Ma allora, se quello è il senso della frase, non sa niente di "mani pulite", ad esempio. Il Pci (o come si chiamò poi) fu l'unico a salvarsi. Come mai? A quei tempi anch'io gongolavo dicendomi: "il mio partito è davvero l'unico onesto come pensavo"... La realtà però era un'altra.
Caro signor Luan, legga intanto questo articolo semplice semplice. Se non le basta, passeremo alle "coop rosse". Ma non ci fermeremo lì, naturalmente. Possiamo andare anche più indietro ancora, sul passato mai rinnegato (quindi ancora presente nel loro DNA). La faccia tosta ce l'hanno anche loro!
http://www.destra.it/html2/articoli.php?id=558ECCO COME FU SALVATO IL PCI DA MANI PULITE
La storia delle indagini a senso unico
nardiello3000@yahoo.it La vicenda è complicata, ma se vi va di capire come e perché il Pci è stato risparmiato dalla bufera di Mani pulite, allora vi consigliamo di seguirci. La strada è lunga e tortuosa, proprio come le vie attraverso le quali soldi di varia natura finirono nelle casse di Botteghe Oscure, ma se avrete pazienza e attenzione l’arcano sarà svelato. E il Re sarà nudo.
Sul Corriere della Sera di venerdì 14 febbraio, compare la lettera di un lettore che, richiamando la polemica sollevata sulle colonne del giornale di via Solferino da Carlo Giovanardi, Tiziana Parenti e Gerardo D’Ambrosio a proposito dell’inchiesta su Primo Greganti che lambì i massimi vertici del Pci-Pds, si chiede: «È probabile che ci sia ancora da sapere, ma quello che si è saputo è proprio insufficiente per chiarire la vicenda «dell’uomo di marmo Primo Greganti»?
Se Paolo Mieli permette, con il rispetto dovuto, vorremmo rispondere all’interrogativo pertinente che angoscia il lettore. La risposta è sì, un sonoro sì. Quello che si è saputo è più che sufficiente per chiarire la vicenda del “Compagno G”. In sintesi: la Procura milanese non solo si premurò di cercare (e trovare) l’ormai famoso preliminare di vendita con il quale fu evitato l’avviso di garanzia a Marcello Stefanini, defunto cassiere del Pci-Pds, ma impedì al pm di effettuare una rogatoria in Svizzera per svolgere ulteriori accertamenti su un conto sul quale, secondo l’accusa, era transitata una parte della famosa tangente della Ferruzzi. Quando il pm - spalleggiato dal gip, Italo Ghitti, secondo il quale era necessario un supplemento d’indagine - chiese di effettuare quella rogatoria, la Procura milanese, allora retta dal resistente Francesco Saverio Borrelli, rispose che tale accertamento era «ininfluente». Risultato: non si riuscì a dimostrare che quei soldi Greganti li girò al Pci. Insomma, avrete capito che si tratta di fatti sotterrati sotto metri di atti giudiziari relativi all’ormai famosa tangente pagata dal gruppo Ferruzzi per ottenere appalti Enel. Sull’argomento, l’allora magistrato che si occupò delle indagini, Tiziana Parenti, ha rivelato nuovi particolari che, però, sono stati taciuti dalla cosiddetta grande stampa.
La lunga lettera di “Titti la rossa”, apparsa nella rubrica del Corsera, era stata tagliata per ovvi motivi di spazio. Peccato, però, che le maggiori novità siano contenute proprio nella parte non pubblicata. Vediamo.
Come tutti ricordano, e come ricorda la stessa Parenti, per gli appalti Enel gli imprenditori dovevano versare una tangente di 1 miliardo e 242 milioni di lire a ognuno dei maggiori partiti: Dc, Psi, Pci. Le modalità del pagamento prevedevano due tranche di 621 milioni ciascuna. La prima tranche della tangente fu versata, come ammise lo stesso Lorenzo Panzavolta, manager della Ferruzzi, con un bonifico sul conto “Gabbietta” presso il Banco di Lugano, a Lugano. Un conto che «apparteneva pacificamente al Pci, come dimostrato dalla documentazione acquisita anche tramite mia rogatoria con la ex Germania Est e dalle testimonianze assunte» scrive la Parenti. Nel frattempo, il pm aveva accusato Greganti di aver girato la tangente a Stefanini. Il problema, però, è che il conto “Gabbietta” non fu l’unico a ricevere i soldi della tangente.
Una parte della prima rata di quei 621 milioni, racconta la Parenti, passò «dal conto “Gabietta” sul conto “Sorgente”, già in precedenza aperto per il deposito di un’altra tangente al Pci, quella del Po-Sangone». Ciò che restava sul conto “Gabietta” «e 100 milioni del conto “Sartìame” (un altro conto nella disponibilità del Pci, aperto presso una banca dell’ex Germania comunista, ndr), per complessivi 1 miliardo e 100 milioni - scrive ancora la Parenti nella lettera - transitavano sulla Società di Banca Svizzera di Chiasso, da dove pure erano transitati i diversi bonifici in entrata, e venivano ritirati da incaricati rimasti sconosciuti, così come sono rimasti sconosciuti gli intestatari ed effettivi titolari di quel conto e coloro che avevano disposto il ritiro della somma».
A quel punto il pm Parenti, che voleva vederci chiaro, chiese di effettuare una nuova rogatoria su quel conto della Banca di Chiasso per assumere ulteriori informazioni che potevano rivelarsi determinanti per l’accertamento della verità ma, come lei stessa racconta, sebbene la rogatoria stessa fosse indicata anche dal Gip come supplemento di istruttoria, «fu ritenuta ininfluente dalla Procura, che ritenne perciò di non doverla eseguire».
Tutti sanno che l’accusa a Greganti di aver girato quei soldi al cassiere del Pds, Stefanini, finì nel cestino in seguito all’esibizione, a sorpresa, di un preliminare di vendita di una casa a Roma da parte di Gerardo D’Ambrosio. Il documento, per inciso era una fotocopia, e l’originale non fu mai trovato. Questo bastò, dopo l’ammissione di Greganti (che però arrivò solo dopo il ritrovamento di D’Ambrosio, nonostante il funzionario del partito fosse in galera da alcuni mesi e avesse adotto una sua consulenza per la Ferruzzi in Cina) a ritenere che il “Compagno G” avesse usato i soldi della tangente per comprare casa. Insomma, i soldi erano per lui, non per il partito. Risultato: l’inchiesta sul Pci si arenò. Nel frattempo, però, le indagini su Dc e Psi per quella stessa tangente andarono avanti eccome. Fino alla condanna. Eppure la Parenti ricorda, contraddicendo quanto scritto da D’Ambrosio, che il preliminare di vendita «era del tutto ininfluente, non solo perché già risultava dalla documentazione bancaria da me acquisita, ma perché non risolveva assolutamente il problema della destinazione di tutte quelle somme di provenienza illecita e intrecci di conti svizzeri». Infatti, il Gip dispose di continuare le indagini. Solo che poi, denuncia ancora la Parenti, «successivamente al mio allontanamento nessuna indagine fu più svolta».
Basta questo per far capire anche ai più riottosi che la commissione su Tangentopoli è necessaria?
Vincenzo Nardiello
14 Febbraio 2003