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Orazio GNERRE - Gianandrea de ANTONELLIS
S. Francesco e la poesia religiosa
tratto da: Orazio GNERRE - Gianandrea de ANTONELLIS, Kultur. Panorama storico-critico della letteratura italiana, 2007.

La poesia religiosa

La poesia religiosa rappresenta un filone assai ricco e valido della letteratura del Duecento. E ciò non soltanto per effetto di un ambiente ancora medioevalmente mistico ed ascetico, ma anche perché era quello un periodo di forti fermenti religiosi. I moti ereticali dei Catari e dei Valdesi, se da una parte minacciavano di infrangere l'unità della Chiesa, d'altra parte ispiravano nei fedeli una spiritualità nuova, una fede meno legata alle affermazioni catechistiche ed alle controversie dogmatiche, ma più profondamente sentita e sofferta. La caratteristica fondamentale della poesia religiosa del Duecento è, infatti, proprio qui: nel disinteressarsi delle questioni teologali, argomento della trattatistica religiosa e filosofica, e nell'esprimere, con spontaneità ed immediatezza - a volte anche con malcelata rielaborazione dotta - l'intimità del sentimento e le ansie della fede.


S. Francesco d'Assisi

Di tale poesia la voce più alta fu San Francesco d'Assisi. Nato nel 1182 in una famiglia di ricchi mercanti - il padre commerciava in Francia e sembra che per questo abbia dato al figlio il nome di Francesco -, condusse una giovinezza mondana quale il suo stato sociale gli permetteva. Poi, dopo aver partecipato ad un'azione di guerra contro la vicina Perugia ed aver sofferto la prigionia, avvertì il richiamo della fede: convinto che la sua missione terrena dovesse essere quella di alleviare l'umana sofferenza, rinunziò ai suoi beni e si diede ad un instancabile ed eroico apostolato di carità. Attratti dal suo esempio, lo seguirono presto altri giovani della sua città: per essi scrisse una «Regola», per la quale chiese l'approvazione papale. La ottenne da Innocenzo III prima, poi ufficialmente da Onorio III: nasceva così l'ordine francescano. Sfinito dall'apostolato e dalle privazioni, moriva nel 1226 ad Assisi.
Oltre alla «Regola» ed al «Testamento» Francesco compose, qualche anno prima della morte, il «Cantico delle creature». Si tratta di una poesia - o meglio di una prosa ritmata - scritta in volgare umbro, in cui non mancano, però, francesismi e latinismi. È tale la carica mistica che si esprime nel «Cantico», che qualcuno ha creduto che esso fosse stato composto durante il delirio di una malattia, quasi in uno stato di «trance» (1). In effetti, ad ispirare il «Cantico» era l'ammirazione entusiastica e quasi fanciullesca del santo per le bellezze del creato e quindi l'amore sconfinato verso Dio, creatore di tante bellezze . La tensione mistica in san Francesco non è rinunzia alla vita e alla natura - secondo il tipico atteggiamento ascetico del Medioevo già riscontrato nel «De contemptu mundi» di Innocenzo III - ma capacità di sentire in esse la presenza di Dio, in una visione [...] armonica e mirabile dell'universo.
Errerebbe comunque chi credesse che nel «Cantico» manchino assolutamente riflessi dottrinari ed una certa accorta elaborazione: lo dimostrano il tono biblico che riecheggia i salmi di Davide, la precisa aggettivazione ed il tono oratorio.



1) Non è chiaro se nel «Cantico» il Santo lodi Dio per aver creato tante bellezze, o se, invece, inviti le bellezze dell'universo a lodare Dio, loro creatore. La differente interpretazione - che del resto non muta affatto il significato mistico del «Cantico» - dipende dalla diversa interpretazione che si da al «per» (preposizione causale o preposizione d'agente): "Laudato si', mi Signore, per frate vento, et per aere et nubilo et sereno, et onne tempo, [...] Laudato si', mi Signore, per sor'acqua...".



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