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Alberto LEONI
Carlo Magno e la guerra contro i vietcong sassoni (storia di uomini di spada e di fede)
tratto da: Tempi, 10.6.1998.
A.D. 771. Il regno dei Franchi ha un nuovo sovrano, giovane, robusto, coraggioso, ambizioso, fedele al Papa e alla Chiesa. Carlo Magno, il padre dell'Europa quale oggi la conosciamo deve affrontare problemi giganteschi, proporzionati all'estensione del suo regno: anzitutto proteggere il Papa dalle pretese dei Longobardi e, in secondo luogo, controllare l'attività dei musulmani al di qua dei Pirenei. Ma a che serve proteggere il Papa se non si riesce a impedire che i barbari Sassoni attacchino continuamente le zone di confine, mettendole a ferro e fuoco? La risposta più naturale e, militarmente, l'unica praticabile è la spedizione punitiva. È un esempio di guerra totale, a metà tra la scorreria barbarica e l'offensiva strategica romana. Individuato un obbiettivo pagante, come la capitale o il santuario principale dei pagani, viene formato un gruppo tattico che, entrato in territorio nemico, vendica le incursioni con la stessa devastante moneta: incendio, saccheggio e stupro, un solco di cenere e di orrore fino all'obbiettivo finale. Tutto ha rilevanza militare: case, campi, alberi, bestiame, donne e bambini. Ciò che non si distrugge si deruba, coloro che non sono uccisi sono deportati, poiché coi sassoni non può esserci pace duratura. Non esistendo un potere centrale sassone, l'attività diplomatica è inutile: impossibile accordarsi con tutte le tribù. E allora, per reagire alle loro scorrerie, bisogna puntare al cuore del paese, il santuario pagano di Irminsul, la sacra Quercia che sosteneva la volta del cielo, ai cui piedi i Sassoni seppellivano ingenti fortune e compivano sacrifici. Le asce dei guerrieri Franchi squartarono l'idolo schiantandolo al suolo, mentre i tesori venivano disseppelliti e imballati. Iniziava così una guerra spietata che sarebbe durata più di trent'anni. Un Vietnam del Medioevo, fatto di marce nella boscaglia, d'estate e d'inverno, di imboscate improvvise e di massacri indiscriminati. Fin dall'inizio Carlo si pone come obbiettivo finale la conversione di quel popolo intrepido e testardo [...]. La Chiesa, in questo periodo, deve abbozzare poiché deve a Carlo niente meno che la propria sopravvivenza. Ciò però non può impedire ad Alcuino, uno tra i più influenti consiglieri di Carlo, di sdegnarsi contro una eccessiva disinvoltura del potere carolingio nel comunicare l'amicizia di Cristo con gli uomini attraverso il filo della spada: "Ah, se a questo popolo fossero stati predicati il giogo leggero del Cristo e il suo soave fardello con lo stesso calore con il quale viene preteso il pagamento delle decime e punita la più piccola mancanza, forse non si sarebbe sottratto al giuramento del cristianesimo (...). Forse che gli Apostoli, dal Cristo edotti e mandati a predicare attraverso il mondo, riscuotevano decime e chiedevano regalie? Certo la decima è una buona cosa, ma è meglio perderla che perdere la Fede (...) Come ha detto Sant'Agostino la Fede è atto di volontà, non d'obbligazione. L'uomo può essere condotto alla Fede, non esservi costretto: bisogna mandare in Sassonia sapienti missionari istruiti dall'esempio degli apostoli, che siano predicatori e non massacratori e predoni". Ma a queste nobili parole, cui però seguirono, col tempo, i fatti di una reale evangelizzazione che rese la Sassonia un vero avamposto della cristianità durante le invasioni magiare, si rispondeva con dichiarazioni sprezzanti, tipiche dell'aristocrazia franca. Quando i Sassoni prenderanno le armi nuovamente, non ci sarà spazio per mediazioni, solo per un odio tanto più feroce quante maggiori sono state le perdite in questa guerra sanguinosissima: "Come il cane ritorna al suo vomito, i Sassoni sono ritornati al paganesimo, mentendo a Dio e al loro signore, il re, che li aveva tuttavia colmati di benefici, e trascinarono con sé i popoli pagani circonvicini". I Sassoni, guidati da un capo che passerà alla leggenda, il celebre Vitichindo, colsero di sorpresa un'intera armata franca tra i boschi sulle pendici del Suntelgebirge e ne fecero strage. In una mischia terrificante, caddero i capi della spedizione, il camerario Adalgiso e il conestabile Gilone. Appesantiti dalle corazze e dal caldo sole di giugno, i cavalieri franchi morirono a centinaia, sgozzati dai sassoni seminudi e feroci: tra gli altri morirono anche quattro conti e venti ufficiali, alcuni alla loro prima spedizione militare. Era una disfatta gravissima e Carlo fu fulmineo nella rappresaglia. Radunati i suoi corpi scelti, cavalcò verso il punto dell'agguato e intercettò i Sassoni alla confluenza del Weser con l'Aller, sul campo di Verden. La fanteria sassone rimase imbottigliata e stavolta toccò ai cavalieri franchi fare strage dei propri avversari, combattendo in campo aperto e alle proprie condizioni. Vitichindo riuscì a salvarsi con pochi altri, mentre ben 5.000 guerrieri furono fatti prigionieri e portati davanti al re. Lì fu loro chiesto di rinnegare Wotan e di riconoscere Cristo come unica verità e salvezza. Il primo di essi si rifiutò, Carlo batté la spada sul pavimento del palco e un carnefice fece rotolare la testa del pagano a terra. Così avvenne per ben quattromilacinquecento volte, per tre giorni e per tre notti di continue esecuzioni e sporadiche conversioni. Poi la guerra continuò violentissima e devastante. Ogni anno, per i tre anni successivi, le armate di Carlo invasero la Sassonia, svernarono anche nel cuore del paese stesso riprendendo a distruggerlo ai primi tepori primaverili finché ogni resistenza cessò e lo stesso Vitichindo si arrese e si fece battezzare. Eppure la resa definitiva dei sassoni sarebbe venuta solo nell'803, dopo ben quattordici operazioni militari. Un risultato notevole, senz'altro: ma non fu la forza delle armi a trasformare, in meno di un secolo, quella popolazione pagana in un baluardo insormontabile della Cristianità. Alcuino, e i martiri come San Bonifacio, erano riusciti col proprio sangue e con la parola là dove la spada aveva fallito.
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