo media non fagocita eliminandolo il vecchio. Come vivere in questa nuova era di pericolo? Come sopravvivere di fronte ai questi Tirex tecnologici? Guardare a Teseo che grazie all’aiuto di Arianna è riuscito a sconfiggere il Minotauro ed ad uscire dal labirinto. Svolgere il filo rosso della storia che unisce i media per riscoprire come l’uomo per essere dominus deve diventare centro, fine e con-fine del mondo tecnologico. La cultura che già con l’avvento dell’era chirografica si fa “smemorata” oggi ha perso completamente la memoria. La dimensione conservatrice e tradizionale che caratterizzava l’era ad oralità primaria deve essere riscoperta per garantire non alla struttura il progresso ma alla persona umana, affinché sia sempre più simile al “Padre mio che è nei cieli”.

Il Cireneo


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Tradizione e progresso
MessaggioInviato: 11/12/2007, 19:01 
Non connesso
.
.

Iscritto il: 11/07/2007, 17:21
Messaggi: 1074
"
Cristina Campo e gli influssi eterodossi nel tradizionalismo spurio (Piero Vassallo)

L'uscita in libreria dell'ampio ed esauriente saggio di don Francesco Ricossa, "Cristina Campo, o l'ambiguità della Tradizione", edito in Verrua Savoia nel 2005, dal Centro librario Sodalitium, è un incentivo ad approfondire e a ricostruire, senza pregiudizi e senza rispetti umani, la complessa e sconcertante storia degli influssi eterodossi nel tradizionalismo cattolico del secondo Novecento.

La revisione della storia del tradizionalismo appare indispensabile, quando si considera specialmente la prova cruciale che la Chiesa cattolica sta per affrontare, vale a dire la seconda e più delicata fase della riaffermazione della dottrina.
La fermezza di Giovanni Paolo II, relativamente ai valori morali, ha risollevato, infatti, il prestigio dell'autorità romana fugando gli spiriti distruttivi emanati dai teologi della "liberazione" e le chimere della permissività.
La profonda partecipazione delle folle d'ogni parte del mondo alla malattia del Papa polacco e al lutto della Chiesa testimonia la rinascita di un profondo amore per la cristianità.
E' però ancora da attuare la perfetta restaurazione della teologia, oscurata dagli anni del "debolismo" intitolato alle suggestioni nichiliste del postmoderno.

Il successore di Karol Wojtila, Benedetto XVI, rappresenta adesso la necessità e l'intenzione di portare a termine il paziente e misericordioso cammino della chiarezza dottrinale.
Lo riconosce senza difficoltà una fonte insospettabile, il cardinale Carlo Maria Martini, autore di un articolo pubblicato nella pagina culturale de "Il Sole 24 ore" del 22 maggio 2005: "la passione per la verità che Joseph Ratzinger ha testimoniato coerentemente in tutti questi anni va intesa come risposta al debolismo della postmodernità".
La finalità della necessaria revisione consiste, principalmente se non esclusivamente, nella riaffermazione della fede nel magistero romano da parte di quei cattolici che sono stati disturbati dalla confusione e dal delirio teologico postconciliare. La fede nel magistero romano, discendendo dalle promesse divine fatte all'apostolo Pietro, non può essere, infatti, separata dalla fede in Cristo.

Durante gli anni travagliati della crisi postconciliare, in una nobile frazione dell'episcopato, la fedeltà alla tradizione cattolica fu purtroppo esasperata e sviata da un avventizio e fittizio manipolo di tradizionalisti usciti dai salotti del laicismo implacabile e del misticismo massonico per abbassare, al mortificante livello dell'archeologia e dell'estetismo mondano, la ricchezza spirituale della Messa latina.
L'atto che avviò la crisi del tradizionalismo fu compiuto da Cristina Campo, un'ambigua figura di intellettuale.
Nel clima alterato e avvelenato dal malessere postconciliare, il 5 febbraio del 1966 fu pubblicata, a cura di Cristina Campo, quella lettera aperta a Paolo VI che, col pretesto (in sé perfettamente legittimo e condivisibile) di difendere la liturgia latina e gregoriana, gettava il seme della sfiducia nel magistero romano, scavando un solco, non ancora colmato, tra la gerarchia e i cattolici intransigenti.

Per dare peso alla sua iniziativa la Campo, poetessa istruita e fortemente influenzata dall'iniziato Elémire Zolla, suo convivente, chiese ed ottenne un alto numero di firme prestigiose.
Oltre che da alcuni intellettuali cattolici - Jacques Maritain, Gabriel Marcel, François Mauriac, Augusto del Noce - variamente conosciuti e apprezzati per la distanza del loro (sospetto) pensiero dal tomismo essenziale, il manifesto redatto dalla Campo fu sottoscritto da un gran numero di personalità indifferenti quando non apertamente ostili al cattolicesimo, quali, ad esempio, Jorge Luis Borges, Elena Croce, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Maria Zambrano e lo stesso Elemire Zolla.

Per misurare l'efficacia dell'accecante inganno consumato ai danni della cristianità è sufficiente rammentare l'entusiasmo incontrollato ed esorbitante che l'opera di un pensatore di dichiarata ispirazione gnostica, quale Zolla, suscitò in quei cattedratici d'area cattolica che, leggendolo, non coglievano la velenosità del suo pensiero.
Ammalianti controfigure del "pastor ridens", Zolla e la Campo, improvvisandosi maestri di teologia, si calarono come un virus opportunista nel disagio causato dalle avventurose novità della teologia progressista e dai clamori sociologici sollevati dai preti d'assalto.
Recitando la parte dei difensori strenui della tradizione, trasformarono la legittima resistenza alle goffe (e talora blasfeme) improvvisazioni liturgiche attuate dai novatori in sgomento e in disperata rivolta contro l'autorità del Pontefice regnante.

Le difese immunitarie dei tradizionalisti cattolici – che un tempo erano definiti "papisti" a causa dell'irriducibile obbedienza al Vicario di Gesù Cristo – furono distratte dalle dicerie intorno all'esoterismo cristiano e fuorviate dalle desolanti, angosciose e urlate ipotesi sulla sede vacante.
La protesta contro le gazzarre liturgiche inscenate dai progressisti, si allineò in tal modo alle infauste diagnosi formulate, con toni apocalittici, dal professore Zolla: "muore la Chiesa, muore il gregoriano. Ascoltato per l'ultima volta. Ormai, come un ramo secco, la Chiesa verrà bruciata".
Fu questo l'esito di uno stato d'animo depresso, che si lasciò precedere e accompagnare dai più sofisticati e rumorosi strumenti della mistificazione, ad esempio le "profezie" del nichilista René Guénon, della tanatofila Simone Weil, dell'esteta Elémire Zolla e dell'infatuata Cristina Campo.

Frastornati dal fervore della Campo, che (lo ha dimostrato l'insospettabile Margherita Pieracci Harwell) identificava la liturgia con la suprema bellezza che (secondo la personale teologia di Dostojewskji) avrebbe dovuto salvare il mondo, i "papisti" furono trascinati alla disobbedienza, e si spinsero ad accusare Paolo VI di essere il capo di un complotto satanico contro la salvifica bellezza della liturgia.
L'esteta Alfredo Cattabiani, ammiratore, seguace ed editore della Campo (oltre che di Zolla) sostenne addirittura (con evidente esagerazione) che fu lei a spingere monsignor Lefebvre su posizioni di rottura: "direi quasi che fu Lefebvre stesso a essere un discepolo di Cristina".
Grazie al raffinato e sublime raggiro dei tradizionalisti "di complemento", mentre Paolo VI, con l'intento di difendere la Chiesa dall'azione corruttrice e mortifera dei nichilisti, elaborava la enciclica "Humanae vitae", la buona fede dei tradizionalisti, agitata e destabilizzata dai banditori mistici, insorgeva in paradossale sintonia con la contestazione suscitata e attizzata (nelle cosiddette comunità di base) dalla pornoscolastica dei cattosessantottini.
In quel momento, l'ombra della comicità involontaria irruppe sulla scena cattolica.
Agli allucinati teologi della liberazione e agli scalmanati predicatori della dissidenza abortista, pederastica e divorzista, che lanciavano contro Paolo VI l'accusa di attuare un'iniqua repressione moralistica, facevano eco gli inconsapevoli tradizionalisti i quali, dopo aver assimilato la mentalità e il linguaggio degli antipapisti, accusavano la Santa Sede di modernismo, di progressismo e addirittura di maoismo.

Paradossalmente, la contestazione di Paolo VI da parte dei tradizionalisti incontrollati si univa alla più profonda corrente dell'ostilità al cattolicesimo.
Corrente avviata, preciserà il cardinale Ratzinger durante una conferenza stampa tenuta il 7 marzo 2000 e pubblicata il 9 marzo nell'Osservatore romano, "quando il protestantesimo ha creato una nuova storiografia della Chiesa con lo scopo di mostrare che la Chiesa cattolica non solo è macchiata dai peccati, come sempre sapeva e diceva, ma è totalmente corrotta e distrutta, non è più la Chiesa di Cristo, ma al contrario è strumento dell'Anticristo".

Per risalire alle cause di una tale commedia delle parti è dunque necessario trarre le debite conseguenze dall'importante saggio di don Ricossa e riconoscere la violenta ispirazione antiecclesiale di Simone Weil, autentica "autrice" di Cristina Campo, la principale suggeritrice dei contestatori tradizionalisti.
L'ecclesiologia delirante di Simone Weil, travestita da mistica e fatta entrare di contrabbando nella biblioteca ideale del tradizionalismo, è stata la vera fonte della parodia confezionata e diffusa dai promotori "adelphiani" del soqquadro ecclesiastico. Una parodia recitata dai tradizionalisti, involontarie vittime dello sgomento o della (incauta) buona fede.
La Weil, infatti, formulò una sottile ma devastante negazione della presenza e della visibilità di Cristo nella Chiesa, formulando accuse dal tono apocalittico: "tutto ha luogo come se con il tempo si fosse guardato non più a Gesù ma alla Chiesa come Dio incarnato quaggiù. La metafora del Corpo mistico funge da ponte tra le due concezioni. Ma c'è una piccola differenza: ed è che Cristo era perfetto mentre la Chiesa è macchiata da una quantità di crimini".
Una tesi, quella della Weil che, in nome di un ecumenismo a sfondo pseudomistico e pseudoecumenico, negava l'indefettibilità della Chiesa, contrastando quella dottrina tradizionale che Pio XII, nel giugno del 1943, confermerà nella più dimenticata e disattesa fra le sue encicliche, la "Mystici corporis".
Dove si afferma, con parole inequivocabili, che Cristo "talmente sostenta la Chiesa e talmente vive in certo modo nella Chiesa che essa sussiste quasi come una seconda persona di Cristo".

Padre Guérard des Lauriers, in un testo opportunamente pubblicato in appendice al saggio di don Ricossa, ha così riassunto il pensiero antagonista formulato dalla Weil nell'intento di capovolgere l'ecclesiologia tradizionale e di ingannare i teologi più intransigenti: "la vera pietra filosofale, il vero Graal, è l'Eucarestia. Cristo ci ha indicato quello che dobbiamo pensare dei miracoli, ponendo proprio al centro della Chiesa un miracolo invisibile ed in certo modo puramente convenzionale (solo che la convenzione è ratificata da Dio). Dio vuole rimanere nascosto. … Tutto avviene come se con il tempo la Chiesa ritenesse essere Cristo non il corpo ed il sangue di Cristo sugli altari ma gli altari stessi, poiché questi sono gli strumenti ed il simbolo della riunione del popolo di Dio".
L'immagine di un corpo mistico privato del suo capo-vicario è irrazionale e grottesca, prima che contraria alla dottrina cattolica.
La Chiesa, infatti, non nasconde ma rende visibile il volto divino di Cristo: "il nostro Salvatore" insegna ancora Pio XII, "comunica talmente con la sua Chiesa i beni suoi propri, che questa, secondo tutto il suo modo di vivere, quello visibile e quello invisibile, presenta una perfettissima immagine di Cristo".
Ciò malgrado, per effetto della propaganda attuata da Cristina Campo, Simone Weil, l'autrice di una ecclesiologia esangue e capovolta, diventò l'icona di un movimento nato per resistere agli abusi liturgici dei novatori e intitolato alla tradizione augusta e indeclinabile.

In nome della fedeltà all'antica liturgia il movimento suggerito e animato dalla Campo metteva in crisi la fede in quelle promesse di Cristo alla Chiesa che avevano suggerito la luminosa sentenza di Pio XII: "sì, certamente, senza alcuna macchia risplende la pia Madre nei Sacramenti con i quali genera ed alimenta i figli, nella fede che conserva sempre incontaminata, nelle santissime leggi con le quali comanda, nei consigli evangelici con i quali ammonisce, nei celesti doni e carismi con i quali nella sua inesausta fecondità genera innumerevoli eserciti di martiri, di vergini e di confessori".
La pietà obbliga a tacere i nomi (anche illustri) della compagnia di filodrammatici paralleli, trascinati dalla Campo nella commedia degli inganni, ma non impedisce di affermare che il nodo della questione tradizionalista è costituito dall'affrettata rinuncia alla luminosa dottrina esposta da Pio XII nell'enciclica "Mystici corporis".

Corre però l'obbligo di rammentare che l'arcivescovo di Genova, l'impavido cardinale Giuseppe Siri, dopo aver opposto una ferma ed illuminata resistenza ai novatori conciliari, manifestò la sua fedeltà all'ecclesiologia tradizionale affermando che i decreti del Concilio Vaticano II si devono leggere in ginocchio, e perciò si sottomise coerentemente all'autorità di Paolo VI eseguendone i non graditi decreti.
Quando il cardinale Siri maturò la decisione, incresciosa per i sedevacantisti, di obbedire a Paolo VI, teneva a mente l'esortazione che Pio XII aveva consegnato alle pagine della "Mystici corporis": "non soltanto è nostro dovere ricambiare come conviene a figli la materna pietà della Chiesa verso di noi, ma dobbiamo anche professarle riverenza per l'autorità conferitale da Cristo, in modo tale da sottometterle pienamente il nostro giudizio, in ossequio a Cristo stesso. Onde siamo tenuti ad obbedire alle sue leggi e ai suoi precetti in fatto di costumi, anche se talvolta ciò riesca abbastanza duro alla nostra natura, decaduta quale è dallo stato d'innocenza originale. … Ad ottenere poi che un tale pienissimo amore regni negli animi nostri e di giorno in giorno aumenti, è necessario assuefarsi a riconoscere nella Chiesa lo stesso Cristo".

Gongolava invece, nella cabina della bifida regia, la più sgradevole fra le pastore di pecore matte, Cristina Campo (pseudonimo esoterico della scrittrice Vittoria Guerrini).
Dire "ridente" della "pastora" Campo è pia esagerazione: il volto umbratile e sibillino, che sorride sopra una brossura adelphiana color cielo, è la feroce rappresentazione dell'albagia intellettualistica, a caccia di zimbelli imbarcati sulla nave dei depistati.
Purtroppo, nell'area estrema e arroventata del cattolicesimo tradizionalista, la santità dell'azione condotta dalla Campo è tuttora opinione invincibilmente legata all'ignoranza e al malinteso intorno ai contenuti "sublimi" della sua contraffatta ecclesiologia.
Va da sé che l'impegno inteso a demistificare e confutare la fittizia versione della dottrina ecclesiologica, che la Campo insinuò nell'ambiente tradizionalista, non deve influire in alcun modo sul giudizio riguardante da un lato la persona di Vittoria Guerrini e la sua eventuale conversione, (conversione che secondo alcuni interpreti citati da don Ricossa sarebbe maturata dopo la separazione da Zolla) dall'altro lato la critica da lei rivolta al pensiero della Weil.
Ai battezzati corre l'obbligo di pregare per la salvezza di tutte le anime, dunque di augurarsi anche la conversione di una Vittoria Guerrini.
Se non che l'obbligo della misericordia e della benevolenza non trascina con sé la complicità e la rinuncia ad una realistica considerazione dei fatti.

E' dunque lecito dubitare che, negli ultimi anni della sua tormentata esistenza, quando intratteneva un frenetico rapporto epistolare con il tenebroso occultista Andrea Emo Capodilista, Vittoria Guerrini abbia veramente abbandonato i pregiudizi nichilisti che dominano tutta la sua precedente opera.
La Fozzer (una biografa della Campo citata da don Ricossa) azzarda che la Campo non aderì alle idee di Emo Capodilista "perché se senso tragico della vita ella ebbe, ebbe anche per temperamento e per formazione, dei punti di certezza che la tennero lontana dal nichilismo".
Se non che i giudizi entusiastici di Emo sulla Campo e le testimonianze di coloro che hanno letto le lettere (finora inedite) indirizzate dalla Campo a Emo inducono ad escludere che all'eventuale conversione della Guerrini si sia accompagnata una seria autocritica del nichilismo.
Tale esclusione non giustifica un giudizio umano sul destino eterno della Campo, giudizio che sarebbe temerario ed empio.
Il nodo della questione tradizionalista è costituito dalle tesi che la Campo opponeva a Paolo VI e alla storica enciclica "Humanae vitae".
Tesi che si riducono ad una sottile contaminazione "elitaria" della dottrina esposta da Pio XII nell'enciclica "Mystici corporis".
Pio XII, nel tentativo di confutare e dissolvere le suggestioni pseudoangeliche del perfettismo, che la teologia eterodossa diffondeva in ambienti cattolici, aveva affermato solennemente che "non si estingue ogni vita in coloro che, pur avendo perduto con il peccato la carità e la grazia divina sì da non essere più capaci del premio soprannaturale, conservano tuttavia la fede e la speranza cristiana".
Di conseguenza, Pio XII esortava a ricevere il peccatore con carità fattiva "ravvisando in lui un membro infermo di Gesù Cristo".

La Campo, ripudiato l'insegnamento di Pio XII, si era invece appropriata del disprezzo aristocratico che la gnostica Simone Weil nutriva verso la "Chiesa propriamente detta", da lei ritenuta inferiore alla comunità "dei cattolici autenticamente spirituali".
I testi pornografici e tanatofili (ad esempio "Le tre vie") pubblicati da Elémire Zolla, ardente maestro e deragliato convivente della Campo, fanno intendere quali fossero le "perfezioni" squisite che si ergevano contro la Chiesa "plebea e corrotta" di Pio XII.
Ad ogni modo, dall'esaltazione della Chiesa perfettista e disincarnata, la Campo fece discendere un rovinoso giudizio sul presente della fede.

In un articolo pseudonimo, ripubblicato postumo nell'antologia della doppiezza che un editore beffardo ha intitolato "Sotto falso nome", la profetessa alzò un lamento drammatico: "nella Chiesa sono scomparse tutte le cose (la liturgia, i canti, l'architettura, le cerimonie) che Simone Weil così ardentemente amava".
Questo significa che la virtù fugge dai luoghi del culto cattolico e si ritira nel cerchio ristretto della contestazione tradizionalista, orchestrata dal salotto iniziatico del professore Zolla.
In questa sconvolta prospettiva, il dramma della Chiesa non discendeva più dal fumo satanico prodotto dagli iniziati, ma dalla riforma della liturgia e dall'indirizzo plebeo dell'estetica vaticana.
Secondo la frivola suggestione emanata dalla Campo, la liturgia cattolica non era altro che un museo, da affidare alla protezione anodina di una qualunque fondazione paramassonica.

Se l'immaginazione umana potesse svelare il pensiero segreto dell'inferno forse non direbbe cosa diversa da quella della dolente quisquilia propalata dalla cattedra "spiritualista" cui apparteneva Cristina Campo.
Quisquilia che (lo a dimostrato Gianni Rocca, in un magistrale articolo pubblicato nella rivista "Studi cattolici") è finita e non per caso, insieme con altre squisite cibarie, sulla tavola imbandita dai progressisti irriducibili. Dai frati ecumenici (o sincretisti?) della comunità di Bose, ad esempio.
E' proprio questo esito paradossale del pensiero della Campo, scheggia impazzita del tradizionalismo, che costringe a rivedere i giudizi che, durante gli anni del postconcilio, furono dettati dal pessimismo e dalla sfiducia nel magistero romano.
Revisione indispensabile in questa fase storica, che segna l'inizio della rivincita della morale rivendicata dalla "Humanae vitae" contro le aberrazioni della pornografia, dell'abortismo e dell'eugenetica.

Da: http://www.effedieffe.com/fdf/giornale/ ... =religione ".


Top
 Profilo E-mail  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Tradizione e progresso
MessaggioInviato: 12/12/2007, 9:11 
Non connesso
.
.

Iscritto il: 01/05/2007, 16:19
Messaggi: 2957
Non mi fido molto di effedieffe...c'entra Blondel....
Comunque un approfondimento bellissimo.
Di Vassallo consiglio il libro.
Buona Giornata
Il Cireneo


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Tradizione e progresso
MessaggioInviato: 12/12/2007, 12:54 
Non connesso
.
.

Iscritto il: 11/07/2007, 17:21
Messaggi: 1074
Sì, un approfondimento davvero notevole questo - tra i tantissimi che ha fatto e tutt'ora fa, indomito e pur con qualche "primavera" sulle spalle - il grande Prof. Vassallo.

Quanto a Maurizio Blondet, persona di grande forza e di enorme produzione, è argomento delicato e vastissimo; penso occorrerebbe distinguere tra le molte materie e temi da lui indagati.
Intanto, credo questo si possa dire subito - e la Storia lo confermerà - è stato ed è ben più condivisibile ad esempio di Maurice Blondel.


Top
 Profilo E-mail  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Tradizione e progresso
MessaggioInviato: 12/12/2007, 13:03 
Non connesso
.
.

Iscritto il: 01/05/2007, 16:19
Messaggi: 2957
Su questo non ci piove.
Ma questo non giustifica un certo gusto marxiano, freudiano, niciano per il complotto.
Poi molti dei suoi lavori e delle sue riflessioni sono condivisibili. Ma, a mio modo di vedere, scade nel clericofascismo. Ed io sono anticlericale ( ma non antiecclesiale) e contro-fascista ( e quindi contro lo stato di qualunque forma o colore questo si addobbi).
Tutto qui. Credo fortemente nel cattolicesimo liberale rosminiano e benedettino...
Il Cireneo


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Tradizione e progresso
MessaggioInviato: 14/12/2007, 12:49 
Non connesso
.
.

Iscritto il: 11/07/2007, 17:21
Messaggi: 1074
Da

"sì sì no no n.5 15.03.2007:

Mi domandate che penso dell'avvenire? Penso che dipenderà dal presente e, cioè, che se noi ci lasciamo istruire dall'esperienza e ritorniamo cristiani fedeli, il nostro avvenire potrà ricostruirsi su solide basi. Ma se ci si limita a rendere omaggi esteriori alla religione senza farla penetrare nelle leggi, nei costumi, nell'educazione, nelle dottrine e soprattutto nei cuori, semineremo solo vento, e raccoglieremo nuove tempeste.
P.M. Théodore Ratisbonne, ebreo convertito, 23 luglio 1848".


Top
 Profilo E-mail  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Tradizione e progresso
MessaggioInviato: 15/12/2007, 17:44 
Non connesso
.
.

Iscritto il: 01/05/2007, 16:19
Messaggi: 2957
Cattolici integrali e non integralisti.
Per capirci. io penso che non importi il vestito con cui si ricopre il cristianesimo importa il contenuto.
Penso alla pittura del 600 italiano.
San Giovanni decollato...erano vestiti alla moda di quell'epoca ma il contenuto del quadro era identico al racconto Sacro...oggi dobbiamo ragionare alla stessa maniera.....Condivido in pieno la riflessione di cui sopra.
Integrali, vuol dire abbracciare progresso e tradizione, integralisti vuol dire abbracciare o uno o l'altro.
Il Cireneo


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Tradizione e progresso
MessaggioInviato: 02/01/2008, 10:06 
Non connesso
.
.

Iscritto il: 11/07/2007, 17:21
Messaggi: 1074
Dall'eccellente:
"La restaurazione del pensiero forte. Appunti per la revisione della storiografia filosofica" Piero Vassallo, I libri del peralto, Genova 2006 (pagg.33/34):

Purtroppo al fascino della demenza non si sottrassero i teologi della morte di Dio. Michele Federico Sciacca citava al proposito il testo di un teologo deragliato, che si dichiarava disposto a tutto pur di adeguarsi al pensiero trionfante: "Che la fede vada completamente perduta, che si debba abbracciare un nichilismo che distrugge la vita e pefino scegliere la strada della pazzia, della disumanizzazione" (47).
Forse è tempo di riconoscere che il rimedio contro l'aggressione dei ciarlatani, spacciati sotto le copertine color pastello degli adelphi di Caligola, esige preliminarmente la restaurazione della vera filosofia. E di comprendere che le verità della metafisica sono l'ultima contro la violenza che viaggia sui tappeti volanti del delirio.
Rovesciare i dogmi del conformismo giornalistico non è impresa facile, ma è tempo di tentare la formulazione dell'auspicio che una storiografia coraggiosa e veritiera, aggredisca il muro dell'omertà e colmi una lacuna non più ammissibile, dopo che i prodotti del pregiudizio antimetafisico sono finiti nella pattumiera dei maghi, dei pornografi e degli imbonitori televisivi.
La guerra civile europea è finita con la memamorfosi nichilista della filosofia dei lumi. Il freddo strascico della guerra è consumato dall'adesione della Russia alla Nato. Adesso è possibile avviare alla rottamazione i megafoni delle filosofie che, persa la guerra e la pace, cercano di punire la ragione e la fede.
Il criterio che informa la presente ricerca è l'accertata possibilità di una storia alternativa alla leggenda, che la prestidigitazione laicista mantiene al potere nel deserto universitario, nell'editoria scolastica e nel giornalismo di terza pagina.
Una storia capace di contemplare la diversa efficacia delle risposte alla sfida moderna e di ricostruire le fasi del dibattito fra le diverse scuole cristiane di pensiero, che hanno difeso, con alterno risultato, la ragione dagli attacchi dei razionalisti.
In special modo occorre imparare (da Cornelio Fabro) il buon uso della cattiva filosofia di Heidegger - la corretta interpretazione della tesi sull'oblio dell'essere - e in tal modo stabile la fondamentale distinzione del tomismo perenne dall'avventizio essenzialismo della scolastica decadente.
Secondo la definizione cui Fabro giunge attraverso la puntuale lettura dell'ontologia hegeliana, l'essenzialismo si mostra infatti come "La filosofia che considera l'ente prima e principalmente sul piano dell'essentia come possibilità, e poi e secondariamente sul piano della existentia come realtà, come fatto di essere".
In questo modo, conclude il restauratore del tomismo, "la fondazione metafisica dell'ente è presa tutta dall'essenza ovvero dalla possibilità che è un universale indifferente, chiuso e immobile, come è appunto ogni essenza per sé considerata" (48).
Di là delle buone intenzioni dichiarate dagli autori disattenti a questo tema, il loro pensiero non può liberarsi dai lacci che costringono la storiografia laica ad appiattirsi sul sistema della menzogna.

(47) (Cfr. "Gli arieti contro la verticale", Marzorati, Milano, 1972, pag.69).
(48) (Cfr. "Dall'essere all'esistente", Marietti, Genova-Milano 2004, pag.22).
"


Top
 Profilo E-mail  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Tradizione e progresso
MessaggioInviato: 02/01/2008, 11:52 
Non connesso
.
.

Iscritto il: 01/05/2007, 16:19
Messaggi: 2957
Luigi Torre ha scritto:
"La filosofia che considera l'ente prima e principalmente sul piano dell'essentia come possibilità, e poi e secondariamente sul piano della existentia come realtà, come fatto di essere".
"

Penso che sia qui fondamentale ragionare sul concetto di opinione.
La cultura non si radica più in una coltura, cioè in una realtà, in un fatto, ma più semplicemente si fa puro pensiero: opinione.
La parola termine, dal latino ter, ha un significato di fine/inizio. Pensate al significato di termine ( inteso come parola). Rimanda la parola stessa ad un etimo; in altre parole significa che la parola che noi udiamo si ricollega ad un significato intrinseco che si estrinseca nell'azione dell'uomo. Per meglio intenderci. Se il dico Politica, il termine in qiuanto tale, conduce la persona ad un significato ben preciso, quindi all'ambito parlamentare. La parola polis, città, ma anche comunità, termina ( come coltura, sottolinea la o per rimandare ad una azione di coltivazione) per dare inizio ad un nuovo momento che è quello parlamentare. Il tutto in continuità. Vassallo, sottolinea con enorme lucidità, rifacendosi a Fabro ( e permettetemi di aggiungere a Bendetto XVI), come oggi si sia in presenza di uno s-terminio. Cioè si sia voluto ( attraverso la ragione della forza e non la forza della Ragione) umanamente creare una cultura sganciata dalla cultura. E' inevitabile che quando la cultura che vuol dire appunto coltivazione si sgancia dall'azione pratica di coltura, di allevamente di un qualcosa che già è presente, perde il suo significato di vita per tuffarsi in quello della morte. Il Termine non è più un fine/inizio, un con-fine, che lega la coltura e la cultura, ma semplicemente, la Fine. E sulla fine la cultura che nasce è quella di morte. Analizziamola: Aborto, Divorzio, Eutanasia, eugenetica, neo-darwinismo, giuspositivismo...tutto costruito sulla forza che genera solo Fine ( morte) e non sulla forza della Ragione che è Logos: amore e parola.
Giuda ha tradito e si è impiccato. La cattolicità apostata post-conciliare ( non tutta) ha proposto una ermeneutica della discontinuità che ha di fatto fatto regredire la dignità dell'uomo ad un'epoca pre-cristiana. Ma come risorse 2000 anni fa, dopo Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II ( Novello San Paolo) e Benedetto XVI ( Novello agostino, ma anche Tommaso. Autentico Padre della Chiesa) stanno definitivamente tappando le falle di una Arca che faceva acqua da tutte le parti. Resta ancora qualche reistenza bolognese e protestante ( la teologia della liberazione) ma una volta che i clandestini verranno individuati o "pagheranno il biglietto" o per loro non resterà altro che l'Inferno.
Cordialmente,
Il Cireneo


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio: Re: Tradizione e progresso
MessaggioInviato: 03/01/2008, 16:32 
Non connesso
.
.

Iscritto il: 11/07/2007, 17:21
Messaggi: 1074
Tratto da

TRADIZIONE periodico di studi e azione politica n.3, settembre 2005, pagine 6 e 7,
questo formidabile articolo, a tutto campo (politico-filosofico-storico-metafisico) girerò volentieri all'interessante “Il Filo a Piombo” di Bologna, per possibilmente averne gradite loro considerazioni (rectius: un “rintocco” diverso ?!?).


"La CHIMERA CATTOLIBERALE. Il niente affacciato sul vuoto.

Volano sopra le caute reti dell’elusività, le acrobazie verbali dei dotti politologi, intesi a ridurre la cultura del centrodestra all’improbabile miscela di cattolicesimo e liberalismo.
Le reti di sicurezza e di censura sono distese per evitare la caduta del solenne discorso sofistico negli imbarazzanti significati, che soggiacciono all’esangue fonema cattoliberale.
Del centrodestra, peraltro, i martellanti politologi autorizzano a dire qualunque futile cosa, purché non disturbi il forte potere che eroga la confusione. L’untuoso galateo del talk show, d’altra parte, giudica inopportuna e volgare l’intenzione di risalire al significato delle parole in libera uscita dal soffice vocabolario del politicamente corretto.
Con riferimento all’umoristica deformazione della sigla saragatiana (Psli = piselli), si potrebbe dunque argomentare che il pensiero del centrodestra nasce dalla pianta dei piselli.
E non lo si affermerebbe senza un’obliqua ragione: la recente storia italiana svela, infatti, la precedente vita nel nutriente baccello di alcuni fra i più eminenti politologi della scuola cattoliberale. Quelli che, in anni non remoti, incensavano l’esegeta di Proudhon, come ultimo luminare splendente sull’albero del socialismo.
Se non che l’astuzia è vanificata dalla presenza, all’ombra delle cattedre cattoliberali e cattopiselle, di un incontrollato popolo di ermeneuti zelanti, spericolati e al lavoro senza rete. Lo zelo e l’audacia giocano brutti scherzi. Agli sconsigliati redattori dell’ufficioso “Il Giornale” suggeriscono, ad esempio, di controllare i sacri testi nei quali è giustificato il matrimonio tra la vivente dottrina cattolica e l’affossato pensiero liberale.
Nell’afa dell’agosto, gli avventurosi ermeneuti del “Giornale” hanno tentato di scoprire i pensieri che si celano dietro la soave espressione cattolico-liberale. E nel tentativo hanno addirittura selezionato i componenti di una fantafilosofica squadra da collocare “a monte” del cattoliberalismo. Risalire a monte, dove purtroppo abitano le difficoltà e le contraddizioni, è una tentazione alla quale i politologi, al pascolo nelle allegre valli della divagazione televisiva, consigliano di non cedere.
Gli accorti registi della destra televisiva, dopo di tutto, conoscono a perfezione il vuoto pneumatico, in cui nuotano le idee della strana coppia costituita dal pensiero cattolico e dall’ideologia liberale.
La candida intrepidezza degli ermeneuti allo sbaraglio nelle colonne del “Giornale” ha, invece, sfidato la memoria storica affastellando, in una radunata surreale, proprio gli autori, San Tommaso d’Aquino, Giambattista Vico e John Locke, che rappresentano, in modo lampante, l’incompatibilità del pensiero cattolico e dell’ideologia liberale. Costruite nel solco della metafisica tradizionale, le opere di San Tommaso e di Vico hanno, infatti, vivificato e fortificato le verità di ragione sull’esistenza di Dio e sulla sua azione nella storia, mentre Locke ha indirizzato al relativismo e all’apostasia alcune divagazioni intorno al dominio dei sensi sulla ragione e intorno al supremo valore delle utilità. Sensismo e utilitarismo costituiscono il preambolo di quelle disastrose rivolte contro la metafisica che il beato Pio IX ha puntualmente catalogato nel “Sillabo”.
Quando si esamina il pensiero dei filosofi che hanno interpretato con rigore le due opposte tradizioni, la cattolica e la liberale, appare chiaro che la loro unione costituisce una figura contraddittoria e chimerica, ove per chimera s’intende, appunto, il risultato della zoologia fantastica, che compone nature incompatibili.
Per misurare l’assurdità dell’accostamento del cattolico Vico all’illuminista e liberale Locke, i due protagonisti dell’incipiente conflitto tra Chiesa e mondo moderno, basta, peraltro, leggere la magistrale pagina dell’autobiografia vichiana, nella quale è descritto, con linguaggio insolitamente aggressivo, il rovinoso cammino dell’epicureismo, da Pierre Gassendi al suo seguace John Locke.
Rievocate le fasi del successo ottenuto dal neoepicureo Pierre Gassendi nella Napoli del tardo Seicento, Vico, parlando in terza persona, dichiara, infatti, che “In lui si destò voglia d’intenderla (la filosofia di Epicuro) sopra Lucrezio. Nella cui lezione conobbe che Epicureo, perché niegava la mente d’essere d’altro genere di sostanza che ’l corpo, per difetto di buona metafisica rimasto di mente limitata, dovette porre principio di filosofia il corpo già formato e diviso in parti multiformi ultime composte di altre parti, le quali, per difetto di vuoto interspersovi, finselsi indivisibili: ch’è una filosofia da soddisfare le menti corte dé fanciulli e le deboli delle donnicciole. E quantunque egli non sapesse né meno di geometria, con tutto ciò con un buon ordinato seguito di conseguenze vi fabbrica sopra una fisica meccanica, una metafisica tutta del senso, quale sarebbe appunto quella di Giovanni Locke, e una metafisica del piacere, buona per uomini che debbon vivere in solitudine” (“Vita di Giambattista Vico scritta da se medesimo”).
Chi conosce l’influsso dell’epicureismo nella filosofia materialista di Marx non ha difficoltà e a considerare l’enorme distanza che separa Locke da Vico. E a riconoscere il decisivo contributo della ideologia liberale ai delitti consumati tra il 1789 e il 1989, i due secoli intitolati alla sterminante modernità.
Si può infine comprendere perché Eric Voegelin ha sostenuto che niente giustifica il sonno della ragione settecentesca, che ha dovuto contemplare tutta la sciagurata storia delle rivoluzioni, liberale, comunista e nazista, prima di comprendere le ragioni di Vico e di riconoscere che, nella dialettica dell’illuminismo c’era qualcosa che non andava.
L’accostamento di Locke a San Tommaso, poi, è ridicolo da ogni punto di vista. Per l’insensata negazione dell’idea di sostanza, e per la cieca fedeltà al pregiudizio empiristico, Locke è, infatti, il pre-padre di quel debolismo filosofico, che si oppone, con disperato e inutile accanimento, alla rinascita della metafisica tomista, rinascita che è in atto grazie alla geniale opera di Cornelio Fabro. Incomincia da Locke il devastante cammino del relativismo, nel quale Benedetto XVI riconosce la malattia mortale della ragion moderna.
L’autorevole Maria Adelaide Raschini, del resto, ha affermato che “Con il Locke l’empirismo dogmatico di Bacone cede alla critica che riconosce i limiti di una ragione legata all’esperienza sensibile, svela la sua radice soggettivistica e annuncia le conseguenze scettiche sviluppate in seguito da Hume, cui conduce inevitabilmente ogni gnoseologia puramente empiristica” (Cfr.: “Da Bacone a Kant”, Marzorati, Milano 1973, pag.270).
Non ha neanche senso sostenere che la filosofia di Locke può essere utile al laboratorio culturale del centrodestra perché offre un sano modello di tolleranza liberale. L’idea di tolleranza esposta da Locke è, infatti, inquinata dallo scetticismo e vanificata dalla fanatica avversione al Cattolicesimo.
Maria Adelaide Raschini ha dimostrato che, nella chiesa concepita da Locke, la tolleranza è coniugata con l’assenza di qualunque contenuto dottrinale definito: “In tale assenza di dottrina, la chiesa lockiana riflette l’assenza di ogni contenuto veritativo della religione, a conferma del fondamentale agnosticismo del Locke, che, per salvare l’esigenza prammatica e quella utilitaria che sole restano di fronte al nominalismo concettuale e al probabilismo dei giudizi, esige la tolleranza religiosa, affinché nessun conflitto in nome di una inverificabile verità divina turbi la pace terrena degli uomini. La tolleranza si presenta come la veste formale del vivere civile, ed è in realtà null’altro che il segno dell’indifferenza religiosa; convivano perciò le religioni tutte tollerate, tranne la confessione cattolica” (“Da Bacone a Kant”, op. cit., pag.277). Detto questo, che cosa può giustificare l’innesto della dottrina politica cattolica sul fossile liberale, se non un’allucinazione, del genere di quella che persuase Bloy e Maritain a salutare l’aurora di un millennio santo e felice mentre apparivano i segnali che annunciavano la sanguinaria escandescenza del Novecento?
Il saggio che padre Julio Meinvielle ha dedicato all’influsso dell’ideologia liberale nel pensiero cattolico del Novecento hanno peraltro dimostrato l’inconsistenza e l’artificiosità degli argomenti usati da Maritain per giustificare l’alleanza con il “moderno”.
Che l’ideologia liberale sia un arnese inutile, del resto, cominciano a capirlo anche i più aggiornati intellettuali d’area.
L’affranto liberal Ezio Mauro, dalle colonne lacrimose di “Repubblica”, confessa, addirittura, che il pensiero illuministico è inutlizzabile perché radioattivo. Riconosce, pertanto, che la Chiesa cattolica è l’unica agenzia culturale oggi credibile. Corinne Pelluchon, accreditata interprete di un nascente liberalismo antimoderno, riconosce, dal suo canto, che l’esito fatale del moderno è il nichilismo.
Di conseguenza sottoscrive e approfondisce il giudizio sul fallimento liberale, che è stato formulato da Leo Strauss: “I moderni hanno perso qualcosa di cruciale nella loro lotta contro la tradizione. Volevano creare uno stato in cui individui e filosofi potessero coesistere senza essere perseguitati per il loro credo religioso. E perciò hanno lottato contro la Chiesa e quanti volevano restaurare uno stato teologico. Hobbes e Spinoza hanno contribuito a edificare la democrazia liberale, certo. Eppure nella loro concezione dell’uomo e della ragione cìè qualcosa che spinge la modernità verso una dialettica distruttiva che ha già mostrato i suoi aspetti peggiori nel secolo scorso e continua ad ammannirli oggi. Strauss non denuncia il tramonto dell’Occidente come faceva Spengler. Non critica la modernità per tornare al passato, sognando il mondo chiuso della polis greca. E rifiuta la diagnosi di Heidegger sull’errore dovuto alla metafisica di Platone. In realtà non fa che puntare il dito sull’orientamento morale tipico della civiltà occidentale per domandarsi se il pensiero premoderno estraneo alla democrazia liberale non possa servire da salvaguardia alla stessa democrazia liberale” (Cfr.: Marina Valensise, “Perché storicismo e relativismo ci fanno diventare nichilisti e filistei”, “Il Foglio”, 25 maggio 2005). Dichiarare che solamente la tradizione cattolica può salvare la democrazia liberale, significa confessare che il liberalismo può vivere solo di ciò a cui era fanaticamente contrario. In ultima analisi significa ammettere, infine, che la democrazia può esistere senza il deviante sostegno dell’ideologia liberale.
Le intelligenti fumigazioni straussiane non servono a nascondere lo sfacelo dell’ideologia liberale. L’affondamento del moderno ha prodotto un gorgo che trascina al fondo e il modernismo e il millenarismo di Bloy e Maritain. I teorici della mediazione ad ogni costo e i banditori del curvismo ideologico sono finiti nello scaffale antiquario che è degnamente frequentato solo dai due vedovi del mesto Dossetti, il fattucchiere Giuseppe Alberigo e il medium Romano Prodi.
Il curvo e ubiquo plesso cattoliberale è sciolto dalla risata che sempre accompagna il corteo dei re nudi. La politica cattolica può fare a meno del contributo della fumosa lezione di Locke e dei liberali dopo Locke.
D’ora in avanti, per scongiurare gli errori e gli orrori del totalitarismo e per fondare una sana democrazia sarà sufficiente adottare quegli insegnamenti della tradizione cattolica, che sono stati interpretati magnificamente da pio XII, nel messaggio per il Natale del 1944.
Al proposito occorre rammentare che, alle soglie della catastrofe moderna, il domenicano Francisco de Vitoria approfondendo la lezione di San Tommaso d’Aquino pose le basi della vera democrazia, affermando (contro i teorici dell’assolutismo politico) che Dio comunica l’auctoritas prima al popolo che al sovrano.
Coerentemente De Vitoria formulò la teoria della translatio autoritatis verso il principe, teoria dalla quale discese la sua magistrale e conclusiva sentenza: “creat respublica regem” (De potestate civili, 8).
Con riferimento esplicito a San Tommaso, implicito a Francisco de Vitoria, anche il gesuita Francisco Suarez sostenne che l’autorità non è esclusiva prerogativa del principe: “Dicendum est potestatem (civilem) ex sola rei natura in nullo singulari homine existere, sed in hominum collectione. Conclusio communis et certa sumitur ex D. Thoma … principem habere potestatem ferendi leges quam innillum transtulit communitas” (De legibus ac Deo legislatore, III, De lege humana et civili, c.2, In quibus hominibus immediate existat ex natura rei potestas haec condendi leges humanas).
San Roberto Bellarmino, quasi facendo eco a De Vitoria, precisò che Dio non ha inteso conferire l’autorità all’esclusiva persona del principe: “Politicam potestatem immediate esse tamquam in subiecto in tota multitudine, nam haec potestas est de iure divino, et ius nulli modo in particulari dedit hanc potestatem (De laicis, 6).
Infine, Giambattista Vico, che fu erede e continuatore della cultura controriformista, contestò duramente la dottrina del più autorevole sostenitore dell’assolutismo, Thomas Hobbes.
Va da sé che lo sviluppo del pensiero cattolico non si è fermato all’età della Controriforma e di Vico. L’Ottocento e il Novecento sono stati teatri di una magnifica produzione di documenti papali e di una eccezionale fioritura di autori capaci di approfondire e attualizzare la tradizione cattolica.
Cornelio Fabro, Nicola Petruzzellis, Tito Centi, Raimondo Spiazzi, Andrea Dalle Donne e Rosa Goglia hanno liberato il tomismo dalle incrostazioni depositate dal formalismo della scolastica decadente.
Antonio Rosmini, Emilio Chiocchietti, Giorgio Del Vecchio, Michele Federico Sciacca, Francesco Amerio, Giuseppe Capograssi, Luigi Bellofiore e Francisco Elias de Tejada hanno rinverdito gli studi vichiani, emancipando la dottrina del diritto naturale dalle incapacitanti ipoteche accese dall’illuminismo, dal positivismo e dallo storicismo.
Alfredo Ottaviani, Giuseppe Siri, Antonio Messineo, Cornelio Fabro, Julio Meinvielle ed Ennio Innocenti hanno confutato le avventurose e disgraziate opinioni di Maritain intorno al Cristianesimo che s’incarna nella storia grazie al contributo dei movimenti anticristiani.
Nell’insegnamento dei grandi pensatori dell’Ottocento e del Novecento cattolici e non negli smunti cascami dell’ideologia liberale, il centrodestra può trovare la forza necessaria a vincere le sfide lanciate dalla sinistra.
E’ però necessario un radicale mutamento della strategia finora attuata dai gruppi tradizionalisti, che, in ordine sparso e sotto il grottesco vessillo della rivalità, operano nel centrodestra.
Ci si augura, dunque, che i gruppi, oggi indaffarati a fre scialo delle vincenti ragioni della filosofia tradizionale negli estenuanti e vani traffici del partitismo, traggano finalmente incentivo all’azione unitaria dalla riconosciuta necessità di un progetto culturale inteso a produrre quella chiarezza delle idee che sola può salvare il centrodestra dal naufragio nelle idee perdenti e l?italia dalla sciagura zapateriana.


Top
 Profilo E-mail  
 
Visualizza ultimi messaggi:  Ordina per  
Apri un nuovo argomento Rispondi all’argomento  [ 52 messaggi ]  Vai alla pagina 1, 2, 3, 4, 5, 6  Prossimo




Tutti gli orari sono UTC [ ora legale ]


Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 0 ospiti


Non puoi aprire nuovi argomenti
Non puoi rispondere negli argomenti
Non puoi modificare i tuoi messaggi
Non puoi cancellare i tuoi messaggi
Non puoi inviare allegati

Cerca per:
Vai a:  
cron
Powered by phpBB © 2000, 2002, 2005, 2007 phpBB Group
Traduzione Italiana phpBB.it


Cont@tti   |   Termini di utilizzo   |   Tutela della privacy