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Ricevo dal Prof. Vassallo questo godibilissimo ma nel contempo documentato ed efficace articolo:
"Figure della mala unità, il tricolore di Reggio Emilia e l'inno di Mameli
Sono sconcertanti gli strilli-squilli patriottici alzati dagli ex comunisti, scandalizzati dal ministro Calderoli, ai loro occhi colpevole di aver messo in dubbio la presenza alla celebrazione dell'impresa garibaldina. Squillanti strilli si levano, infatti, da esponenti di quella sinistra sedicente italiana, che, in anni non lontani, disprezzava l'idea di patria con tale intensità e livore da tributare un applauso generoso ai carri armati sovietici (ossia internazionalisti) lanciati dal buon Kruscev contro i patrioti ungheresi insorgenti contro l'odiosa oppressione. Oltre tutto le affermazioni di Calderoli sull'inopportunità della celebrazione del 5 maggio sono conformi al giudizio unanime degli storici, che hanno studiato seriamente il cammino della mala unità avviato da Cavour e da Garibaldi nel 1860. Documenti inoppugnabili raccolti da Luciano Salera dopo lunghi anni di sagace ricerca, ad esempio, dimostrano che gli aggressori del Regno di Napoli erano ispirati da motivi spregevoli ed agivano di conseguenza . Non per caso, risultato e coronamento della spedizione dei mille in camicia da macellaio fu il furto delle ingenti riserve auree accumulate dal Regno di Napoli grazie a un'oculata e onesta amministrazione del denaro pubblico. I motivi dell’aggressione al Regno di Napoli, peraltro, si leggono a chiare lettere nei disastrati bilanci del Regno sardo. Al proposito lo storico Luciano Salera ha rammentato: “Poiché le loro casse facevano acqua da tutte le parti e c’era assoluta necessità di danaro, tanto danaro, fresco e liquido bisognava unire l’Italia sotto la dinastia sabauda ridotta all’elemosina. Ferdinando che, al contrario, aveva un’economia solida ed una riserva aurea da far invidia a mezza Europa, non poteva immaginare quale lavorio intorno al suo Regno si cominciasse ad intrecciare, sott’acqua, tra Francia, Inghilterra, Piemonte ed esponenti delle logge massoniche, nazionali ed internazionali che tenevano le fila manovrando i pupi di quella che si preannunciava come una tragica rappresentazione”. L'onestà intellettuale, dunque, suggerisce la prudente distinzione dell'unità d'Italia dall'avvenimento unificazione, impropriamente detto risorgimentale: impresa che non fu né onesta né finalizzata all'affermazione e al trionfo degli ideali religiosi e civili condivisi dalla maggioranza degli italiani. Al contrario: l'impresa risorgimentale fu il proseguimento della calata in Italia dei saccheggiatori giacobini e della loro rivoluzionaria aspirazione a devastare la Chiesa cattolica, ad abbattere governi legittimi, a disturbare e danneggiare la maggioranza degli italiani e a sequestrare – rubare - i beni che l'autorità ecclesiastica usava per assistere gli indigenti e i malati. L'esemplare biografia del Beato Francesco Faà di Bruno dimostra che i rappresentanti politici del Piemonte cattolico furono emarginati dai politicanti risorgimentali, membri di un'oligarchia arrogante e truffaldina, che concedeva il diritto di voto solo all'un per cento dei sudditi, ossia ai massoni, ai beneficiari del saccheggio dei beni ecclesiastici, ai burocrati e ai caudatari di casa Savoia. Per inciso: in Piemonte la risposta cattolica all'infame saccheggio dei beni ecclesiastici, organizzato dai liberal-sabaudi, fu una straordinaria, magnifica fioritura di santi impegnati nel sociale ossia intesi a rimediare, con opere di misericordia, alle devastazioni e ai danni procurati ai meno abbienti da riforme intonate al cieco egoismo soggiacente al mito della “mano magica del mercato”. L'amor di patria non può essere associato alla bolsa retorica intorno all'ideologia illuminista impropriamente detta risorgimentale, che fu imposta agli italiani da una minoranza di cialtroni sostenuti dalle baionette dello straniero. In altre parole: non si può scambiare l'unità d'Italia con l'Italia spiritualmente disunita dai c. d. padri della patria. Non si può dimenticare che l'unità geografica fu realizzata dai liberali abbattendo le ragioni dell'unità spirituale. Purtroppo in Italia non mancano, a sinistra, e a destra gli amanti della defunta ideologia e i cultori del falso storico. Costoro promuovono la sistematica confusione tra unità e mala unità, tra amor di patria e ideologia massonica, tra popolo italiano e oligarchia rivoluzionaria. La prima fabbrica di confusione è gestita dai patriottardi, che associano l'amore per la bandiera, simbolo dell'unità della patria, con il culto (feticistico, massonico, strutturalmente anticristiano) del tricolore conservato nel museo di Reggio Emilia: vessillo innalzato da un pugno di volgari mercenari, che dichiaravano, senza vergogna, l'obbedienza alle leggi imposte dai cleptomani giacobini. La seconda fabbrica è l'attaccamento morboso all'inno di Mameli, scadente filastrocca accompagnata da una irritante musichetta. Roba del genere non è adatta a rappresentare i sentimenti degli italiani e a valorizzare lo loro storia. Men che meno può esser detto “poeta della patria” il compassionevole Mameli, un ragazzo fuorviato ed esaltato che si mise al seguito del lugubre Mazzini. Il Mameli ha firmato i versi sgangherati e grotteschi del componimento scritto per declinare la passione anti - italiana e anti-cattolica che, nel 1849, agitava i protagonisti della repubblica romana: “Se il papa è andato via / buon viaggio e così sia / non morremo d'affanno / perché fuggì un tiranno / viva l'Italia e il popolo / e il papa che va via!” Quando si leggono i versi da taverna e da lupanare che infiammarono il cuore dei risorgimentali, sembra non infondato il sospetto che i militanti nella sgangherata fazione patriottarda festante a sinistra e a destra sotto l'icona del Garibaldi, anziché l'attuale unità italiana intendano esaltare le infami, sanguinarie imprese, compiute in un passato da dimenticare: le attività terroristiche organizzate dal Mazzini, la guerra combattuta in Crimea contro una nazione cristiana minacciata dai turchi, la guerra civile combattuta dai guerriglieri del Garibaldi, e la vile aggressione a Pio IX compiuta dal fellone Vittorio Emanuele II, il c. d. padre della patria. L'amor di patria non può essere rovesciato nel culto tributato agli ideali sorpassati e smentiti dall'esperienza storica e ai protagonisti delle più nere pagine del nostro passato. L'unità è un bene prezioso e sacro, che si può difendere solo nella fedeltà alle radici cristiane della nazione e nel rispetto delle storiche autonomie, l'importanza e l'attualità delle quali fu rivendicata a destra da illustri pensatori del Novecento, quali Francisco Elias de Tejada, Pedro Galvao de Sousa e Silvio Vita . Ora rivendicare il principio delle autonomie regionali significa chiudere la parentesi del centralismo amministrativo, ultimo residuo della cultura totalitaria che ha infestato l'età moderna a partire dalla rivoluzione giacobina e napoleonica. Di qui la perfetta legittimità delle tesi formulate dagli esponenti della Lega e testimoniate dall'on. Calderoli. La festa dell'unità d'Italia, in definitiva non può e non deve essere celebrata il 5 maggio – data d'inizio di una sciagurata e odiosa guerra civile. Quale unità si può celebrare in un evento concluso dall'istituzione di campi di concentramento nei quali italiani del Piemonte segregavano e facevano morire italiani del Sud? L'unità di Caino? Come sostiene un qualificato protagonista della riscossa cristiana, Emilio Artiglieri, la data ideale per la celebrazione dell'unità d'Italia è l'11 febbraio, ricorrenza della conciliazione del 1929, che ha restituito l'Italia a Cristo e la pace agli italiani. La rievocazione del c. d. risorgimento divide gli italiani, la memoria della conciliazione li potrebbe pacificare nel ricordo dell'unità ristabilita dalla fede cristiana. Il più autorevole testimone e il più imparziale giudice della vita italiana di quel tempo, Pio XII, nell’enciclica ”Summi Pontificatus” pubblicata il 20 ottobre del 1939 poteva affermare, senza tema di smentita, che “la diletta Italia mercé la provvidenziale opera dei Patti lateranensi” occupava un posto d’onore fra gli stati con le quali la Santa Sede si trovava in amichevoli relazioni: “Da quei Patti ebbe felice inizio, come aurora di tranquilla e fraterna unione di animi innanzi ai sacri altari e nel consorzio civile, la pace di Cristo restituita all’Italia”. "
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