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 Oggetto del messaggio: Re: Obama: tramonto degli Usa?
MessaggioInviato: 20/08/2009, 16:11 
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Glauco MAGGI,
Obama ha già stufato: sorpasso dei conservatori
in Libero, 19.8.2009, p. 21.

Effetti della riforma sanitaria

Depone male per i Democratici alle elezioni di medio termine del novembre 2010: un sondaggio Gallup ha rilevato che in tutti i 50 Stati coloro che si professano conservatori sono oggi più numerosi di quelli che si dichiarano liberal. Ciò è il risultato dell’evidente disagio della gente messa di fronte alle proposte politiche di Obama e della sua maggioranza in Congresso: in concreto, si riscoprono i valori di libertà di scelta, e di rifiuto del governo ingombrante e delle tasse, che sono l’anima della destra Usa. Tra gli interpellati di quest’anno, il 31% ha così detto di essere "conservatore" e il 9% "molto conservatore". Di contro solo il 21% si è dichiarato liberal (il 16% liberal e il 5% molto liberal). Nel mezzo, c’è un 35% di moderati che sulla questione sanitaria si sono espressi per due terzi contro le novità di Obama.

Più l’America dibatte la riforma della salute di Obama, più si impoverisce il capitale politico che il presidente ha accumulato nell’anno magico della propaganda e della vittoria, con il 53% dei voti nell’urna contro il 47% di McCain. Ora solo il 47% vede bene l’ex messia.

L’ammaliatore

Il dover scendere dalla vacuità del messaggio del "cambiamento" alla praticità delle soluzioni da offrire in tema di sanità, la Casa Bianca ha trovato un muro di diffidenza che si è ben presto trasformato in ostilità. Pensava di ammaliare il pubblico anche dopo il voto, ma ha costruito invece un castello di carte che non ha retto al primo vento delle analisi sui costi, sugli effetti, sulle conseguenze per i malati, le famiglie, gli anziani. L’ultimo capolavoro di Obama è stato l’aver fatto salire sul suo carro i cosiddetti "poteri forti": le assicurazioni, l’associazione delle case farmaceutiche, l’organizzazione sindacalizzata degli anziani, la lega dei medici e quelle delle infermiere. Tutti con lui, tutti per la "riforma". Contrariamente al ritornello frusto, che continua ad apparire nella quasi totalità degli articoli della stampa italiana sulla "questione della salute americana", secondo cui le masse popolari sarebbero le vittime della congiura dei prepotenti delle corporation e degli attivisti al loro soldo, proprio dalla gente comune è arrivato lo stop più sonoro ai disegni statalistici di Obama e dei democratici più radicali. La prova lampante è che sulle Tv sono apparsi spot per 24 milioni di dollari pagati dai gruppi a favore della riforma, contro solo 9 degli oppositori. Dove sono gli "interessi speciali", allora? I famosi "gruppi di lobbisti", che erano e sono l’oggetto della retorica di sinistra, da che parte stanno? Sono con Obama, al pari del management della Gm, della Chrysler e delle banche semi-fallite quando cercavano i soldi pubblici per sopravvivere.

Ma l’idea di spendere 1000 miliardi in tasse per avere una mutua pubblica, che significa code lunghe agli ospedali, burocratizzazione del rapporto tra medici e pazienti, razionamento delle cure con il taglio di quelle più costose ma anche più efficaci, ha fatto partecipare alle riunioni municipali un numero di cittadini critici ancora più elevato di quello che aveva affollato le piazze nei famosi giorni del superstimolo da quasi 800 miliardi di dollari, una zavorra al bilancio pubblico che già ipotecherà il futuro finanziario della nazione. Ora, la pillola amara della mutua universale che Obama voleva far trangugiare agli americani ammantandola di belle parole, è stata rigettata. Gli americani hanno sentito puzza di socialismo nelle idee "progressiste" della Nancy Pelosi e di Harry Reid, i capi democratici di Camera e Senato, e hanno riscoperto le virtù conservatrici. La cosiddetta "opzione pubblica", ossia una assicurazione che "compete" con i privati per "renderli più onesti", come aveva avuto l’ardire di spiegare Obama nei primi comizi, è morta. Ciò ha fatto spaccare i democratici, la cui ala radicale è in aperta rivolta contro Obama e ha fatto sapere che alla Camera non passerà mai una legge che non prevede l’opzione pubblica.

Perde pezzi

Obama perde i pezzi a sinistra, ma non cava un ragno dal buco neppure al centro: il piano B, quello che prevederebbe cooperative di utenti costituite con fondi dello stato, è già stato smascherato come un cavallo di Troia della statalizzazione. "Si chiamino cooperative o si chiami opzione pubblica, ma una qualche forma di partecipazione federale ci dovrà essere con la riforma", aveva detto giorni fa il senatore Democratico Schumer, scoprendo le carte del suo partito. A parte la sua macchinosità, e il fatto che sul mercato esistono già delle "vere" cooperative no profit tra mutuati, la scappatoia di Obama non è destinata insomma ad avere miglior fortuna della mutua pubblica papale papale.

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 Oggetto del messaggio: Re: Obama: tramonto degli Usa?
MessaggioInviato: 21/08/2009, 9:39 
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Matteo BUFFOLO,
"Obama «regala» agli amici gli spot sulla riforma sanitaria",
Il Giornale, 20.8.2009.

I soldi per la campagna pubblicitaria alla società fondata dal suo braccio destro. Tramontano le ipotesi di intesa con i repubblicani

Non c'è pace per Barack Obama: anche ad agosto i feroci attacchi dei suoi avversari repubblicani e qualche ingenuità lo hanno costretto a improvvise giustificazioni e a un tour de force fra i municipi di piccole cittadine per spiegare la sua tanto discussa proposta di riforma sanitaria. Su cui, tanto per cambiare, si sono abbattute due nuove tegole: da un lato Obama è sotto tiro perché la campagna informativa sulla riforma viene fatta dalla Akpd Message and Media, compagnia di comunicazione fondata e poi lasciata da un suo stretto consigliere, David Axelrod; dall'altro la consapevolezza, espressa anche dalla Casa Bianca, che le speranze di un accordo con l'opposizione sono tramontate e che il presidente potrà contare solo sui voti democratici.

Voti che sulla carta sarebbero più che sufficienti: in entrambi i rami del Congresso il partito dell'Asinello dispone di una maggioranza sufficiente a evitare l'ostruzionismo repubblicano, grazie anche agli ultimi cambi di casacca al Senato, che hanno portato i democratici ad avere 60 dei 100 senatori totali. Eppure, nonostante questo vantaggio, fra le file obamiane serpeggia il nervosismo, al punto che dalla Casa Bianca è arrivata appunto la previsione che sarà necessario fare da soli, con una chiara accusa: «Saremo costretti dal comportamento repubblicano». «Hanno deciso che battere Obama sulla riforma sanitaria è più importante che risolvere i problemi che gli americani incontrano ogni giorno con le assicurazioni», ha tuonato Emanuel Rahm, il capo dello staff della Casa Bianca. Accuse che sono state agevolmente respinte al mittente per bocca di Ken Spain, portavoce della Commissione nazionale repubblicana. «Accusare il Grand Old Party è ridicolo - ha ironizzato -. Avere una maggioranza a prova di "pirati" (l'equivalente dei franchi tiratori), un vantaggio di 40 seggi alla Camera bassa e un presidente che è straordinariamente popolare non basta. Forse se alla gente piacesse questa proposta, non ci sarebbero tutte queste difficoltà per un voto bipartisan».

Al centro del dibattito degli ultimi giorni, tenuto fra televisioni e piazze, c'è la "public option", ovvero la possibilità di optare per un'assicurazione sanitaria statale. Obama ritiene che sia necessario avere un concorrente alle polizze private e nella sua proposta dovrebbe essere l'amministrazione a farsi carico di crearlo, ma proprio su questo punto la spaccatura con i repubblicani si è fatta insanabile e anche i Blue Dog, i 52 democratici di centro, sono fortemente dubbiosi e temono che una mossa del genere potrebbe pesare eccessivamente sui conti e sul deficit statunitense, già molto cresciuto durante la crisi economica.

In questa situazione già compromessa si inserisce il caso Axelrod e il fatto che 12 dei 24 milioni di dollari stanziati dagli "alleati" della Casa Bianca per comprare spazi pubblicitari che spiegassero la riforma ai cittadini siano andati a una società così apertamente collegabile a uomini vicini a Obama è stato foriero di nuovi attacchi, anche perché nella compagnia gioca ancora un ruolo di primo piano il figlio del consigliere presidenziale. E soprattutto perché fra questi "alleati" c'è il gruppo Hen (Healty economy now), di cui fa parte la Phrma (l'associazione dei ricercatori e produttori farmaceutici americani), una circostanza che, secondo i repubblicani, «solleva seri domande sull'opportunità che la lobby dei farmaci paghi molti milioni di dollari a un gruppo collegato a un consigliere anziano del presidente».

Lo stesso Obama negli ultimi sondaggi ha perso altri punti di gradimento, scendendo, secondo alcune rilevazioni, sotto i 50 punti.

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 Oggetto del messaggio: Re: Obama: tramonto degli Usa?
MessaggioInviato: 25/08/2009, 21:08 
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Hanno berccato un amico di Obama con le mani nella marmellata.

Frode, fermato uno dei finanziatori della campagna Obama-Clinton
Hassan Nemazee è accusato di aver truffato Citigroup facendosi prestare 74 milioni $ con documenti falsi

Hassan Nemazee, uno dei finanziatori della campagna elettorale di Barack Obama e Hillary Clinton, è stato fermato con l'accusa di aver truffato la banca Citigroup facendosi prestare oltre 74 milioni di dollari sulla base di documenti falsi. Lo ha riferito l'agenzia Bloomberg. L'uomo è stato fermato dagli agenti federali all'aeroporto di Newark mentre si stava per imbarcare su un volo diretto a Roma.
ERA STATO NOMINATO AMBASCIATORE D'ARGENTINA - Nemazee è a capo della Nemazee Capital Corporation e l'anno scorso fu il responsabile della campagna elettorale per le presidenziali di Hillary Clinton. L'uomo, 59 anni, era stato nominato dall'allora presidente Bill Clinton ambasciatore americano in Argentina.
RISCHIA 30 ANNI DI CARCERE - Il sistema fraudolento utilizzato da Nemazee - secondo quanto riferito dal procuratore Preet Bharara - era quello di fornire all'istituto finanziario false garanzie per centinaia di milioni di dollari per farsi concedere i prestiti. I conti multimilionari forniti da Nemazee si sono però rivelati inesistenti o chiusi anni prima. Lunedì, dopo un interrogatorio degli agenti dell'Fbi, Nemazee aveva restituito a Citigrouop i soldi avuti in prestito. Se condannato, nel corso del processo che si aprirà alla Corte federale di Manhattan, l'uomo rischia fino a 30 anni di carcere oltre a una multa.

Notizia ripresa da Il Corriere delle Tenebre
http://www.corriere.it/esteri/09_agosto ... aabc.shtml

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E' necessità et non si può far di manco


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 Oggetto del messaggio: Re: Obama: tramonto degli Usa?
MessaggioInviato: 26/08/2009, 17:11 
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Hassan...Hussein....mah! Ci vorrebbe Sergio Leone c'era una volta in America........la libertà!
Il Cireneo


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 Oggetto del messaggio: Re: Obama: tramonto degli Usa?
MessaggioInviato: 26/08/2009, 19:17 
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http://shaphiro.splinder.com/post/21177 ... n+po%C2%B4

Ora, calma, vediamo un po´. Gli USA hanno riserve petrolifere e di gas enormi. Ma Babac Hussein (babaca è una parola portoghese il cui significato vi lascio il piacere di scoprire su google) blocca ogni nuovo sfruttamento di questa ricchezza. Risultato? Ovvio, aumenta la dipendenza del suo (?) paese dall´estero. Notizia bomba, autorizza nuove perforazioni. Ganzo! Ma... dove? Tenetevi, perché Cabasilas diceva sempre dei collegamenti di Babac Hussein con i comunisti (Cabasilas è un po´paranoico) e con la cricca Soros&C. (Cabasilas è paranoico). Ecco, Babac Hussein investe $2 billion per estrazioni in BRASILE (Lula ringrazia). Ma non è finita. Guarda caso, pochi giorni prima di questo annuncio, G. Soros aveva aumentato i suoi investimenti nella Petrobrás, l´agenzia di estrazione petrolifera brasiliana. Ah,ah,ah... Ancora dubbi su chi ha fatto eleggere l´Obaminevole Babac Hussein?


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 Oggetto del messaggio: Re: Obama: tramonto degli Usa?
MessaggioInviato: 02/09/2009, 9:19 
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Obama loda l'Islam: "Parte integrante degli Usa"

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=379376
"Il Giornale" 2 settembre 2009


Il presidente degli Stati Uniti si è espresso così ricevendo i membri della comunità musulmana alla Casa Bianca: "Celebriamo i musulmani che hanno arricchito gli Stati Uniti e la loro cultura" ha detto Obama

Washington - Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto ieri l’elogio dell’Islam, che ha presentato come facente parte integrante degli Stati Uniti. Obama si è così espresso ricevendo membri della comunità musulmana alla Casa Bianca, in occasione di un pranzo di rottura del digiuno del ramadan. "Per più di un miliardo di musulmani, il ramadan è un periodo di devozione e di riflessione intensa" ha detto il presidente accogliendo i suoi invitati in una delle sale di ricevimento della Casa Bianca per questo "iftar" (pranzo di rottura del digiuno). "L’iftar di questa sera è un rituale perfetto in occasione di questo ramadan nelle cucine e nelle moschee nei cinquanta stati americani" ha sottolineato il presidente. "L’Islam, come sappiamo, fa parte degli Stati Uniti. Come il popolo americano nel suo insieme, la comunità musulmana americana è di un grande dinamismo e di una grande diversità" ha proseguito. "In questa occasione, noi celebriamo il mese sacro del ramadan e celebriamo anche qual punto i musulmani hanno arricchito gli Stati Uniti e la loro cultura" ha detto Obama.

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 Oggetto del messaggio: Re: Obama: tramonto degli Usa?
MessaggioInviato: 02/09/2009, 9:46 
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Obama"In questa occasione, noi celebriamo il mese sacro del ramadan e celebriamo anche qual punto i musulmani hanno arricchito gli Stati Uniti e la loro cultura"
...infatti ci sono un tremila croci in più nei cimiteri americani!
Chamberlain era più coraggioso ed onesto! Ridatemi Bush.Churcill!
il Cireneo


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 Oggetto del messaggio: Re: Obama: tramonto degli Usa?
MessaggioInviato: 02/09/2009, 10:13 
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Obama ama questi.....i talebani!
traditore!
Il Cireneo

«Mi hanno tagliato naso e orecchie ma tornerò di nuovo a votare»
Versione adatta alla stampa
L'incontro con l'uomo aggredito dai talebani mentre andava al seggio • Lal Mohammad: «Quando hanno trovato il certificato elettorale sono cominciate le botte»
di Lorenzo Cremonesi
Tratto da Il Corriere della Sera dell'1 settembre 2009

KABUL - «Sapevo che poteva essere pericoloso. Durante le settimane precedenti le elezioni i talebani avevano avvisato la popolazione di posti di blocco volanti che avrebbero tagliato naso e orecchie a chiunque avesse votato. Ma la mattina del 20 ho deciso che dovevo andare al seggio. Pensavo, e penso tutt’ora, sia l’unico modo per portare la pace nel nostro povero Paese» dice con un filo di voce Lal Mohammad.

Una fessura sanguinolenta in mezzo al viso e due moncherini di cartilagine dove prima c’erano le orecchie. Vestito con una sorta di pigiama azzurrino, ma stracciato ad una gamba e sporco di sangue, ci riceve nella stanza per i ricoverati nel reparto chirurgia plastica dell’ospedale Maiwan, nel cuore di Kabul.

Il suo dramma apparve come un rapido flash sulle televisioni private afgane quattro giorni fa. Questo povero contadino quarantenne sceso dalle montagne dello Oruzgan (circa 500 chilometri a ovest di Kabul) era la prima vittima davvero documentabile della brutalità talebana contro il processo elettorale. E ieri è stato rilanciato all’attenzione internazionale dopo che il quotidiano britannico “The Independent” era riuscito ad intervistarlo e fotografarlo bendato a naso e orecchie in un’abitazione privata alla periferia della capitale. In serata l’abbiamo raggiunto in ospedale assieme ad alcuni medici. Le autorità locali vorrebbero nasconderlo ai giornalisti. L’intero complesso ospedaliero rischia altrimenti di diventare un obiettivo della guerriglia talebana.

Lal Mohammad racconta dunque la sua storia con nuovi, inquietanti particolari. «La mattina del 20 agosto mi sono alzato presto nella mia fattoria sulle colline che dominano il villaggio di Sheran, dove si trovava il seggio. Ero in dubbio se votare o no. Lo avevo fatto per le presidenziali del 2004 e le parlamentari del 2005. Ma adesso era molto più pericoloso. Verso le sette e mezza mi sono deciso. Mia moglie e i miei nove figli dormivano ancora. Ci vuole circa un’ora e mezza per raggiungere il villaggio a piedi. A metà sentiero tre talebani che non conosco mi hanno fermato. Erano armati, mi hanno perquisito. Quando hanno trovato il certificato elettorale sono cominciate le botte. Mi hanno colpito con i calci dei fucili su tutto il corpo. Sono caduto a terra. E uno di loro mi ha tagliato naso e orecchie con un coltello».

Lasciato semisvenuto ai bordi del sentiero, viene raccolto da un cugino, Noor Mohammad, che ieri era vicino al suo letto. «Lal non poteva camminare, perdeva sangue. L’ho caricato su di un mulo e ci sono volute alcune ore per riportarlo a casa. Intanto nel villaggio si era sparsa la voce dell’aggressione. I talebani l’avevano ben pianificata in prima mattinata per scoraggiare l’andata alle urne», ricorda. Solo cinque giorni dopo riescono infine a trasportare Lal a Kabul. Qui si sparge la voce che sia stato subito dimesso e allontano per evitare problemi. E’ però il suo chirurgo, dottor Asik, a chiarire: «Abbiamo seguito le normali procedure. Il paziente è stato medicato e bendato. Non è mai stato in pericolo di vita. Lo abbiamo dunque invitato a tornare oggi per cominciare il processo di ricostruzione plastica, che prenderà almeno quattro mesi». Lal abbassa la testa. «Non so più che fare. Ora dovrò convincere la mia famiglia ad abbandonare la nostra fattoria per venire a vivere a Kabul. Là, sulle montagne del Oruzgan, è diventato troppo pericoloso per tutti noi. Nessuno può garantire la nostra sicurezza. E il mio caso sta diventando troppo noto. Io stesso neppure penso di tornare a prenderli, saranno i miei cugini a portare qui mia moglie e i bambini», le sue parole giungono sempre più deboli, lontane. Un uomo sconfitto, impaurito, rannicchiato sul materasso sporco.

Nella cultura locale il taglio di naso e orecchie rappresenta un’umiliazione gravissima. Molto peggiore del taglio del dito, che pure sembra sia stato compiuto in alcune zone rurali contro chiunque avesse sull’indice la macchia di inchiostro nero voluta dalle autorità come espediente ai seggi per evitare il rischio che gli elettori potessero votare più volte. Ieri pomeriggio alcuni studenti ospitati nei dormitori del campus dell’Università di Kabul spiegavano che nelle zone remote più infestate dai talebani, per esempio a Gazni, nel Lowgar e lungo la frontiera pakistana, in molti casi i commissari di seggio hanno evitato la procedura del dito nell’inchiostro proprio per evitare che gli elettori fossero individuabili. «Probabilmente ci sono state molte più violenze contro gli elettori nelle regioni rurali di quanto sia emerso dai media», commentano i medici del Maiwan. E cosa farà Lal Mohammad alle prossime elezioni? «Non voterò mai più», dice d’istinto. Poi, però ci pensa sopra. E si corregge: «Anzi, no. Voterò ancora. Altrimenti la diamo vinta ai talebani».


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 Oggetto del messaggio: Re: Obama: tramonto degli Usa?
MessaggioInviato: 06/09/2009, 11:36 
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USA, SI DIMETTE CONSULENTE DI OBAMA
Un consulente ambientale della Casa Bianca, Van Jones ha dato le dimissioni: accusò il governo degli Stati Uniti di coinvolgimento negli attentati dell'11 settembre

Ansa, 6.9.2009
http://www.ansa.it/opencms/export/site/ ... 23699.html

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 Oggetto del messaggio: Re: Obama: tramonto degli Usa?
MessaggioInviato: 07/09/2009, 10:12 
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Riuscirà a fare gli stessi danni fatti in europa dai socialisti come lui?
il Cireneo

Obama in caduta libera

di Cristiano Bosco
bosco@ragionpolitica.it

sabato 05 settembre 2009


«Cosa è successo a Barack Obama?», si è chiesto l'autorevole commentatore Charles Krauthammer sul Washington Post di venerdì, all'interno di un suo editoriale dall'eloquente titolo «Obama, il mortale». Che fine ha fatto il leader politico carismatico che, con messaggi quali «speranza» e «cambiamento», era riuscito a conquistare l'America, promettendo una nuova era? Sono molti, negli Stati Uniti, a porsi in questi giorni quesiti simili, di fronte ai risultati dei sondaggi che, da settimane a questa parte, danno il grado di popolarità del presidente in costante discesa.

Agosto è stato il mese più duro per la Casa Bianca: dopo aver fallito l'obiettivo di riuscire a far approvare dal Congresso un progetto di legge di riforma del sistema sanitario entro i limiti prestabiliti (ovvero entro la fine di luglio), l'amministrazione si è dovuta difendere da molteplici attacchi. Un fuoco proveniente da varie direzioni: oltre alla galvanizzata opposizione repubblicana, che ha sfruttato la propria ritrovata compattezza e il momento di difficoltà del presidente per attaccare con inaudita violenza la riforma facendo leva sulle paure degli americani (e paventando fantomatiche «commissioni della morte» volute dall'amministrazione per eliminare fisicamente gli anziani), a preoccupare il comandante in capo è stato anche il «fuoco amico» degli stessi democratici, con i moderati preoccupati dalla spesa governativa ormai fuori controllo, e i liberal sul piede di guerra dopo che Kathleen Sebelius, segretario alla Sanità, ha dichiarato che la cosiddetta «public option» (assicurazione pubblica garantita) non rappresenta una priorità indispensabile nella riforma desiderata dal governo.

Un'estate a dir poco incandescente per Obama, con una situazione ulteriormente aggravata, sul fronte interno - oltre che dal fin qui citato dibattito sulla riforma del sistema sanitario, in evidente fase di stallo - dalle pessime notizie provenienti dal fronte economico (il più alto tasso di disoccupazione da ventisei anni a questa parte, gli effetti dello «stimolo» che tardano a farsi sentire) e dall'apertura di un'indagine, per volere del dipartimento di Giustizia, sull'operato della CIA nella guerra al terrorismo condotta nell'era Bush, vaso di Pandora con potenziali conseguenze esplosive sul mondo dell'intelligence americana e, ovviamente, sulla politica. E tutto questo solo all'interno dei confini degli Stati Uniti, senza voler neppure prendere in considerazione le grane relative agli affari esteri, quali la grave situazione dell'Afghanistan o, sul piano diplomatico, la vittoria del Partito Democratico in Giappone, desideroso di rivedere i rapporti con lo storico alleato americano.

In poco più di un mese, Barack Obama ha visto la sua popolarità calare sensibilmente, una caduta libera nei sondaggi che non sembra essere destinata a fermarsi. Un segnale di allarme alquanto preoccupante per un leader politico che dei consensi oceanici e della luna di miele con il popolo americano aveva fatto i suoi maggiori punti di forza, elementi che gli hanno permesso di vincere le elezioni primarie del Partito Democratico contro la favorita Hillary Clinton, quindi di conquistare la Casa Bianca. Gli strateghi della maggioranza non nascondono una certa, comprensibile, ansia nell'osservare i numeri degli istituti di ricerca: secondo Gallup, il vantaggio dei democratici è sceso dai 17 punti percentuali di gennaio ai soli 5 di agosto, mentre la percentuale di approvazione di Obama si aggira ora al di sotto del 50%, la più veloce e cospicua perdita di consenso per un presidente dal dopoguerra ad oggi. Una discesa che, tuttavia, non sembra essere dovuta principalmente alle capacità e alla tenacia dei suoi avversari, siano essi repubblicani o democratici.

«Non sono i repubblicani che preoccupano i democratici. È il ritorno delle vecchie domande che circondano l'incompetenza dei democratici», ha notato il sempre provocatorio editorialista Paul David Kuhn. Per il quale i motivi di tale calo sono da ricercare direttamente negli errori del presidente e della sua maggioranza, incapaci di gestire le questioni più importanti, su tutte quella della riforma della sanità. Kuhn non è l'unico a pensarla in questo modo. Anche l'arcinota firma liberal di Time, Joe Klein, ritiene che il comandante in capo abbia commesso «errori da dilettante», mentre per la conservatrice Peggy Noonan del Wall Street Journal l'amministrazione paga la sua giovane età e il suo aver «perso il contatto» con l'America. Ma non è solo l'inesperienza, tallone di Achille di Obama, a essere oggetto di critiche. Il già citato Charles Krauthammer, invece, non ha dubbi: l'amministrazione paga le sue scelte politiche troppo marcatamente di sinistra, peccato capitale in un «paese di centrodestra». Per alcuni, nonostante si trovi in ufficio da meno di un anno, Barack Obama è già considerabile come un «dead man walking», un «uomo morto che cammina», sebbene i media generalisti - che non usavano certe cautele con George W. Bush - abbiano ancora qualche esitazione nel definirlo tale.

Il presidente proverà un ultimo, disperato, tentativo di riprendere in mano le redini del dibattito sulla sanità puntando sulla sua arma migliore, l'arte oratoria, con un discorso al Congresso riunito nei prossimi giorni. L'esito di tale apparizione sarà fondamentale: se egli riuscirà a far cambiare idea ad alcuni scettici, portando a casa un duraturo compromesso sulla riforma, magari accompagnato da un miglioramento dell'economia, il calo nei sondaggi potrebbe interrompersi e, in seguito, la marcia potrebbe invertirsi. In caso contrario, è prevedibile una stagione altrettanto difficile per la Casa Bianca, con i repubblicani già pronti a cavalcare l'ondata di malcontento popolare e dare il via a una battaglia senza quartiere in vista del prossimo appuntamento delle elezioni mid-term del 2010, con un occhio già alle presidenziali del 2012.


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