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 Oggetto del messaggio: Re: Scuola da riformare. W la Moratti e la Gelmini
MessaggioInviato: 01/11/2008, 9:46 
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Tutti in piazza contro i tagli alle università. Ma ci sono prechi vergonosi, come quelli di cui parla Gian Antonio Stella suil Corriere di oggi:
http://www.corriere.it/cronache/08_nove ... aabc.shtml

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 Oggetto del messaggio: Re: Scuola da riformare. W la Moratti e la Gelmini
MessaggioInviato: 01/11/2008, 11:59 
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Articolo di Michele Brambilla su Il Giornale
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=302712

Qualcuno spieghi a Paolo Ferrero di Rifondazione, ad Angelo Bonelli dei Verdi, al senatore Vincenzo Vita del Pd, al portavoce dei Cobas Piero Bernocchi, all’ex poliziotto convertito al giovanilismo barricadiero Antonio Di Pietro, al suo sodale Francesco Pardi, insomma a tutti coloro che ieri hanno accusato il governo di aver falsificato la versione sugli incidenti di piazza Navona, qualcuno spieghi che siamo nel 2008.
Qualcuno spieghi a tutti costoro che nel 2008 c’è YouTube, che farà tanti danni ma qualche volta si rende pure utile: ad esempio in questi giorni è zeppo di filmati sugli incidenti di piazza Navona, e insomma non siamo più negli anni Settanta quando la mitica controinformazione poteva dar da intendere agli italiani che la colpa degli scontri di piazza era sempre e comunque dei fascisti o della polizia.
Qualcuno legga a questi patetici nostalgici del vittimismo d’antan che cosa ha scritto ieri Carlo Bonini su Repubblica, e ripeto Repubblica, che non vuol dire né Giornale né Libero né Secolo d’Italia, vuol dire Repubblica. Ecco che cosa era scritto su Repubblica ieri mattina, quindi prima che parlasse - per dire le stesse cose - il sottosegretario agli Interni Nitto Palma: «Quel che accade dopo è stato documentato dai video degli scontri. La carica che, intorno a mezzogiorno, parte dal settore degli studenti di sinistra coinvolge almeno trecento ragazzi, verosimilmente mobilitati da un tam-tam che, tra le 11 e le 12, avverte che “i fascisti vogliono prendersi la piazza”. Il tempo di reazione di Celere e carabinieri sarà di tre minuti».
Onore al merito di Carlo Bonini e di Repubblica, che da fonte non sospetta hanno ricostruito gli incidenti per come si sono svolti: in piazza erano presenti teste calde di destra e di sinistra, ma la carica è partita dal «settore degli studenti di sinistra» perché non si voleva che i fascisti occupassero la piazza; a caricare erano «in trecento», polizia e carabinieri sono intervenuti in «tre minuti». E quindi non è vero quello che dicono i Vita e i Di Pietro, i Pardi e i Ferrero: non è vero che tutto è partito «dagli studenti di destra che hanno aggredito inermi e pacifici dimostranti», e non è vero che polizia e carabinieri sono rimasti a guardare.
«Quel che accade è stato documentato dai video», scrive Bonini, ed è esattamente così. E proprio per questo è vergognoso, per non dire di peggio, che i vari Ferrero e compagnia sostengano che la prova delle menzogne del governo «sta nei video», che «basta andare su Internet». Sì, basta andare su Internet. Basta entrare nel sito di YouTube. Qui si trovano filmati a bizzeffe, sugli scontri di piazza Navona. Ce n’è per tutti i gusti. Per dimostrare che la colpa è «dei fascisti» oppure che è «di quelli di sinistra». Ma ce n’è qualcuno che riprende tutta la manifestazione, in ordine cronologico, un filmato che comincia con i cori e gli slogan pacifici, e poi va avanti senza interrompersi, e a un tratto mostra la carica - con lancio di pietre - di quelli della cosiddetta «sinistra antagonista». È quello il filmato che testimonia come è partito tutto: e che conferma le parole sia di Bonini su Repubblica, sia del sottosegretario Nitto Palma.
Intendiamoci bene. Non stiamo prendendo le difese di quelli del Blocco Studentesco: sono andati in piazza con i bastoni e con i caschi, e con chi va in piazza con i bastoni e con i caschi non abbiamo e non vogliamo avere nulla da spartire. Intendiamoci pure su un altro fatto: non siamo così beceri dal pensare che negli scontri di piazza abbia sempre torto una parte sola, l’estrema sinistra. Primo, perché di delinquenti ce n’è di ogni colore. Secondo, perché a volte perfino la polizia e i carabinieri possono sbagliare.Ma è proprio questo che non vorremmo rivedere: le infantili dispute sul «chi ha cominciato per primo», le ricostruzioni a senso unico, la decrepita tendenza di gran parte della nostra sinistra a vedere solo le mazze degli altri, le «provocazioni fasciste», le infiltrazioni nella polizia. È con questa retorica, anzi è con questa schifosa deformazione dei fatti che negli anni Settanta è stata negata l’esistenza di un estremismo di sinistra che era già violento all’inizio, e che poi degenerò com’è degenerato. Era una sinistra che pretendeva una patente di verginità, anzi di concezione immacolata, e trovava a tenerle bordone una stampa italiana supinamente allineata, più per vigliaccheria e per conformismo che per convinzione (e ci sia permesso di ricordare l’ovvio, e cioè che il Giornale di Montanelli nacque proprio per essere una stecca nel coro).
La disinformazione raggiunse il suo apice il 14 maggio 1977, quando in via De Amicis a Milano venne ucciso - con un colpo di pistola - il brigadiere di polizia Antonino Custra. Un fotografo dilettante fermò l’istante in cui un giovane estremista di sinistra - il passamontagna sul volto, la pistola impugnata con entrambe le mani, le gambe leggermente piegate - faceva fuoco contro la polizia. Il lettore avrà già capito di quale foto sto parlando: è quella che sarebbe poi diventata l’immagine-simbolo degli anni di piombo. Una foto bellissima e drammatica, che aveva però un difetto: faceva a pugni con la tesi immediatamente confezionata dal «giornalismo democratico», e cioè che Custra era stato ucciso per errore da un collega, visto che in via De Amicis solo la polizia era armata. Ebbene, quella sera stessa il fotografo andò a portare l’immagine alla cronaca milanese del Corriere della Sera, che la rifiutò. Si rivolse allora al Resto del Carlino, che ebbe il merito, ma soprattutto il coraggio, di pubblicarla. Il giorno dopo, quello scatto fece il giro del mondo. Gli editori del Corriere, Andrea e Angelo Rizzoli, ordinarono al direttore Piero Ottone di svolgere un’inchiesta interna, al termine della quale il capocronista e il suo vice furono rimossi. Poco dopo fu sostituito lo stesso Ottone, che a certe faziosità e censure non era sicuramente estraneo.
Anni brutti, altro che formidabili. Ora, tra le tante pagliacciate che certi incanutiti agit-prop vorrebbero resuscitare, c’è anche quella Disinformacja. Ma per fortuna oltre al ciclostile c’è YouTube.
Michele Brambilla

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 Oggetto del messaggio: Re: Scuola da riformare. W la Moratti e la Gelmini
MessaggioInviato: 01/11/2008, 13:03 
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"La verità sugli scontri di Roma" (il titolo dell'articolo...)

aristide ha scritto:
Articolo di Michele Brambilla su Il Giornale

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 Oggetto del messaggio: Re: Scuola da riformare. W la Moratti e la Gelmini
MessaggioInviato: 06/11/2008, 22:12 
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MINORANZE RUMOROSE - Giancarlo Loquenzi, L'Occidentale, 24 Ottobre 2008
Vogliamo provare a capirci qualcosa in questa storia dell'Universita', delle occupazioni, della Gelmini e tutto il resto? Non sara' facile, vi avverto, perche' circola una confusione tale - in parte dovuta alla malafede, in parte alla superficialita' - che a mettere un po' d'ordine ci vuole concentrazione.
(http://rassegnastampa.totustuus.it/modu ... e&sid=3551)

VOLTAGABBANA DEL MAESTRO UNICO - Michele Brambilla, Il Giornale 29 ottobre 2008
A sinistra considerano 'pericolosa' la reintroduzione di un solo docente alle elementari. Ma fino a pochi mesi fa avevano nostalgia del vecchio sistema. Ecco che cosa scrivevano
(http://rassegnastampa.totustuus.it/modu ... e&sid=3552)

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 Oggetto del messaggio: Re: Scuola da riformare. W la Moratti e la Gelmini
MessaggioInviato: 11/11/2008, 15:40 
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Da Il Giornale

n. 270 del 2008-11-11 pagina 0

La carica dei prof: cresciuti il triplo degli iscritti
di Francesca Angeli

Dietro la crisi di bilancio di molti atenei italiani l’esplosione delle spese per gli stipendi di docenti e tecnici. Dal 2000 a oggi il peso delle buste paga degli ordinari è aumentato del 63%, mentre le matricole solo del 10%

Roma - Primi in moltiplicazione delle cattedre. Ultimi nell’assegnazione delle borse di studio. Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini, fin dal suo primo discorso alle Camere aveva subito segnalato come tra le priorità del governo ci fossero la valorizzazione del merito, la revisione del sistema dei concorsi e la riduzione del numero dei corsi di laurea. Quasi 5.500 nello scorso anno accademico. Ora i dati del ministero elaborati dal Sole 24Ore confermano che mentre gli studenti non aumentavano ed in qualche caso anzi diminuivano, le cattedre proliferavano senza controllo, spuntando come funghi, spesso al solo scopo di sistemare qualcuno. Una degenerazione esplosa dopo la riforma del 3+2 varata alla fine del ’99 dal governo di centrosinistra. In pochi anni esplode il numero dei corsi di laurea che da circa 3.000 salgono ad un massimo di 5.412 per 180.000 insegnamenti. I professori ordinari aumentano del 32,2 per cento ed i loro stipendi schizzano come incidenza fino ad un più 63,7 per cento. Non aumentano con la stessa velocità però gli associati ed i ricercatori trasformando l’organico dell’Università in una sorta di piramide rovesciata dove ci sono più generali che colonnelli e più tenenti che soldati semplici. E soprattutto senza alcun corrispettivo nell’aumento degli studenti che sono saliti di un modesto 10,6 per cento. Ci sono casi limite come quello della sede di Foggia nata nel ’99 che nel 2000 contava 27 professori ordinari saliti oggi a 97. Ma quello che colpisce è l’incremento in percentuale dei docenti, più 361,9 per cento; degli associati, più 67,2; contro un misero incremento degli studenti del 17,6.

Nel mirino del ministro Gelmini sono finiti pure i bilanci in dissesto. Al top ma in senso negativo quello di Siena dove la spesa per il personale corrisponde all’89,2 per cento del Fondo ordinario, tenendo conto che il tetto massimo è del 90 e che a questo si aggiunge un buco di 150 milioni di euro. Segue Firenze con una spesa del 92,1 del fondo per gli stipendi ed un buco 40 milioni.

Il decreto licenziato giovedì scorso dal consiglio dei ministri (trasmesso in serata al Quirinale, dovrebbe essere pubblicato oggi o al massimo domani in Gazzetta Ufficiale) contiene già alcuni correttivi.

Prima di tutto si riservano incentivi ai migliori, assegnando agli atenei virtuosi il 7 per cento del Fondo, circa 530 milioni di euro. Uno dei criteri per valutare la virtuosità dell’Ateneo sarà quello legato alla produzione della ricerca. Sempre nel decreto ci saranno 135 milioni di euro in più da assegnare subito a partire dal 2009 per gli studenti meritevoli attraverso le borse di studio. Negli anni scorsi molti studenti ritenuti idonei erano rimasti esclusi per mancanza di fondi. La Gelmini punta invece a coprire tutte le richieste. Per l’anno prossimo la somma a disposizione per il diritto allo studio sarà di 246,9 milioni.

Oggi il ministro incontrerà i sindacati del settore universitario che per venerdì prossimo, il 14, hanno proclamato uno sciopero. La Gelmini si dice «disponibile al dialogo» con chi vuole veramente riformare il sistema dell’istruzione ed assicura che dopo aver varato i provvedimenti più urgenti con i decreti «per la riforma completa la sede del confronto sarà sicuramente il Parlamento».


Speriamo che il nostro ministro continui così, e non si lasci ostacolare dalla piazza....


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 Oggetto del messaggio: Re: Scuola da riformare. W la Moratti e la Gelmini
MessaggioInviato: 17/11/2008, 12:16 
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Da Il Giornale

n. 274 del 2008-11-15 pagina 1

Miei cari ragazzi, va combattuta la cultura egualitaria
di Geminello Alvi

Non è gran consolazione che l’Economist di ieri abbia chiamato good news le varie misure per l’Università del ministro Gelmini. Certo servirà per replicare ai tarantolati in sfilata che in strada fuorviano i giovani più fragili, oppure a una opposizione catatonica che cerca di rianimarsi. Ma v’è in ciò anche un che d’umiliante: l’inabilità della università italiana risulta ormai tale che i giudizi ultimi su di essa vengono rimessi all’estero. La stessa condizione di un’università africana, dove la citazione in una rivista inglese decide di una autorevolezza che la cultura del luogo non si può dare. Appunto questa è l’odierna essenza della università sortita dalle scalate sociali dei sessantottini, e dalle viltà democristiane e dal colpo di grazia dei comunisti. Ma se è così le riforme della ministra Gelmini, per quanto siano volenterose, servono a poco. E in questo pessimismo mi ritrovo confermato dall’esperienza. La settimana scorsa ho pensato bene di dimettermi dal mio corso d’insegnamento.

Per la verità, due decenni fa, alle forche caudine dell’università italiana preferii il ritrovarmi emigrato a lavorare in una sobria banca svizzera. Non me ne sono mai pentito. Eppure, a periodi, sono tornato a tenere piccoli corsi. Ma ogni volta ho sentito sdegno e dolore: per la diseducazione dei giovani che la nostra più elevata educazione, quella universitaria, quasi sempre completa. Non c’è entusiasmo di un giovane che non sia il più delle volte sedato in luoghi dove gli esamucci, i corsi soporiferi, e le carriere sciupano tutto. Tra l’altro i migliori docenti di una volta, che almeno sapevano, si sono fatti più rari; ora prevale un conformismo senza fervore, di tipi umani fuori parte. Nati per fare i piazzisti di caramelle ma finiti accademici, dunque intenti a piazzare corsi, articoletti o loro raccomandati di nullo pregio. Altro che riformine. Il guaio è di quelli che si rimediano solamente col lavoro duro di una generazione. Alla Università mancano ormai gli esempi e una propria comunità. Ne è riprova l’idea disperata che circola di far scrutinare, decidere all’estero la selezione accademica: palese ammissione di indegnità e pochezza. Dunque difetto di quell’esempio di forza intellettuale e morale che è la prima lezione che uno studente dovrebbe ricevere. Invece si ritrova appunto educato a contare i crediti, a mettersi in salvo con un qualche corso all’estero, a simulare quanto non sa, in esami inutili, e peggio: a sentirsi solo. Perché l’altro esiziale difetto è che l’università italiana è come il corridoio di tanti ministeri, dove gli uscieri fanno i cruciverba e telefonano. Luogo freddo, di una burocrazia senza comunità, nel quale il giovane impara a barcamenarsi, solo, in un senso di inutilità che educa a divenire pessimi ma furbi, piegandosi alle inutilità dei vari corsi, o agli sfoghi prescritti dalle rivolte finte.

Ma me ne sono accorto: volevo scrivere un articolo di giornale e invece sto scrivendo una lettera agli studenti, alle decine di visi, ai quali mi sono affezionato. Ma è stato inutile: il fervore di lezioni, forse persino quell’oretta di lotta giapponese a cui tra le due lezioni, nella pausa pranzo, ho preteso addestrarli. Perché almeno serviva a fare comunità, a farli sentire seguiti, educati a un’educazione civica vera, all’arte della misura e della comprensione. Ovvero a una comunità, alla quale però nelle università italiane non si sognano neppure di dover educare. E che può fare chi ha un altro mestiere, e insegna per poche ore? Ben poco; e alla fine resta sì l’affetto degli studenti, ma anche lo spettacolo di vedere distorti i loro migliori talenti. Ma per non essere cupi; torniamo a quanto proprio bisognerebbe fare. Anzitutto lasciare che sia la cultura a ridarsi degli esempi, e a crearsi delle proprie comunità. Da evitarsi i vari punteggi sovietici, né servono più soldi statali: sono il varco del male. Ci si prepari piuttosto al lavoro di una generazione: a far sì con una libera struttura di fondazioni, che i docenti migliori si aggreghino e si cooptino, e si premino i meritevoli, avversando una cultura egualitaria. Si richiede insomma che non siano più dipendenti statali. Ma così, si dirà, ci saranno delle comunità universitarie di serie A, e le altre di B. La replica è immediata: nella presente istruzione una comunità universitaria esiste assai poco, comunque l’esempio generale è già ben sotto la serie D.


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 Oggetto del messaggio: Re: Scuola da riformare. W la Moratti e la Gelmini
MessaggioInviato: 22/11/2008, 12:49 
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Vi propongo un altro interessante articolo da Il Giornale di sabato 22 novembre, a firma di Gian Mario Chiocci e Luca Rocca.
Sotto inchiesta metà delle università italiane
E' utile per capire come mai la casta dei baroni dell'Università si oppone alle riforme della Gelmini
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=307914

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 Oggetto del messaggio: Re: Scuola da riformare. W la Moratti e la Gelmini
MessaggioInviato: 09/12/2008, 21:36 
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LA SCUOLA AFFONDA, SALVIAMOLA!
Il ministro Gelmini ha accettato una missione impossibile: arrestare lo sfascio dell’istruzione pubblica. Aiutiamola firmando la petizione

http://rassegnastampa.totustuus.it/modu ... age&pid=90

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MessaggioInviato: 24/12/2008, 18:51 
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PER RISANARE L'UNIVERSITA’ BASTA ABOLIRE IL VALORE LEGALE DELLA LAUREA
Mario Bertoncini, "Italia Oggi", 6 novembre 2008

Recatevi sul sito dell'Universita’ di Bari, facolta’ di veterinaria. Troverete una ricca scheda sul ‘Corso di laurea in scienze dell'allevamento, igiene e benessere del cane e del gatto’. Recatevi sul sito del ministero della Gelmini. Troverete che esiste una sede staccata dell'Universita’ di Sassari, in quel di Ozieri, con 15 studenti iscritti. Bastano questi due piccoli dati per capire che l'istruzione superiore non puo’ andare avanti così.
(http://rassegnastampa.totustuus.it/modu ... e&sid=3573)

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Idea: aboliamo la scuola pubblica
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=316930

È una provocazione, ma potrebbe anche essere la soluzione meno assurda. La scuola statale italiana è talmente malridotta che nemmeno i figli dei responsabili ideologici (dello sfascio, s’intende) ci vanno più. E allora: perché non abolirla? Chiudiamo la scuola pubblica e mettiamo in concorrenza tra di loro le private. Lo Stato non produca istruzione, ma paghi un buono scuola alle famiglie, da spendere negli istituti scolastici che ritengono più adeguati.

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