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Ludwig von PASTOR
7. Punto critico della storia del mondo
tratto da: Ludwig von PASTOR, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclée, Roma 1942, vol. 1 (1305-1458), p. 610-614.
La notizia della grande vittoria dei Turchi sopra i «cani dei cristiani» volò sull'ali del vento in tutti i paesi d'Oriente. Ora il sultano Mohammed aveva il successo per sè, e ciò ha pesato fin d'allora ancor più gravemente in Oriente che in Occidente. I regni e le colonie cristiane dell'Oriente s'accorsero immediatamente degli effetti del colpo toccato sul Bosforo alla causa cristiana. Nel primo terrore tutta la popolazione di quei paesi non pensò ad altro fuorchè a sollecita fuga; chi comechessia lo potè, corse alla spiaggia per imbarcarsi verso l'Occidente alla prima notizia dell'apparire d'una vela turca (1). Ed ora lentamente, ma in modo sicuro, si preparò il completo sbarramento e imbarbarimento dei magnifici paesi mediterranei. Ad una sosta non era da pensarsi, data l'instancabile smania di conquista dei Turchi, anche se il sultano col suo esercito si ritirò provvisoriamente ad Adrianopoli e mandò la sua flotta nei porti della costa asiatica.
Ben presto in fatti si vide che, non contenta delle conquiste in terra ferma, la Porta mirava al dominio marittimo sull'Arcipelago e il Ponto. Dietro ordine del perspicace sultano si cominciò la costruzione d'una potente flotta da guerra, per la quale appunto Costantinopoli offriva con Gallipoli una sede conveniente. A questa notizia i cristiani dell'Arcipelago e del Ponto tremarono, e credettero di potere intanto ottener tuttavia grazia presso il terribile conquistatore solamente a mezzo del pagamento d'un tributo (2). In realtà il sultano approfittò sulle prime di questa triste condizione dei coloni occidentali siccome d'uno strettoio per far denaro. Appena tornato alla sua residenza d'Adrianopoli, dettò agli inviati venuti per felicitarlo, che invece di 4000 ducati da allora in poi Chios doveva pagarne come tributo 6000 e Lesbo 3000 (3). I vili despoti bizantini del Peloponneso, Tommaso e Demetrio, che erano stati in procinto di fuggire in Italia, sacrificarono al sultano 1000 pezzi d'oro e n'ottennero la vuota promessa di pace e d'amicizia. Anche l'imperatore di Trebisonda fu chiamato davanti la Porta e insieme all'annuo tributo di 2000 pezzi d'oro dovette accollarsi l'obbligo di comparire ogni anno a tempo determinato alla Corte del sultano: finalmente il despota di Serbia dovette comprare una relazione tollerabile colla Porta mediante il tributo di 12,000 ducati (4).
Ancor maggiore fu lo spavento avuto dall'Occidente propriamente detto alla notizia che era caduto nelle mani degli infedeli «il centro di gravità del mondo antico e l'antemurale della cultura europeo di fronte alla barbarie asiatica» (5). Si sentì chiaramente che era intervenuta una crisi nella storia del mondo. Nel primo periodo del medio evo cioè l'impero romano orientale siccome impersonatore e comunicatore di cultura e civiltà cristiana aveva esercitato un influsso straordinariamente importante non solo sul mondo greco ma anche su numerose stirpi slave. Persino allorquando, in seguito al deplorevole scisma, intervenne un isolamento - e con ciò a poco a poco una letargia - della vita di civiltà e dello spirito potentemente pulsante dell'Occidente latino, l'impero bizantino era rimasto pur sempre un fattore importante nel mondo cristiano: il suo tramonto portò in tutta la condizione politica dell'Europa un rapido cambiamento, profondo nelle sue conseguenze e tuttora operante. Sul confine delle due parti della terra, ove fino allora i successori di Costantino il Grande avevano troneggiato come signori della cristianità orientale, aveva fissato la sua sede il nemico ereditario della fede e della civiltà cristiana, simile a nube tempestosa, che ad ogni momento poteva scaricarsi devastatrice su tutto l'Occidente. Necessariamente questo continuo pericolo doveva tenere in incessante inquietudine gli animi, paralizzare la libertà d'azione dei popoli e costringerli a una costante divisione delle forze, che ha esercitato un'influenza molto dannosa sulla vita interiore dei popoli. Impedendo avanti tutti una guarigione pacifica dei mali ecclesiastici e sociali, questo pericolo ha essenzialmente contribuito ai grandi sconvolgimenti del secolo XVI, come pure al disfacimento e dissoluzione politica del sacro romano Impero (6).
Fra tutte le potenze occidentali la repubblica di Venezia ebbe la prima notizia della caduta di Roma orientale e della fine cruenta del più valoroso fra i Paleologi. Essa giunse là il 29 giugno, precisamente quando stava raccolto il grande Consiglio: il segretario dei Dieci, Luigi Bevazan, lesse le lettere del castellano di Modone e del bailo di Negroponte, che davano la raccapricciante novella. Lo spavento e il dolore, che si impadronì di tutti, furono sì grandi che nessuno ardì chiedere copia della lettera infausta (7).
La terribile nuova fu poi da Venezia notificata verso tutte le direzioni e la Signoria stessa la comunicò il 30 giugno al papa, aggiungendo di credere, che Sua Santità avrebbe già ricevuta per altre vie la notizia dell'orrenda disgrazia (8).
A Roma la notizia si seppe agli 8 di luglio (9). Il famoso predicatore Fra Roberto da Lecce la comunicò al popolo, che scoppiò in alti lamenti, ma poichè per lungo tratto di tempo la notizia dei Veneziani non fu confermata da altre comunicazioni e si sapeva, che Costantinopoli era stata ben approvvigionata, ivi come pure a Genova da molti lessa fu ritenuta falsa (10). Più tardi alcuni pretendevano di sapere, che Costantinopoli era stata riconquistata miracolosamente. «Quest'è possibile», scriveva il 19 luglio il cardinal Estouteville, «ma non probabile» (11). Al terrore che la nuova diffuse in Roma, s'accompagnò ben presto la paura, perchè ulteriori notizie facevano sapere, che gli infedeli erano riusciti a pigliare le navi papali e che i Turchi andavano allestendosi con una flotta di 300 navi per preparare anche alla vecchia Roma la sorte toccata alla nuova (12).
Tutte le notizie concordano in questo, che l'impressione fatta sul papa e sui cardinali dalla novella della caduta di Costantinopoli è stata addirittura schiacciante. Si sentì nel modo più profondo, che la perdita dell'ultimo baluardo della cristianità in Oriente era un avvenimento mondiale, che si estrinsecherebbe con conseguenze gravissime (13). Per se stessi i Greci, a vero dire, trovarono a Roma come in tutto l'Occidente ben poca compassione, chè il fanatismo col quale avevano ognora respinto ogni avvicinamento coi Latini e il loro sleale contegno nella faccenda dell'unione avevano sottratto ai medesimi l'ultimo resto della simpatia nell'Europa occidentale (14). A questo s'aggiunse, che coloro, i quali tra i Greci erano ricchi, sacrificarono alla salvezza i loro averi sì poco come il loro odio. La ben informata cronica di Bologna narra esplicitamente, che causa della caduta di Costantinopoli è stata l'avarizia dei Greci, che non vollero dare denaro per pagare le truppe e Antonino, il grande arcivescovo di Firenze, accordandosi con essa racconta, che nel 1453 Niccolò V s'era molto irritato perchè i Greci tornarono a supplicare denaro dall'Italia impoverita senz'altro, mentre essi stessi avrebbero accumulato grosse somme, le quali sarebbero state sufficienti pel soldo delle truppe (15).
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