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 Oggetto del messaggio: Re: L’invasione e la dominazione silenziosa: la società multicul
MessaggioInviato: 13/07/2007, 3:00 
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Iscritto il: 22/06/2007, 10:43
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Ho trovato un articolo riguardante l'immigrazione musulmana in Australia. Trattandosi per l'appunto di immigrazione, lo posto qui. E' in inglese, ma comprensibilissimo.

Muslims who want to live under Islamic Sharia law were told on Wednesday to get out of Australia , as the government targeted radicals in a bid to head off potential terror attacks.
A day after a group of mainstream Muslim leaders pledged loyalty to Australia and her Queen at a special meeting with Prime Minister John Howard, he and his Ministers made it clear that extremists would face a crackdown. Treasurer Peter Costello, seen as heir apparent to Howard, hinted that some radical clerics could be asked to leave the country if they did not accept that Australia was a secular state, and its laws were made by parliament. "If those are not your values, if you want a country which has Sharia law or a theocratic state, then Australia is not for you", he said on National Television.
"I'd be saying to clerics who are teaching that there are two laws governing people in Australia : one the Australian law and another Islamic law that is false. If you can't agree with parliamentary law, independent courts, democracy, and would prefer Sharia law and have the opportunity to go to another country, which practices it, perhaps, then, that's a better option", Costello said.
Asked whether he meant radical clerics would be forced to leave, he said those with dual citizenship could possibly be asked to move to the other country. Education Minister Brendan Nelson later told reporters that Muslims who did not want to accept local values should "clear off. Basically people who don't want to be Australians, and who don't want, to live by Australian values and understand them, well then, they can basically clear off", he said.
Separately, Howard angered some Australian Muslims on Wednesday by saying he supported spy agencies monitoring the nation's mosques.
Quote: "IMMIGRANTS, NOT AUSTRALIANS, MUST ADAPT. Take It Or Leave It. I am tired of this nation worrying about whether we are offending some individual or their culture. Since the terrorist attacks on Bali , we have experienced a surge in patriotism by the majority of Australians."
"However, the dust from the attacks had barely settled when the 'politically correct' crowd began complaining about the possibility that our patriotism was offending others. I am not against immigration, nor do I hold a grudge against anyone who is seeking a better life by coming to Australia ." "However, there are a few things that those who have recently come to our country, and apparently some born here, need to understand." "This idea of Australia being a multi-cultural community has served only to dilute our sovereignty and our national identity. And as Australians, we have our own culture, our own society, our own language and our own lifestyle."
"This culture has been developed over two centuries of struggles, trials and victories by millions of men and women who have sought freedom"
"We speak mainly ENGLISH, not Spanish, Lebanese, Arabic, Chinese, Japanese, Russian, or any other language. Therefore, if you wish to become part of our society . Learn the language!"
"Most Australians believe in God. This is not some Christian, right wing, political push, but a fact, because Christian men and women, on Christian principles, founded this nation, and this is clearly documented. It is certainly appropriate to display it on the walls of our schools. If God offends you, then I suggest you consider another part of the world as your new home, because God is part of our culture."
"We will accept your beliefs, and will not question why. All we ask is that you accept ours, and live in harmony and peaceful enjoyment with us."
"If the Southern Cross offends you, or you don't like "A Fair Go", then you should seriously consider a move to another part of this planet. We are happy with our culture and have no desire to change, and we really don't care how you did things where you came from. By all means, keep your culture, but do not force it on others.
"This is OUR COUNTRY, OUR LAND, and OUR LIFESTYLE, and we will allow you every opportunity to enjoy all this. But once you are done complaining, whining, and griping about Our Flag, Our Pledge, Our Christian beliefs, or Our Way of Life, I highly encourage you take advantage of one other great Australian freedom,
'THE RIGHT TO LEAVE'."
"If you aren't happy here then LEAVE. We didn't force you to come here. You asked to be here. So accept the country YOU accepted."
http://www.snopes.com/politics/religion/Australia.asp


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 Oggetto del messaggio: Re: L’invasione e la dominazione silenziosa: la società multicul
MessaggioInviato: 13/07/2007, 7:17 
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Iscritto il: 01/05/2007, 16:19
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E quando mai la sinistra è stata democratica?
Matteo


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 Oggetto del messaggio: Re: L’invasione e la dominazione silenziosa: la società mult
MessaggioInviato: 13/07/2007, 7:48 
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Beh, lo è nel significato "sinistro" del termine "democrazia".
Ma questa è una discussione che va ripresa nel forum più adatto (viewforum.php?f=16) dove, se non ricordo male vi è un argomento aperto sulla questione

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 Oggetto del messaggio: Re: L’invasione e la dominazione silenziosa: la società multicul
MessaggioInviato: 13/07/2007, 8:03 
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Concordo.
Inoltre sinistro oggi non è più una Cosa ma un nome. Come dire, nomen omen. Cosa ne dice di Prodi?
IL Cireneo


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 Oggetto del messaggio: Re: L’invasione e la dominazione silenziosa: la società multicul
MessaggioInviato: 13/07/2007, 9:19 
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A proposito...ricordate Lodi con la moschea gratis e compagnia canatnte.
Leggete questo!
IL Cireneo
La memoria è utile perché serve a dare significato al presente in termini di comprensione e di valutazione della realtà e dei suoi attori. Può succedere che la memoria giochi dei brutti scherzi sia per problemi patologici, tendenzialmente degenerativi, sia per un eventuale tornaconto. La visione vichiana circolare della storia, inoltre, ripropone oggi episodi di ieri che, seppur con attori diversi e con modalità diverse, generano e danno forma ad un archetipo. Le manifestazioni, ad esempio, si possono definire degli archetipi. Una sorta di cornice che consente all’attore esterno la possibilità poi di esprimere giudizi, valutazioni su fatti e persone, permettendo di confrontare l’oggi con ieri. E’ successo un episodio una decina di giorni fa nella città di Torino che mi ha riportato alla memoria ciò che era successo a Lodi circa un lustro fa. Il fatto di cronaca torinese è questo. Un gruppo, circa un centinaio di individui, proveniente dai centri sociali, nella giornata di Sabato 23 Ottobre, passando davanti alla Chiesa della Parrocchia del Carmine, ha deciso di “partecipare” alla liturgia delle ore 18.00, animandola, probabilmente non era abbastanza “rave”, con il lancio di un petardo, che ha spaventato i fedeli, con una “pisciata” collettiva sulla facciata della Chiesa, attività di solito svolta dai cani, e con le immancabili scritte, che “abbelliscono” i muri e monumenti di una città, e che rendono l’idea del concetto di civiltà e di cultura degli uomini in maschera: "NAZI-RATZINGER" e "CON LE BUDELLA DEI PRETI IMPICCHEREMO PISANU". Il tutto, visto che sono trascorsi ben dieci giorni, condito con il rigoroso silenzio della stampa nazionale e delle forze politiche che più fanno riferimenti a questi movimenti. Qualche voce, a dire il vero, si è alzata in difesa della Chiesa: il giornale Tempi, il Presidente del Senato Pera, ma dalle altre parti un silenzio assordante rotto da qualche invito al ridimensionamento dell’evento. Cosa c’entra Lodi? Circa cinque anni fa un gruppo di appartenenti alla Lega ha organizzato una manifestazione, cui parteciparono alcune centinaia di persone, per stigmatizzare la decisione di “piazza Broletto” di regalare un terreno di circa 2500mq alla comunità islamica per la costruzione di una Moschea. Durante la manifestazione, oltre ai motti stile “Borghezio” che ricorrono purtroppo nel metodo leghista, era stato compiuto un “oltraggio” all’area in questione attraverso l’aspersione di “piscio” di maiale. Apriti cielo! Da tutte le parti sinistra, destra, centro, sopra, sotto, ONG, associazioni di tutti i generi, collettivi vari, si sono alzati i “soliti” e tradizionali motti di sdegno e di preoccupazione sul fascismo di ritorno, sulla deriva nazista della destra, sul dilagare del razzismo nella Casa delle Libertà, con la richiesta continua ed ossessiva di prese di posizione da parte dei leader di centro destra pro o contro il gesto “infamante”. Ricordo bene come la stampa locale e nazionale si sia adoperata, addentando l’osso, nel dare risalto all’episodio, di come in televisione e non venissero organizzati dibattiti sulla questione Lodi che per diverso tempo e con modalità stop and go venivano riproposti. In particolare mi rimbomba, ancor oggi, nelle orecchie la parola intolleranza che riecheggiava di bocca in bocca di giornale in giornale, di radio in radio e così via. Intolleranza che partendo dalla mancanza di rispetto degenerava nell’odio razziale. Come ben dice Quinto Ennio: Si odia chi si teme”. Il mussulmano temuto e quindi odiato. Sostanzialmente il tutto ruotava sul rapporto tra intolleranza ed ignoranza. Si era creato l’archetipo del neo fascista ignorante e razzista con il rischio della violenza alle porte. Antonio Fogazzaro ben sosteneva che .” Le cose non sono mai così terribili da non poter peggiorare” . Oggi che sono cambiati i soggetti, non più il leghista, ma il centro sociale, non più i mussulmani, ma la chiesa cattolica, mi sarei aspettato che l’archetipo fosse riproposto: intolleranza, ignoranza, violenza, odio razziale, “piscio” tutti ingredienti di quella ricetta che porta alla realizzazione degli estremismi. Oggi come ieri mi sarei aspettato una protesta collettiva nei confronti di questa azione di disprezzo, una stigmatizzazione comune. No, vedo che non è così! Si capisce che la “par condicio” non funziona per la Chiesa Cattolica, che la memoria è spesso difettosa e che, d’altra parte, nulla è più complicato della sincerità.

IL Cireneo


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 Oggetto del messaggio: Re: L’invasione e la dominazione silenziosa: la società multicul
MessaggioInviato: 13/07/2007, 15:40 
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Iscritto il: 18/03/2007, 13:09
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Raffaele IANNUZZI, Salviamo i cristiani dalla "civiltà" occidentale, in lOccidentale.it, 24.6.2007.

Il Cristianesimo è il Perturbante, nel senso freudiano del termine. I nichilisti di oggi non riescono proprio a sopportare la Cristianità come fatto integrale, non solo intimistico, ermeneutica, similheideggeriano, di heideggerismo minore sostanziato, occorre precisare; il Cristianesimo come Cristianità, spiegato da Maggiolini in un saggio pubblicato sulla rivista di Ratzinger e Balthasar, «Communio», negli anni novanta del secolo scorso, è indigeribile. Ci vuole, invece, il cristianesimo senza maiuscola, il tomo minore, la negazione della Croce e l’elevazione dell’interpretazione, dio minore con il quale si leccano gli stivali della fiorente ermeneutica dell’accademia vincente, “de sinistra”, imparruccata e anti-capitalista, avendo rendite di Stato e giacobinismo totalitario da vendere.
Ecco, questo milieu è l’anticamera della tortura ideologica alla quale viene sottoposto il Cattolicesimo, la “vera religione” come sapevano i nostri Padri, di formazione agostiniana, tutta roba da scrivere con la severa maiuscola. Pezzi interi di Chiesa vengono tranciati via, oggi, dalla violenza islamica, in Iraq, ma anche in Sudan e in Palestina. Anche con una certa complicità cinese, in Africa, ma i mondi chiusi e fondamentalisti, con le loro distinte e specifiche caratteristiche, si intendono bene. Soprattutto quando si tratta di incidere sul corpo del Cristianesimo. E perché? Chiaro: perché il Cristianesimo è Cristianità, cioè civiltà e senso comune di una tradizione bimillenaria, edificatrice di cattedrali con mura e con summe magistrali, dunque un fronte compatto di verità e di clamore. Un successo infinito. Che viene attaccato e ferito, con un eccesso di zelo degno di miglior causa, dal nichilismo nostrano ed europeo in genere, alleato oggettivo della belva islamica.
E’ assolutamente necessario difendere i cristiani, anche usando la forza. Paolo VI commise un errore quando sostenne orgogliosamente, ma assai poco realisticamente, che la Chiesa non si sarebbe mai abbassata ad assumere il principio della richiesta di un livello minimo di reciprocità nei confronti della libertà religiosa a favore dei cattolici e dei cristiani, del loro sacrosanto diritto di culto, che i costumi islamici negano con la violenza. La più grande moschea d’Europa costruita di fronte a San Pietro, voluta dal gran maestro del compromesso al ribasso, Andreotti, è stato il segno del cedimento nei confronti dell’Islam, considerato un interlocutore da blandire, anziché un pericolo da contrastare. In un articolo dal titolo assai eloquente, «Europa, europei, euroitaliani», Cernetti, dunque non un cattolico, anzi uno gnostico apocalittico piuttosto anti-cristiano, ha osservato: “Sentirsi europeo vorrà dire sentirsi muslim, sottomesso alla parola coranica? Tra poco accadrà, a Roma, qualcosa di autenticamente meditabile, e di ben più contundente che la grinta della Bundesbank: sarà inaugurato l’altro San Pietro, la grande Moschea romana di Forte Antenne. Nascerà l’euromuslim, naturalmente...”. Non ricorda tutto ciò l’Eurabia di fallaciana memoria? La rivista «30Giorni», diretta appunto da Andreotti, è il manifesto culturale di questo cedimento all’Islam, dhimmitudine pura, seppur manifestato come una sorta di permanente dialogo ecumenico, con l’uso di una retorica rassicurante e di segno anti-americano.
Magister, nella sua newsletter, www.chiesa, annota che la dhimmitudine sia questione dimostrata tanto dalla Fallaci quanto da Bettiza, poi riannodata attorno alla contemporaneità da Bat Ye’or, infine, ripresa, in chiave più marcatamente biblico-teologica, da un esegeta gesuita del calibro di Rossi De Gasperis («La Shoa spirituale attuata dagli arabocristiani», sulla newsletter di Magister, 27.03.2002). Apriamo dunque un fronte realmente critico e possiamo farlo agevolmente documentandosi, attingendo a fonti culturali direi neoclericali come «30Giorni». Basta leggere, nel numero di aprile 2007, il reportage dedicato alla missione in Siria del gesuita padre Dall’Oglio: “A raccontare di padre Paolo si rischia di scivolare nel cliché dell’idealista ostinato dall’ego ingombrante. Figlio di uno dei leader democristiani della prima ora («quando tornavano in treno dalle grandi manifestazioni, a De Gasperi capitò di addormentarsi sulla spalla di mio padre Cesare, che alla fine degli anni Quaranta dirigeva i gruppi giovanili»), quartogenito di otto fratelli, casa borghese al quartiere Salario. E poi la militanza a sinistra, da cristiano «per il socialismo», il volontarismo del ragazzo benestante da esercitare nelle borgate romane, lo scoutismo, il servizio militare negli alpini («volevamo occupare la caserma, aspettavamo da un momento all’altro il golpe degli americani...»). Fino al sorprendente proposito di entrare nella Compagnia di Gesù, emerso nel ’74 come risposta traboccante a una vocazione avvertita in mezzo ai mille desideri di vivere alla grande. Un’avventura che anche per casi fortuiti – un viaggio dalla Turchia alla Giordania, o l’incontro con l’islamologo gesuita Arij Roest Crollius – appare subito segnata dal fascino per il mondo musulmano, per quella moltitudine «che in ogni Paese s’inginocchia nel medesimo gesto, e prega sussurrando con la stessa lingua le sue parole di sottomissione all’unico Dio». A Pedro Arrupe già nel febbraio ’75 il novizio romano confida baldanzoso il suo desiderio di «offrire la vita per la salvezza dei musulmani»”. Il cedimento delle élites, provenienti dal cristianesimo militante a sinistra, nel socialismo, è spaventosamente evidente. Un terremoto spirituale, antropologico e culturale. Nonché pastorale, se pensiamo a cosa sia ridotta la missione e l’evangelizzazione con un approccio di questo genere.
Errore. Un altro errore: il dialogo interreligioso di Assisi il 27 ottobre 1986, altro errore che ha ingenerato un sentire comune errato nei confronti non solo dell’ecumenismo, ma anche nei riguardi della nostra civiltà, cristiana e occidentale. Una sequela di errori che stiamo pagando a prezzo d’inflazione. Perfino la destra di Fini sta cedendo, anche per evidenti limiti culturali e per una neppure troppo celata volontà di inserirsi nel corpo degli eletti liberaldemocratici, cioè progressisti. Nell’analisi oggettiva dello stato delle cose non può non prevalere un certo disincanto. Oggi siamo al punto di svolta. Aderire all’appello di Magdi Allam per la difesa dei cristiani è certamente un passo civile, che io personalmente farò (a proposito, per aderire, basta scrivere all’indirizzo e-mail salviamoicristiani@gmail.com). Ma non basta. E’ necessario presidiare militarmente i territori in cui il cristianesimo viene ferocemente attaccato: in Iraq e in Sudan sono vere e proprie carneficine, l’Onu, anti-cattolico fino al midollo, ha miseramente fallito, ci vogliono gli Stati dell’Europa di Sarkozy e della Merkel. Questo asse politico-militare deve fare la sua parte. Perché sull’Europa degli burocrati non si può fare affidamento, ovvio. La difesa armata dei territori nei quali i cristiani, soprattutto cattolici, vengono massacrati, deportati o costretti a convertirsi all’Islam, se no gli fanno la pelle, è un momento strategico di difesa dell’Occidente. E, insieme, una ripresa decisa dell’identità cristiana e occidentale. Le armi servono anche a ristabilire la giustizia e la libertà religiosa, là dove esse vengano gravemente vulnerate. Ingerenza filo-identitaria. C’è l’ingerenza umanitaria, bene, questa è sia un’ingenerenza umanitaria che un’ingerenza filo-identitaria. L’Europa si percepisce come colpa. L’Occidente si sente colpevole di ogni male dell’umanità, si straccia le vesti e gonfia di dollari e di euro tutti gli intellettuali capaci di minarne ancor più gravemente il senso identitario. Blair è riuscito addirittura ad arruolare Tariq Ramadan, il nipote del fondatore del pericoloso gruppo islamico fondamentalista dei Fratelli Islamici, in una commissione per l’integrazione. Come a dire: vi paghiamo, purché non ci tocchiate il life style neoborghese e decadente. I neocon avevano ben compreso questa deriva nichilista in Occidente. Tutte le religioni sono da combattere, tranne l’Islam, quella che si è insediata con tanto di kamikaze made in Europe e di figli di immigrati di terza generazione, con professioni consolidate e integrazione a prova di bomba. Bomba contro di noi, naturalmente.
Ma la radice di questo devastante fenomeno di auto-dissoluzione dell’Occidente con la pressione esogena dell’attacco islamico, un caso storico più unico che raro, riposa nella disgregazione violenta del fondamento oggettivo e storico della costruzione dell’Occidente, la Chiesa cattolica. In un saggio che dovrebbe essere lettura obbligatoria nelle scuole superiori del nostro Paese, così propenso alla «dhimmitudine», e meritoriamente tradotto da una culturalmente vivace casa editrice di Siena, Edizioni Cantagalli, «Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale», lo storico cattolico americano Thomas E. Woods, Jr. osserva: “L’amnesia storica che l’Occidente si è imposta non può cancellare il passato, né il ruolo centrale svolto dalla Chiesa nel costruire la civiltà occidentale. “Non sono cattolica”, ha scritto la filosofa francese Simone Weil, “ma considero l’idea cristiana, che ha le sue radici nel pensiero greco e che nel corso dei secoli ha nutrito tutta la nostra civiltà europea, come un qualcosa a cui non si possa rinunciare senza degradarsi”. Una lezione che la civiltà occidentale, sempre più aliena alle sue radici cattoliche, sta imparando nel modo più doloroso” (p. 232). Ricordiamocelo: nel modo più doloroso.

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 Oggetto del messaggio: Re: L’invasione e la dominazione silenziosa: la società multicul
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Integrazione ed immigrazione: No al multiculturalismo, sì al rafforzamento dell'identità nazionale

Dal sito dell'onorevole Isabella Bertolini:

"No al multicuralismo che non aiuta l'integrazione e sì al rafforzamento dell'identità nazionale che rende un paese più forte e più capace di integrare, nel rispetto delle differenze, gli immigrati pronti ad accettare e condividere i principi, le leggi e le norme che vigono in Italia". Questo il messaggio espresso dal Vice Presidente dei Deputati di Forza Italia, Onorevole Isabella Bertolini, nel corso della riunione dell'11 luglio scorso del Comitato di controllo sull'applicazione dell'accordo di Shengen sull'immigrazione, di cui è Vice Presidente.
"Il multiculturalismo sposato dalla sinistra e applicato anche nelle scuole non sta aiutando l'integrazione. Italiani e stranieri spesso si sentono separati in casa anche dopo anni di convivenza. Io non non credo a queste politiche di meticciato ma a politiche che partono da un rafforzamento dell'identità nazionale e che attraverso la condivisione di principi, regole e leggi comuni portino ad una reale integrazione degli stranieri nel nostro tessuto sociale e culturale. La scuola è, e deve continuare ad essere uno straordinario strumento per l'integrazione non solo per gli studenti ma anche per le loro famiglie. Ci aspetteremmo che il governo ci dicesse che cosa, su questo tema, intende fare".

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 Oggetto del messaggio: Re: L’invasione e la dominazione silenziosa: la società multicul
MessaggioInviato: 19/07/2007, 6:26 
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Libertà religiosa. On. Bertolini: le religioni non sono tutte uguali. La proposta di legge del governo è da bocciare

"Le religioni non sono tutte uguali. La sinistra laicista e relativista, ma soprattutto anticattolica, confonde la libertà di culto con una pericolosa, indesiderata ed ambigua equiparazione delle diverse confessioni esistenti nel nostro Paese. Assistiamo all'ennesimo virulento attacco ideologico da parte della maggioranza, dominata e ricattata dalla sinistra estrema, ai valori in cui la gran parte degli Italiani crede. Ha fatto bene Monsignor Betori, durante la sua audizione in Commissione Affari Costituzionali alla Camera dei Deputati, a sollevare dubbi su questa legge. Questo provvedimento è inutile, non serve e, se approvato, rischia di creare forti danni nel Paese. Per questo ci batteremo, affinché non veda mai la luce"
dal sito dell'on. Bertolini

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Tettamanzi e Martini piangeranno o saranno d'accordo?
IL Cireneo


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 Oggetto del messaggio: Re: L’invasione e la dominazione silenziosa: la società mult
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Francis FUKUYAMA, Ecco perchè non riusciamo a integrare gli immigrati musulmani
in Corriere della Sera, 17.7.2007.

Fukuyama: «L'Europa è a rischio» Il politologo americano: «Il fallimento del sogno multiculturale mina le fondamenta della democrazia»

Le moderne società liberali in Europa e Nord America tendono ad avere identità deboli; molti celebrano il loro pluralismo e multiculturalismo, sostenendo che la loro identità in effetti è non avere identità. Il fatto è che l'identità nazionale continua a esistere in tutte le democrazie liberali, anche se con caratteri differenti in Nord America rispetto ai Paesi dell'Ue. Secondo Seymour Martin Lipset, l'identità americana è sempre stata di natura politica, essendo gli Usa nati da una rivoluzione contro l'autorità statale con alla base cinque valori fondanti: uguaglianza, libertà (o antistatalismo), individualismo, populismo e laissez-faire. L'identità americana ha le sue radici anche nelle diverse tradizioni etniche, in particolare in quella che Samuel Huntington definisce la cultura «anglo-protestante», da cui derivano la famosa etica protestante del lavoro, l'inclinazione all'associazionismo volontario e il moralismo in politica. Questi aspetti chiave della cultura americana all'inizio del XXI secolo sono stati distinti dalle loro origini etniche, divenendo patrimonio della maggioranza dei nuovi americani.
In Europa dopo la seconda guerra mondiale ci fu un forte impegno nella creazione di un'identità europea «postnazionale», ma ancora pochi pensano a sé come genericamente europei. Con il rifiuto della Costituzione europea nei referendum in Francia e in Olanda nel 2005, i cittadini hanno segnalato alle élites di non essere pronti a rinunciare allo Stato e alla sovranità nazionale. Le vecchie identità nazionali europee continuano a sussistere e la popolazione conserva tuttora un forte senso di cosa implichi l'essere inglese, francese o italiano, anche se non è politically correct affermare troppo fortemente tali identità. Le identità nazionali in Europa, comparate a quelle nelle Americhe, rimangono più fondate sugli aspetti etnici. La maggior parte dei Paesi europei tende a concepire il multiculturalismo come una cornice nella quale far coesistere culture differenti, piuttosto che un meccanismo di transizione per integrare i nuovi arrivati nella cultura dominante.
Quali che siano le esatte cause, il fallimento europeo nel tentativo di creare una migliore integrazione dei musulmani è una bomba a orologeria che ha già contribuito al terrorismo, che certamente provocherà una più decisa reazione dei gruppi populisti e che può persino minacciare la stessa democrazia europea. La soluzione di tale problema richiede cambiamenti nel comportamento delle minoranze immigrate e dei loro discendenti, ma anche in quello dei membri delle comunità nazionali dominanti. Il primo versante della soluzione è riconoscere che il vecchio modello multiculturale non è stato un grande successo in Paesi come l'Olanda e la Gran Bretagna, e che è necessario sostituirlo con tentativi più energici per integrare le popolazioni non-occidentali in una comune cultura liberale. Il vecchio modello multiculturale era basato sul riconoscimento dei gruppi e dei loro diritti. A causa di un malinteso senso di rispetto per le differenze - e talvolta per sensi di colpa postcoloniali - è stata ceduta alle comunità culturali un'eccessiva autorità nel fissare regole di comportamento per i loro membri. Il liberalismo non può essere basato sui diritti dei gruppi, perché non tutti i gruppi sostengono valori liberali. La civiltà dell'Illuminismo europeo, di cui la democrazia contemporanea è l'erede, non può essere culturalmente neutrale, dal momento che le società liberali hanno propri valori che riguardano l'eguale dignità e valore dei singoli. Le culture che non accettano tali premesse non meritano uguale protezione in una democrazia liberale. I membri delle comunità immigrate e i loro discendenti meritano di essere trattati su un piano di parità come individui, non come membri di comunità culturali.
Non c'è ragione perché una ragazza musulmana sia trattata differentemente da una cristiana o da un'ebrea rispetto alla legge, comunque la pensino i suoi parenti. Il multiculturalismo, per come fu originalmente concepito in Canada, negli Usa e in Europa, era in un certo senso un «gioco alla fine della storia»: la diversità culturale era vista come un tipo di ornamento al pluralismo liberale, che avrebbe provveduto cibo etnico, vestiti coloratissimi e tracce di tradizioni storiche distintive a società spesso considerate confusamente conformiste e omogenee. La diversità culturale era qualcosa da praticare largamente nella sfera privata, dove non avrebbe condotto ad alcuna seria violazione dei diritti individuali, né avrebbe minato l'ordine sociale essenzialmente liberale. Per contro, oggi alcune comunità musulmane stanno avanzando richieste per diritti di gruppo che semplicemente non possono essere adattati ai principi liberali di uguaglianza individuale. Tali richieste includono esenzioni speciali dalla legislazione familiare valida per chiunque altro nella società, il diritto di escludere i non musulmani da alcuni particolari eventi pubblici o il diritto di opporsi alla libertà di parola in nome dell'offesa religiosa (come nel caso delle vignette danesi). In taluni casi estremi, le comunità musulmane hanno persino espresso l'ambizione di sfidare il carattere laico dell'ordine politico nel suo insieme.
Tipologie simili di diritto di gruppo intaccano i diritti di altri individui nella società e sospingono l'autonomia culturale ben oltre la sfera privata. Chiedere ai musulmani di rinunciare ai diritti di gruppo è molto più difficile in Europa che negli Usa, perché molti Paesi europei hanno tradizioni corporative. L'esistenza di scuole cristiane ed ebree finanziate dallo Stato in molti Paesi europei rende difficile argomentare in via di principio contro un sistema scolastico supportato dallo Stato per i musulmani. Queste isole di corporativismo pongono importanti precedenti per le comunità musulmane e risultano d'ostacolo al mantenimento di un muro di separazione fra religione e Stato. Se l'Europa deve stabilire il principio liberale di un pluralismo fondato sugli individui, allora deve affrontare il problema di tali istituzioni corporative ereditate dal passato. Le modalità con cui l'identità nazionale continua a essere intesa e vissuta talvolta costituiscono una barriera per i nuovi arrivati, che non condividono l'etnia e la religione delle popolazioni originarie. Questo senso di appartenenza a un luogo e a una storia dovrebbe non essere cancellato, ma reso quanto più aperto possibile ai nuovi cittadini.
A dispetto delle sue origini assolutamente differenti, l'America può avere qualcosa da insegnare agli europei nel loro tentativo di costruire forme postetniche di cittadinanza e appartenenza nazionale. La vita americana è piena di cerimonie parareligiose e rituali intese a celebrare le istituzioni politiche democratiche del Paese, laddove invece gli europei hanno largamente deritualizzato la loro vita politica. Queste cerimonie sono invece importanti per l'assimilazione dei nuovi immigrati. Inoltre, in gran parte dell'Europa, una combinazione di regole rigide nel mondo del lavoro e di benefit generosi spiega come gli immigrati non vengano in cerca di lavoro, ma di welfare. Molti europei affermano che il meno generoso welfare state statunitense privi i poveri di dignità. È invece vero il contrario: la dignità si sviluppa grazie al lavoro e al contributo che attraverso il proprio lavoro una persona dà al resto della società. In diverse comunità musulmane in Europa, circa metà della popolazione sopravvive grazie al welfare, il che contribuisce direttamente a indurre un senso di alienazione e disperazione. Il dilemma dell'immigrazione e dell'identità converge con il problema più vasto della mancanza di valori della postmodernità. L'insorgere del relativismo ha reso più difficile per i postmoderni affermare valori positivi e perciò anche quei valori di base condivisi che agli immigrati è chiesto di fare propri come condizione per la cittadinanza. Al di là delle celebrazioni della diversità e della tolleranza, i postmoderni trovano difficile accordarsi sulla sostanza di un bene comune cui aspirare unitariamente. L'immigrazione ci costringe in maniera particolarmente stringente a porci la domanda: «Chi siamo?». Se le società postmoderne debbono muoversi verso una più seria discussione dell'identità, avranno bisogno di portare alla luce le virtù positive che definiscono cosa vuol dire essere membri di una società più vasta. In caso contrario, rischiano di essere sopraffatte da chi è più sicuro della propria identità.


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