Riuscirà a fare gli stessi danni fatti in europa dai socialisti come lui?
il Cireneo
Obama in caduta libera
di Cristiano Bosco
bosco@ragionpolitica.it sabato 05 settembre 2009
«Cosa è successo a Barack Obama?», si è chiesto l'autorevole commentatore Charles Krauthammer sul Washington Post di venerdì, all'interno di un suo editoriale dall'eloquente titolo «Obama, il mortale». Che fine ha fatto il leader politico carismatico che, con messaggi quali «speranza» e «cambiamento», era riuscito a conquistare l'America, promettendo una nuova era? Sono molti, negli Stati Uniti, a porsi in questi giorni quesiti simili, di fronte ai risultati dei sondaggi che, da settimane a questa parte, danno il grado di popolarità del presidente in costante discesa.
Agosto è stato il mese più duro per la Casa Bianca: dopo aver fallito l'obiettivo di riuscire a far approvare dal Congresso un progetto di legge di riforma del sistema sanitario entro i limiti prestabiliti (ovvero entro la fine di luglio), l'amministrazione si è dovuta difendere da molteplici attacchi. Un fuoco proveniente da varie direzioni: oltre alla galvanizzata opposizione repubblicana, che ha sfruttato la propria ritrovata compattezza e il momento di difficoltà del presidente per attaccare con inaudita violenza la riforma facendo leva sulle paure degli americani (e paventando fantomatiche «commissioni della morte» volute dall'amministrazione per eliminare fisicamente gli anziani), a preoccupare il comandante in capo è stato anche il «fuoco amico» degli stessi democratici, con i moderati preoccupati dalla spesa governativa ormai fuori controllo, e i liberal sul piede di guerra dopo che Kathleen Sebelius, segretario alla Sanità, ha dichiarato che la cosiddetta «public option» (assicurazione pubblica garantita) non rappresenta una priorità indispensabile nella riforma desiderata dal governo.
Un'estate a dir poco incandescente per Obama, con una situazione ulteriormente aggravata, sul fronte interno - oltre che dal fin qui citato dibattito sulla riforma del sistema sanitario, in evidente fase di stallo - dalle pessime notizie provenienti dal fronte economico (il più alto tasso di disoccupazione da ventisei anni a questa parte, gli effetti dello «stimolo» che tardano a farsi sentire) e dall'apertura di un'indagine, per volere del dipartimento di Giustizia, sull'operato della CIA nella guerra al terrorismo condotta nell'era Bush, vaso di Pandora con potenziali conseguenze esplosive sul mondo dell'intelligence americana e, ovviamente, sulla politica. E tutto questo solo all'interno dei confini degli Stati Uniti, senza voler neppure prendere in considerazione le grane relative agli affari esteri, quali la grave situazione dell'Afghanistan o, sul piano diplomatico, la vittoria del Partito Democratico in Giappone, desideroso di rivedere i rapporti con lo storico alleato americano.
In poco più di un mese, Barack Obama ha visto la sua popolarità calare sensibilmente, una caduta libera nei sondaggi che non sembra essere destinata a fermarsi. Un segnale di allarme alquanto preoccupante per un leader politico che dei consensi oceanici e della luna di miele con il popolo americano aveva fatto i suoi maggiori punti di forza, elementi che gli hanno permesso di vincere le elezioni primarie del Partito Democratico contro la favorita Hillary Clinton, quindi di conquistare la Casa Bianca. Gli strateghi della maggioranza non nascondono una certa, comprensibile, ansia nell'osservare i numeri degli istituti di ricerca: secondo Gallup, il vantaggio dei democratici è sceso dai 17 punti percentuali di gennaio ai soli 5 di agosto, mentre la percentuale di approvazione di Obama si aggira ora al di sotto del 50%, la più veloce e cospicua perdita di consenso per un presidente dal dopoguerra ad oggi. Una discesa che, tuttavia, non sembra essere dovuta principalmente alle capacità e alla tenacia dei suoi avversari, siano essi repubblicani o democratici.
«Non sono i repubblicani che preoccupano i democratici. È il ritorno delle vecchie domande che circondano l'incompetenza dei democratici», ha notato il sempre provocatorio editorialista Paul David Kuhn. Per il quale i motivi di tale calo sono da ricercare direttamente negli errori del presidente e della sua maggioranza, incapaci di gestire le questioni più importanti, su tutte quella della riforma della sanità. Kuhn non è l'unico a pensarla in questo modo. Anche l'arcinota firma liberal di Time, Joe Klein, ritiene che il comandante in capo abbia commesso «errori da dilettante», mentre per la conservatrice Peggy Noonan del Wall Street Journal l'amministrazione paga la sua giovane età e il suo aver «perso il contatto» con l'America. Ma non è solo l'inesperienza, tallone di Achille di Obama, a essere oggetto di critiche. Il già citato Charles Krauthammer, invece, non ha dubbi: l'amministrazione paga le sue scelte politiche troppo marcatamente di sinistra, peccato capitale in un «paese di centrodestra». Per alcuni, nonostante si trovi in ufficio da meno di un anno, Barack Obama è già considerabile come un «dead man walking», un «uomo morto che cammina», sebbene i media generalisti - che non usavano certe cautele con George W. Bush - abbiano ancora qualche esitazione nel definirlo tale.
Il presidente proverà un ultimo, disperato, tentativo di riprendere in mano le redini del dibattito sulla sanità puntando sulla sua arma migliore, l'arte oratoria, con un discorso al Congresso riunito nei prossimi giorni. L'esito di tale apparizione sarà fondamentale: se egli riuscirà a far cambiare idea ad alcuni scettici, portando a casa un duraturo compromesso sulla riforma, magari accompagnato da un miglioramento dell'economia, il calo nei sondaggi potrebbe interrompersi e, in seguito, la marcia potrebbe invertirsi. In caso contrario, è prevedibile una stagione altrettanto difficile per la Casa Bianca, con i repubblicani già pronti a cavalcare l'ondata di malcontento popolare e dare il via a una battaglia senza quartiere in vista del prossimo appuntamento delle elezioni mid-term del 2010, con un occhio già alle presidenziali del 2012.