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Giorgio FALCO
La lotta dell'iconoclasmo. Roma e Bisanzio - Parte II
tratto da: Giorgio FALCO, La Santa Romana Repubblica, Ricciardi, Milano-Napoli 1986, p. 148-166.

Un grande compito storico accomuna nella prima metà del Settecento l'Occidente e l'Oriente, ed è la guerra contro gli Arabi, che per poco non sommergono in quei decenni l'intero mondo cristiano. Alla vittoria del 718, che segna la fine degli attacchi musulmani contro Costantinopoli, fa riscontro la vittoria riportata nel 732 dai Franchi al comando di Carlo Martello a Poitiers; alle campagne condotte da Leone III in Asia Minore dal 726 sino alla vigilia della morte, le campagne di Carlo e di Pipino III nella Francia centrale e meridionale. Tanto ad Oriente, quanto ad Occidente, era stato dato il colpo d'arresto, il dilagare della marea era stato arginato e incominciava, sia pure lentissimo, il riflusso.

Ma neppure il compito comune di salvare la Cristianità non aveva forza di creare una comune coscienza, una solidarietà d'interessi e d'intenti, d'impedire che si approfondisse la separazione tra le parti e che ciascuna si svolgesse secondo la propria indole e le proprie particolari esigenze. Mentre infatti, sotto l'Isaurico, Bisanzio arresta i nemici, si organizza a difesa, rinnova i suoi ordinamenti interni, ma, insomma, tende a ripiegarsi e a raccogliersi in se stessa, nella propaggine bizantina d'Italia Roma esercita una crescente forza d'attrazione e di comando, e dalla Santa Sede, dai Maestri di Palazzo, dai monaci anglosassoni si propaga in cerchia sempre più vasta il movimento dell'espansione, della conquista, dell'organizzazione civile e religiosa.

L'unità dell'esarcato si spezzava e ne emergeva, sotto egida papale, il ducato romano, con a capo l'autorità del duca e, dallo scorcio del papato di Gregorio III, del patrizio e duca Stefano, a cui la condotta e le circostanze del tempo danno l'aspetto, più che di un ufficiale bizantino, di un comandante di nomina locale, o comunque, interamente acquisito alla politica romana. Gregorio II e Gregorio III, con un'autorità e una responsabilità, che traevano motivo ogni giorno più forte dall'impotenza bizantina, s'adoperavano a far restaurare le mura di Roma e di «Centumcellae», - Civitavecchia, al confine tirreno tra il ducato e la Tuscia longobarda, - contro ogni sorta di nemici: gli Arabi che battevano il mare, i pii Longobardi e lo stesso sacro imperatore. La lontananza del sovrano, la vicinanza dei potentati di Pavia, di Spoleto, di Benevento, le loro rivalità, la fatale attrazione esercitata su di essi dai territori imperiali per la carenza dell'impero, promuovevano, tra minute schermaglie e alternative angosciose, un'azione politica autonoma e via via sempre più indipendente da parte dei papi, fino alla risoluzione estrema, alla prima invocazione d'aiuto, rivolta nel 739 da Gregorio III al Maggiordomo dei Franchi Carlo Martello contro Liutprando, che si era ormai attendato col suo esercito nei Campi di Nerone, alle porte di Roma.

Non v'era altra via di salvezza, non v'era altra scelta che la soggezione al re longobardo o il patronato del «subregulus» franco; ma da questa parte, verso Occidente e Settentrione, era il rinnovamento, il respiro tremendo e vitale della conquista militare e missionaria. I figli degl'invasori germanici, quei re anglosassoni dai nomi e dalle fogge strane, Ceadwalla, Cenred, Offa, Ine, se ne partivano dalla Britannia - quali vicende li avevano travolti? quali passioni agitavano i loro cuori? - e venivano a piangere, a pregare, a morire presso la tomba di San Pietro. A meno d'un secolo dal principio dell'evangelizzazione, l'isola era divenuta il campo più fervido dell'attività culturale e religiosa; gli Anglosassoni convertiti rifluivano sul continente e portavano il messaggio cristiano ai popoli fratelli e alla loro patria di origine. Wilfrid, Benedetto Biscop, Ceolfrid, Beda il Venerabile, Willibrord, Wynfrith, recavano a Roma il tesoro dei loro codici, chiedevano a Roma la parola della giustizia, la retta dottrina, l'autorità dell'apostolato, traevano da Roma i nomi stessi di pietà e di battaglia: Clemente, Bonifacio. Per opera loro, - tramite l'azione concorde di Roma e dei Pipinidi, - veniva riformata la chiesa franca, organizzata la chiesa anglosassone, propagato il Vangelo, a gara con la conquista degli eserciti franchi, fra i Bavari, gli Alamanni, i Sassoni, i Frisoni, i Turingi.

Così, mentre l'impero s'irrigidiva nei suoi ordinamenti e, per così dire, si chiudeva in se stesso, dai margini della sfera bizantina si estendeva verso Occidente, incontro all'Europa futura, tutta la trama di un nuovo mondo, e, su base, prima religiosa, poi politica e religiosa ad un tempo, si veniva creando un nuovo sistema, che aveva i suoi fuochi a Roma e alla corte dei Pipinidi.

Può sembrare strano che le testimonianze di un fatto come la lotta dell'iconoclasmo, di cui gli stessi contemporanei valutarono l'eccezionale importanza e le conseguenze rivoluzionarie, siano piene di incertezze e di contraddizioni. E tuttavia la verità è, che, sebbene riusciamo a intendere il senso generale degli avvenimenti, non appena vogliamo renderci conto dei particolari, - dell'origine del conflitto, dei singoli momenti e della loro successione cronologica, - c'imbattiamo in numerose difficoltà, che solo in parte gli studiosi sono riusciti a risolvere con miracoli di pazienza e di acume.

Pare, dunque, - ma la cosa non è sicura, - che il primo urto fra l'imperatore Leone III l'Isaurico e il papa Gregorio II sia nato da motivi, non religiosi, ma fiscali, cioè dall'aumento dei tributi sulle province italiane e dall'estensione di essi agli stessi istituti ecclesiastici, che n'erano stati fino allora esenti per lunga consuetudine. L'impero chiedeva, alla Chiesa e ai sudditi d'Italia, di contribuire per la loro parte ai gravissimi sacrifici finanziari, che gli erano imposti dalle guerre, dalle calamità naturali, dalle esigenze di riforma; e incontrava un'energica opposizione, che faceva capo al papa, non solo e non tanto perché veniva violato il privilegio ecclesiastico, quanto perché appunto nelle mani del papa erano cadute per necessità di cose la guida e la responsabilità politica delle province imperiali d'Italia, ed era assurdo pretendere da esse un sacrificio senza compenso, in segno tangibile di una solidarietà ormai di fatto quasi inesistente.

Gregorio II era per Leone III un ribelle, e, col consenso o per ordine dell'imperatore, si cercò di toglierlo di mezzo con la forza. Fu ordita una congiura, di cui facevano parte il duca di Basilio, il cartulario Giordano e il suddiacono Giovanni Lurion; vi tenne mano lo spatario Marino, inviato da Bisanzio al comando del ducato di Roma. Ma, prima, i congiurati non riuscirono a trovare l'occasione opportuna, poi, lo spatario, che doveva essere, se non l'esecutore materiale, l'anima della congiura, fu colpito da un attacco d'apoplessia e costretto a lasciare la città. Sottentrò a dirigere la trama l'esarca Paolo, e non ebbe migliore fortuna poiché i Romani, avuto sentore di ciò che si stava macchinando, misero a morte Giordano e Giovanni Lurion e monacarono il duca Basilio. Infine intervennero direttamente l'esarca e il nuovo spatario, destinato al comando del ducato romano, per metter le mani sul papa e ordinarne un altro in luogo suo. Ma il tentativo di muovere l'esercito ravennate contro Roma, non ebbe altro esito se non di spingere i Romani da una parte, i Longobardi del ducato di Spoleto e della Tuscia dall'altra, a riunire le loro forze e a sbarrar la strada al nemico.

Questo, press'a poco, pare si possa ricavare dall'unica testimonianza prossima agli avvenimenti, cioè dalla «Vita» di Gregorio II nel «Liber Pontificalis», che, sia pure col suo confusissimo racconto, ci dice chiaramente quanto grande fosse la forza del pontefice, quanto vana la presunzione dell'imperatore di fargli violenza e di piegarlo alla sua volontà, quanto grave il pericolo di una alleanza romano-longobarda.


L'urto religioso tra l'Impero e la Chiesa cadde in questo medesimo giro di tempo: poco dopo i fatti, a cui abbiamo accennato, secondo il «Liber Pontificalis», che ne parla indipendentemente dalla questione fiscale, poco prima, secondo il bizantino Teofane, che scrivendo a distanza di quasi un secolo dagli avvenimenti, vede nella resistenza fiscale di Gregorio II una reazione alle novità religiose dell'imperatore.

Un violento maremoto, che nel 726 fece sorgere una nuova isola fra Tera e Terasia, sarebbe stato interpretato da Leone III come un segno dell'ira divina per il culto idolatrico delle immagini sacre e l'avrebbe persuaso ad iniziare una vivace campagna per la loro abolizione. Incominciò con l'avviare discretamente il discorso in pubbliche adunanze, insistette con la propaganda e con le pressioni morali, infine diede il primo esempio solenne delle sue intenzioni: sul principio del 727 ordinò che fosse distrutta l'icona di Cristo, che sovrastava la grande porta di bronzo del palazzo imperiale. Ma qui il sordo malcontento popolare ruppe in aperta violenza: la folla - fra cui molte donne, - fece precipitare dalla scala lo spatario incaricato dell'esecuzione e massacrò alcuni uomini di corte che gli prestavano aiuto. I colpevoli furono condannati alle battiture, alle mutilazioni, agli esili, e la campagna continuò con inflessibile energia. Gravi provvedimenti, a quanto pare da un accenno di Teofane, furono presi contro i professori dell'Università imperiale di Costantinopoli, evidentemente ostili all'iconoclasmo. Un'ostilità assai più violenta e minacciosa manifestarono le forze del «thema» della Grecia e delle Cicladi, che proclamarono un nuovo imperatore e nell'aprile del 727 si presentarono con la loro flotta davanti a Costantinopoli. Ma le navi furono incendiate e i capi della rivolta presi e messi a morte.


Com'è ovvio, le nostre fonti insistono sul carattere personale della lotta dell'iconoclasmo, cioè sull'iniziativa di Leone III e sulla reazione dei suoi grandi antagonisti: il patriarca Germano, Gregorio II e Gregorio III, Giovanni Damasceno. Ed effettivamente, solo il netto proposito politico e religioso dell'imperatore e l'intransigenza dei capi dell'ortodossia danno al conflitto la sua consistenza e la sua configurazione, fino alle ultime conseguenze del contrasto fra l'Occidente e l'Oriente.

Ma le fonti ci dicono pure che l'iconoclasmo va posto in un quadro più ampio, di là dai termini di Roma e di Bisanzio, di là dalle persone dei suoi protagonisti, e giovano con ciò stesso a chiarirne il significato. Quando gli scrittori ortodossi inveiscono contro il σαραχηυόφρωυ, il discepolo degli Arabi, quando accennano al siro Beser, convertitosi all'islamismo e poi ritornato "a vita romana", che combatte a fianco dell'imperatore e ne gode il favore per la sua forza fisica e la concordia nell'errore, non sfogano semplicemente il loro odio contro il nemico delle sacre icone, ma accennano ad una seria realtà. Ostile al culto delle immagini è tutto l'Oriente ebraico ed islamico. Stretti al precetto mosaico, gli Ebrei se ne fanno un'arma per accusare i Cristiani di idolatria. Fra i Musulmani la tendenza iconoclastica si manifesta sullo scorcio del secolo VII e mette capo nel 723, cioè alla vigilia della campagna di Leone III; alla violenza del califfo Yezid, che, a quanto si dice per suggerimento di un Ebreo di Tiberiade, fa distruggere le immagini sacre nelle chiese cristiane. Musulmani ed Ebrei si incontrano in una comune intolleranza contro ogni raffigurazione materiale che abbia per oggetto la Divinità o qualche relazione col mondo divino, in un comune orrore contro ogni manifestazione sospetta d'idolatria.

Una medesima tendenza, quasi per contagio, appare nelle province orientali dell'impero poco prima dello scandalo di Leone III. A parte Teodisio, arcivescovo di Efeso, che viene indicato da Gregorio II come uno dei principali consiglieri dell'imperatore, i due capi del movimento sono i vescovi Costantino di Nacoleia e Tommaso di Claudiopoli. Costantino visita il patriarca Germano e gli esprime i suoi dubbi intorno alle immagini; Germano gli scioglie tutte le difficoltà ed è tanto sicuro di averlo convinto, che proprio a lui affida una lettera tranquillante, da consegnare al suo metropolita, Giovanni di Sinnada, che gli aveva scritto in grande apprensione sul conto del vescovo. Ma il patriarca - non sarà l'unica volta - s'è ingannato. Costantino infatti non consegna la lettera, e resiste alle ingiunzioni e alle minacce di Germano, che l'accuserà più tardi come "iniziatore e capo" dell'iconoclasmo. Le cose stanno altrimenti per Tommaso. Anch'egli viene a Costantinopoli, discorre col patriarca, e non apre bocca sull'argomento; ma di ritorno alla sua sede fa rimuovere le immagini sacre, con la conseguenza di provocare gravi agitazioni in Asia Minore.


Per quanto la cosa sia tutt'altro che improbabile, ignoriamo se e quali relazioni siano corse fra Leone III, Costantino di Nacoleia e Tommaso di Claudiopoli. È stato supposto, forse con qualche ragione, anche se non se ne può dare la prova, che abbia conferito alle tendenze iconoclastiche dell'imperatore l'essere egli nato nelle province orientali ai confini tra la Siria e la Cilicia. I precedenti della sua politica religiosa, a cui potremmo chiedere qualche luce sullo scoppio della lotta, ci parlano di dieci anni di pace con la Santa Sede, di un decreto per il battesimo forzato degli Ebrei nel 722 e dell'applicazione del decreto stesso ai Montanisti, o, come altri pensa, ai Manichei o ai Pauliciani. Come accade assai spesso, insomma, per soddisfare il nostro interesse e chiarire i motivi del fatto, desidereremmo una somma di dati più numerosi e precisi. Tuttavia, allo stato delle fonti, non è probabile che riusciamo ad andare più in là, a penetrare più a fondo il segreto della coscienza di Leone III. E forse ciò che sappiamo è sufficiente alla nostra comprensione.

E' difficile pensare ad un'impresa dura e rischiosa come quella dell'Isaurico, senza un forte sentimento religioso e un netto disegno politico. Troppo recisamente si è affermato che la controversia delle immagini non tocca, almeno nel suo primo periodo, ai tempi di Leone III, questioni dogmatiche, ma gli usi e le tradizioni della Chiesa. In realtà un filo sottile, ma ininterrotto, congiunge la polemica cristologica del monofisitismo, del monoergetismo, del monotelismo con l'iconoclastia. Anche se questa condanna ogni specie di raffigurazione sacra, sta alla sua base, da un lato, in generale, l'orrore comune a tanta parte dell'Oriente contro la materiale rappresentazione della Divinità, dall'altro, in particolare, l'incapacità, - per così dire, - insita in gran parte del Cristianesimo orientale, a concepire la doppia natura di Cristo e ad accogliere la dottrina cattolica dell'Incarnazione.

Qualunque sia la sua origine personale, - che non è possibile determinare, - il sentimento religioso dell'imperatore esprime un'esigenza largamente viva e imperiosa in Oriente; la sua azione non è sostanzialmente diversa dal «Henoticon», dall'«Ecthesis», dal «Typos». Col bandire la lotta egli secondava le propensioni sue e del tempo, toglieva di mano agli Arabi un efficace strumento di propaganda e di conquista, ritentava sotto la nuova bandiera, - né forse è altro il significato dell'editto per il battesimo degli Ebrei, - di pacificare l'impero, perpetuamente diviso.


La maggiore difficoltà stava nel piegare all'iconoclasmo i capi dell'ortodossia, cioè il patriarca e il pontefice; il maggior pericolo, nelle particolari condizioni religiose, politiche, militari dell'Italia bizantina. Leone III cercò di costringere ai suoi voleri Germano, e nel calore della discussione non esitò ad incolpare d'idolatria i predecessori suoi e del patriarca. A Gregorio II comunicò per lettera le deliberazioni prese intorno alle immagini, "poiché eran cose maledette", promettendogli la sua grazia in caso di acquiescenza, minacciandolo, in caso contrario, di deposizione.

La polemica, che nasce tra l'imperatore da un lato, e, dall'altro, il pontefice, il patriarca di Costantinopoli, Giovanni Damasceno, non è che una conferma, anzi, un ulteriore chiarimento e approfondimento del contrasto che oppone l'Occidente all'Oriente. A parte la minaccia di far fare al papa la medesima fine di Martino I, gli argomenti di Leone III sono sostanzialmente due: che il culto delle immagini è vietato dal Vecchio Testamento ed è idolatria; ch'egli, come "imperatore e sacerdote", ha autorità per imporne l'abolizione. I suoi avversari vivono ciascuno in un mondo diverso, cioè l'uno a Roma tra l'ostilità bizantina e l'ambigua amicizia longobarda, l'altro nel cuore stesso dell'impero, a Bisanzio, l'ultimo a Damasco, come alto ufficiale al servizio dei califfi ommiadi; i toni della loro polemica possono variare dall'uno all'altro secondo l'indole e le circostanze; ma ragionano tutti allo stesso modo e si servono tutti delle medesime armi, che son quelle foggiate nel corso dei secoli sotto la guida di Roma.

Quanto all'idolatria, essi hanno buon gioco nel dimostrare che sacre raffigurazioni adornavano l'Arca Santa e il tempio di Salomone, che il divieto mosaico, valido per gl'idoli, non può applicarsi alle immagini di Cristo, della Vergine, madre di Dio, degli Apostoli, dei santi, dei martiri. Queste rappresentazioni figurate, come hanno insegnato i Padri greci e latini, esprimono la devozione verso di essi, il desiderio della loro presenza, servono d'istruzione e di ammaestramento, "poiché" - per servirci delle parole stesse di San Gregorio - "a questo scopo si usa nelle chiese la pittura, affinché coloro che ignorano la scrittura, leggano, vedendo, sulle pareti, ciò che non son capaci a leggere sui libri". Il culto, l'adorazione non va né all'immagine, né alla materia di cui essa è composta, ma, attraverso la suggestione dell'immagine, alla Divinità e all'insegnamento divino.

Ma la materia entra per una più sottile ragione nel discorso degli ortodossi. E qui appunto s'affaccia il motivo dottrinale, che è il sottinteso più o meno esplicito di tutta la polemica dell'iconoclastia. "Se le profezie non si sono compiute", - scrive papa Gregorio II, - "non si scrivano i fatti a dimostrazione di ciò che ancora non è avvenuto. Se, cioè, il Signore non si è incarnato, non si formi la Sua santa immagine secondo la carne. Se non nacque in Betlemme dalla gloriosa Vergine, madre di Dio, s'Egli che regge l'universo, non fu portato come un infante tra le braccia della madre, s'Egli, che alimenta ogni carne, non degnò cibarsi di latte, non si raffiguri neppure questo. Se non risuscitò i morti, né sciolse le membra ai paralitici, né purificò i lebbrosi, né diede la vista ai ciechi e ai muti la parola, non sì rappresentino i Suoi miracoli. Se non subì volontariamente la passione, se non spogliò l'inferno, se, risorto, non salì al cielo, Egli che dovrà venire a giudicare i vivi ed i morti, in tal caso non s'adoperino lettere o colori a narrare o a raffigurare questi fatti. Ma se tutto ciò è avvenuto, ed è grande mistero di pietà, così fosse possibile che il cielo e la terra e il mare, e gli animali e le piante, e ogni altra cosa lo narrassero con la voce, per iscritto, con la pittura".

Al papa faceva eco il patriarca Germano; "Noi ammettiamo l'immagine del Signor nostro Gesù Cristo, raffigurato secondo il tipo umano, cioè secondo la sua visibile Teofania, a perpetua memoria della Sua vita nella carne, della Sua passione, della Sua morte salutifera e della redenzione venuta da essa al mondo, poiché attraverso quell'immagine comprendiamo la umiliazione sublime del Verbo divino"; "Poiché il Figlio unigenito degnò di farsi uomo, partecipando a somiglianza nostra del sangue e della carne, aneliamo a rappresentare le cose della fede, per mostrare che non in maniera fantastica e umbratile Egli unì a sé la nostra natura, come errando dogmatizzarono alcuni degli antichi eretici, ma che di fatto e in verità divenne compiutamente uomo in ogni cosa, salvo nel peccato".

In breve, nell'orrore degli iconoclasti per la raffigurazione di Cristo e della Madre di Dio, il pontefice, il patriarca, Giovanni Damasceno, sospettavano, non senza ragione, una ripresa di eresie cristologiche, di quelle eresie, che, a distanza di non molti anni e per l'appunto in seno all'iconoclasmo, troveranno il loro vivace interprete nel figlio e successore di Leone III, Costantino V.


Alla superba affermazione dell'Isaurico, che si proclama "imperatore e sacerdote", al cesareo-papismo bizantino le grandi voci del cattolicesimo rispondono concordi: "Tu sai, o imperatore, che i dogmi della Santa Chiesa non sono degli imperatori, ma dei pontefici"; "Non spetta agli imperatori il dar leggi alla Chiesa; ufficio loro è il buon governo dello stato"; "Ti obbediremo, o imperatore, in ciò che s'attiene alla vita, nelle imposte, nei dazi, nei negozi, in cui è stata rimessa a te la cura delle cose nostre. Ma nella costituzione della Chiesa abbiamo i pastori, che ci parlano il Verbo e che formano la legge ecclesiastica". Alle orgogliose pretese imperiali Gregorio II oppone il fermo principio del primato romano, della divina potestà di legare e di sciogliere.

Unanime è il grido d'allarme di fronte all'arbitrio tirannico di chi presume innovare la legge, metter le mani nel tesoro della tradizione ecclesiastica, di fronte al pericolo che, rimossa una pietra, tutto l'edificio abbia a precipitare in rovina. Il patriarca ammonisce: "Se ripudiate come idoli le venerande immagini dei Santi, per poco non sovvertite i fondamenti stessi della fede. Diranno infatti, non già i Gentili, ma i figli dei Cristiani, che la tradizione della nostra Chiesa non potrà avere alcunché di saldo, dacché rigetta le antiche consuetudini"; "Bisogna che noi ci guardiamo in ogni modo dalle innovazioni, soprattutto quando vi si accompagna confusione e motivo di scandalo per il popolo cristiano, poiché nelle chiese anche un'antica consuetudine ha forza di legge".

E Giovanni Damasceno, nella sua calda eloquenza: "Udite, popoli, tribù, lingue, uomini, donne e fanciulli, vecchi e adolescenti e infanti, stirpe santa dei Cristiani, se alcuno vi evangelizzerà cosa contraria a ciò che la Chiesa cattolica ha ricevuto dai santi Apostoli, dai Padri, dalle sinodi, e che ha custodito sino ad oggi, non gli date ascolto. Anche se un angelo, anche se l'imperatore vi annuncia cosa contraria a ciò che avete ricevuto per tradizione, chiudete le orecchie"; "Scongiuriamo il popolo di Dio, la gente santa, di rimanere saldi nelle tradizioni ecclesiastiche. Infatti l'abolire a poco a poco ciò che è stato tramandato, fa precipitare ben presto l'intero edificio, come avverrebbe d'una casa a cui si levassero ad una ad una le pietre"; "Stiamo saldi, fratelli, sulla rupe della fede e sulla tradizione della Chiesa, non rimuovendo i termini che posero i nostri santi Padri, non cedendo a coloro che vogliono far novità e distruggere l'edificio della Santa Cattolica ed Apostolica Chiesa di Dio".


Cesareo-papismo, da una parte, distinzione, e unione dei due poteri supremi nella pace e nella carità, dall'altra, inquieto spirito di novità, e fedeltà alla tradizione, sono, nel mondo ideale, le antitesi che oppongono l'Occidente all'Oriente.

In pratica, Gregorio II, - per usare l'espressione del biografo, - ricevuta la lettera imperiale, "disprezzando il profano comando del principe, subito si armò contro l'imperatore come contro un nemico, condannando la sua eresia e scrivendo in ogni parte che i Cristiani stessero in guardia, perché era sorta un'empietà".

Le conseguenze non si fecero aspettare. S'è già accennato alla ribellione del «thema», di Grecia e delle Cicladi, che erano comprese nell'ambito del patriarcato romano; e non è improbabile che appunto da Roma fosse venuto il primo impulso alla resistenza. Contemporaneamente insorsero gli eserciti della Venezia e della Pentapoli, schierandosi a difesa del papa contro l'esarca e l'imperatore. Sul loro esempio, il moto si propagò a tutta l'Italia bizantina, dappertutto furono cacciati i «duces» nominati dall'esarca, il loro posto fu occupato da ufficiali elettivi e si pensò anche di scegliere un altro imperatore e di portarlo a Costantinopoli.

Qualche resistenza alla sommossa fu tentata a Roma e a Ravenna, rispettivamente, da parte del comandante del ducato romano, e dall'esarca. Il duca Esilarato, insieme col figlio Adriano, - famoso per aver sposato una diaconessa ed essere stato scomunicato in una sinodo presieduta dal papa nel 721, - si ritrasse nella Campagna cercando di muovere contro il papa le forze e le popolazioni locali. Ma i Romani gli tennero dietro, s'impadronirono di lui e del figlio e li uccisero, incolpandoli "di aver scritto all'imperatore contro il pontefice". Poco meno tragica fu la sorte del successore di Esilarato, cioè del duca Pietro, che venne accecato.

Nel Ravennate scoppiò il conflitto fra i partigiani dell'Isaurico, capeggiati dal patrizio ed esarca Paolo, e i partigiani di papa Gregorio, e l'esarca vi perdette la vita. Il suo successore, l'eunuco e patrizio Eutichio, sbarcò a Napoli ancora nel 727 e per scritto mandò ordine a Roma affinché fossero messi a morte il pontefice e gli ottimati romani, col solo risultato che fu miracolo se al messaggero non toccò la sorte destinata al papa, e "grandi e minori si obbligarono con giuramento a non permettere", anche a costo della vita, "che fosse offeso o rimosso il pontefice, zelatore della fede cristiana e difensore delle chiese".


In Italia le cose andarono press'a poco così. Ma esponendo i fatti a questo modo, mettendo in luce unicamente la coraggiosa reazione del papa, la fedeltà religiosa e l'animo ribelle delle popolazioni italiane, corriamo rischio di falsare e di fraintendere il carattere della rivoluzione dell'iconoclasmo, come di una battaglia impegnata, e vinta quasi prima di essere combattuta.

In realtà la trama è assai più complessa, e la lotta fu per la Santa Sede e per l'Italia di estrema trepidazione e di deliberazioni supreme. Alla prima minaccia dell'imperatore, Gregorio II aveva risposto con una minaccia assai più grave. Quasi con un chiaro presentimento della storia futura, egli aveva scritto che i vescovi di Roma, "posti come muro divisorio fra l'Oriente e l'Occidente", erano gli arbitri della pace, che, nonostante la sua pochezza, tutto l'Occidente guardava a lui, successore di Pietro, che gli sarebbe bastato allontanarsi tre miglia da Roma per mandare a vuoto tutte le insidie. Anche questo era vero: la sua maggior forza politica e religiosa risiedeva ormai nell'Italia romana e longobarda, nelle terre governate e conquistate dai Pipinidi, nelle grandi isole del settentrione. Ed è segno della maturità dei tempi una così chiara coscienza, una così netta impostazione del problema.

Se non che poi la condotta del pontefice fu meno audace delle sue prime parole. Altro era impegnarsi a fondo nella difesa della dottrina, della tradizione, delle prerogative della Chiesa, altro negare la fedeltà all'impero, cioè mettere a rischio i patrimoni ecclesiastici, e, quel ch'è più, mutare radicalmente lo stato dell'Italia bizantina, anzi, l'intero sistema politico-religioso del mondo cristiano. Poiché Gregorio II ebbe lanciata la sfida, non poté non compiacersi della pronta risposta da parte delle forze militari e delle popolazioni italiane; ma dovette subito correre ai ripari per impedire che il moto gli sfuggisse di mano. Fu il papa, infatti, a far fallire il primitivo disegno della nomina di un nuovo imperatore, - che, si badi, doveva far vela per Costantinopoli, - fu il papa a salvare dalla morte il messaggero dell'esarca Eutichio. Egli voleva, non la rovina, ma la conversione del reo; nulla era più lontano dalle intenzioni sue e dei suoi partigiani di una impresa, diciamo così, nazionale contro l'impero sotto guida papale. Non era facile vincere l'intima forza di una lunga tradizione, e, in ogni caso, se i partigiani potevano abbandonarsi a reazioni impulsive, Gregorio II doveva vigilare con antica saggezza politica sul corso degli avvenimenti.


Uno dei più forti motivi che consigliò la prudenza, il motivo che più di ogni altro contribuì ad accentuare le manifestazioni di lealismo del papa verso l'impero, fu la politica longobarda, destinata in capo a pochi decenni a portare a compimento il processo iniziato dalla lotta dell'iconoclasmo e a dar vita allo Stato della Chiesa. Prima conseguenza dei disordini nel Ravennate e della insurrezione nella Pentapoli fu che il re Liutprando, parte per spontanea dedizione, parte con la forza, s'impadronì dei castelli bizantini posti a difesa dell'Esarcato, di là dal confine del Regno, lungo il Panaro e, nella Pentapoli, delle città di Osimo, Numana e Ancona. Questa espansione era un chiaro avvertimento dell'alternativa che sarebbe toccata al papato nel caso di un successivo indebolimento della potenza bizantina, ed era nello stesso tempo una immediata minaccia al ducato di Spoleto, che veniva accentuando la sua effettiva, se non nominale, indipendenza dal Regno col far causa comune coi Romani contro Bisanzio.

Si dava così uno stato di cose paradossale: che, cioè, il re e l'esarca, nemici fra loro, avessero l'urgente interesse comune di rompere l'alleanza fra Roma da una parte e i ducati di Spoleto e Benevento dall'altra, che Gregorio II abbisognasse, - e ne fosse in certo modo sopraffatto, - dell'aiuto di Spoleto e Benevento, di cui avrebbe ormai fatto volentieri a meno, per non lasciarsi tirare nel pericoloso gioco longobardo e per mantenere l'opposizione a Bisanzio nei limiti del conflitto religioso.

Tanto l'esarca, quanto il re si adoperarono, ciascuno per conto suo, a rompere l'alleanza. Liutprando premette sul papa: nel 728 s'impadronì del castello di Sutri, che apparteneva al patrimonio della Santa Sede, e, solo dopo quattro mesi di proteste e di negoziati, s'indusse a restituire l'abitato, mantenendo l'occupazione delle dipendenze rurali. Eutichio, a sua volta, largheggiò di doni e di promesse per convincere i Longobardi ad abbandonare il pontefice. Ma Spoletini, Romani, Beneventani potevano contare unicamente sulle loro forze, e, invece di cedere, "si strinsero ad un patto come fratelli", dichiarandosi pronti a morire per la difesa del papa. Il quale, a sua volta, preso dalle inestricabili contraddizioni del momento, "pur ringraziando per le buone intenzioni, esortava tutti con blande parole, affinché avanzassero nelle buone azioni verso Dio e rimanessero saldi nella fede, ma li ammoniva che non desistessero dall'amore e dalla fedeltà verso l'impero romano".

Dal seguito degli avvenimenti vien fatto di pensare che, ad un certo momento, fra il re e l'esarca, la coincidenza degli interessi immediati sia prevalsa sulla fondamentale opposizione politica e religiosa, che cioè fra Liutprando ed Eutichio sia intervenuto un accordo per ridurre all'obbedienza regia i duchi di Spoleto e di Benevento, all'obbedienza imperiale Roma e il ducato. Nasce, anzi, il sospetto, - non suffragato per altro da alcuna esplicita testimonianza, - che il papa non sia rimasto del tutto estraneo all'intesa e che al suo intervento sia stata dovuta l'impunità a favore dei ribelli.

Fatto sta che nel 729 Liutprando occupò Spoleto, ricevette il giuramento di obbedienza da parte del duca spoletino Trasmondo II e del duca beneventano Romualdo II, quindi venne ad accamparsi nelle vicinanze di Roma, nei cosiddetti Campi di Nerone. Qui fu raggiunto dal papa e, fra grandi segni di devozione da parte del re, si strinse la pace tra Gregorio, Liutprando ed Eutichio.

Meglio che di pace, si trattava d'un compromesso. I tempi non erano maturi e il miglior partito che si offrisse al pontefice era appunto di tener fermo alla sua fedeltà verso l'impero e di assicurare l'impunità a Roma e al ducato, di cui teneva di fatto la rappresentanza. Di questo suo lealismo egli ebbe occasione di dare un'altra prova poco dopo, quando nella Tuscia romana, - dove evidentemente il fuoco della ribellione non era spento, - un tale Tiberio Petasio, rafforzatosi nel castello di Manturiano, presso il lago di Bracciano, si proclamò imperatore e si fece prestare giuramento di sudditanza dalle popolazioni vicine. Grazie infatti all'aiuto materiale e morale prestategli da Gregorio II, Eutichio poté reprimere il moto, prendere e giustiziare il pretendente, il cui capo mozzo, secondo il costume, fu spedito a Costantinopoli.


Ma il lealismo papale implicava troppe riserve per non lasciare qualche sospetto. Il biografo del papa scrive che, non ostante l'ultima indubbia prova di fedeltà. "l'imperatore non restituì per intero la sua grazia ai Romani". Né poteva essere altrimenti. Se infatti le circostanze avevano suggerito a lui o al suo esarca l'opportunità di una tregua, rinasceva urgente e immediato il problema delle relazioni fra papato e impero, tra cesareo-papismo e primato, fra Occidente e Oriente. E s'adoperava egli stesso a rendere inevitabile la divisione.

Dopo aver tentato inutilmente di piegare all'iconoclasmo il patriarca Germano, il 17 gennaio 730 Leone III indisse una solenne adunanza di senatori ed alti dignitari laici ed ecclesiastici nel triclinio dei diciannove letti, una delle maggiori sale del palazzo, e vi promulgò il decreto, che vietava il culto delle immagini sacre. Il patriarca rifiutò di apporre all'atto la sua sottoscrizione e preferì ritirarsi a vita privata. Gli succedette il suo discepolo e sincello Anastasio, - un uomo altrettanto facile agli accomodamenti, quanto egli era stato inflessibile, - e, secondo il costume, inviò al pontefice la sinodica con la professione di fede. Ma il papa la respinse, dichiarando al nuovo patriarca di non considerarlo come confratello e minacciando di escluderlo dal sacerdozio se non fosse ritornato all'ortodossia.

Così, mentre in Oriente incominciava la persecuzione legale, in Occidente si ritornava da capo. Come se nulla fosse avvenuto, - minacce di deposizione e di morte, torbidi di guerre e d'insurrezioni, - poco prima di morire (11 febbraio 731), il romano Gregorio II, forte della sua fede e della solidarietà dell'Occidente, ripeteva, come da principio, come sempre, che solo il successore di Pietro aveva la suprema autorità di legare e di sciogliere, che la tradizione della Chiesa era sacra, che non spettava all'imperatore ingerirsi nelle cose ecclesiastiche.

L'atto ufficiale, irreparabile, con cui veniva proscritto in tutto l'impero il culto delle immagini segnò la rottura del colloquio diplomatico, sia pure assai vivace, fra Roma e Bisanzio, ed ebbe per conseguenza di provocare un netto chiarimento ufficiale da parte della Santa Sede. Il 1° novembre 731 Gregorio III, consacrato il 18 marzo dello stesso anno con l'approvazione dell'esarca, o senza sua opposizione, convocava in San Pietro un concilio "istius Speriae partis", cioè dell'Italia, - un segno, se mai ve ne fosse bisogno, che la separazione era in atto, - per trattare la questione dell'iconoclasmo. Parteciparono al concilio novantatre vescovi, tra i quali il patriarca di Grado e l'arcivescovo di Ravenna coi loro suffraganei, tutto il clero di Roma, ottimati e popolo della Città; il che significava che il pontefice poteva contare nella suprema decisione sulla solidarietà politica e religiosa, sia del laicato romano, sia dei massimi rappresentanti ecclesiastici dell'Italia bizantina e longobarda.

Gli atti conciliari sono perduti; ma a noi basta il decreto conclusivo, di cui ci ha serbato notizia il biografo di Gregorio III e di cui troviamo un'eco eloquente nelle orazioni di Giovanni Damasceno: "Se d'ora innanzi alcuno, avendo a spregio coloro che tengono fede all'antica consuetudine della Chiesa apostolica, in odio alla venerazione delle sacre immagini, cioè di Dio e nostro Signore Gesù Cristo, della sua madre Maria, sempre vergine, immacolata e gloriosa, dei santi Apostoli e di tutti i Santi, deporrà esse immagini, le distruggerà, le profanerà, le bestemmierà, sia escluso dal corpo e dal sangue del Signor nostro Gesù Cristo e dall'unità e dalla compagine di tutta la Chiesa".


L'imperatore non era personalmente indicato; ma la condanna colpiva lui prima di ogni altro, e, insieme con lui, il patriarca Anastasio e una moltitudine di laici e di ecclesiastici. E tuttavia, nonostante l'eccezionale gravità del provvedimento, non v'è cenno, prima, durante o dopo il concilio, di alcuna reazione da parte dell'esarca Eutichio o di altri ufficiali bizantini. V'è nell'Italia bizantina, e forse anche nella longobarda, uno stato singolare di sospensione e di attesa: regna in ogni dove la pace; apparentemente il papa agisce in piena sicurezza e con piena libertà; ma rimane l'incognita di ciò che farà l'imperatore. I soli suoi atti ostili avevano, per così dire, un carattere negativo, consistevano cioè nel fare intercettare tutta la corrispondenza diretta dal pontefice a lui e al patriarca e nel far imprigionare i messaggeri. La medesima sorte toccò ad una ambasciata, con cui i sudditi d'Italia invocavano la revoca del decreto sull'iconoclasmo.
Pare ovvio pensare che Leone III non intendesse trattare con coloro, che considerava come ribelli, soprattutto col papa, dal quale non era disposto a ricevere parole di ammonimento e minacce di scomunica. D'altra parte, s'egli e i suoi predecessori non erano riusciti con mezzi normali di governo ad avere ragione dell'intransigenza papale e a pacificare stabilmente le province italiane, non è da credere che s'illudesse di raggiungere ora lo scopo col fare intercettare le lettere e imprigionare i messaggeri. Sicché vien fatto di vedere in questi provvedimenti una battuta d'aspetto, il raccoglimento che precede e prepara l'azione, un mutamento d'indirizzo, dettato dalla convinzione che allo stato delle cose il male era insanabile e andava affrontato con mezzi diversi.

S'incominciò con un atto di forza, cioè con l'invio in Italia di una flotta potente, al comando di Manes, stratego del «thema» marittimo dei Cibirreoti. Ma nella traversata dell'Adriatico le navi furono disperse e distrutte dalla tempesta, e la spedizione fallì. A quel che narra lo storico Teofane, fu tale l'esasperazione di Leone III per lo scacco subito, che accrebbe d'un terzo la capitazione nei «themi» di Calabria e di Sicilia e confiscò i patrimoni della Chiesa romana, disponendo che per l'avvenire i loro ingenti redditi fossero versati al tesoro imperiale. Un altro importante provvedimento, di cui Teofane non fa parola, fu preso con ogni probabilità dall'imperatore in quella medesima occasione: le diocesi della penisola balcanica, dell'Italia meridionale e della Sicilia, venivano staccate dal patriarcato di Roma e annesse al patriarcato di Costantinopoli.

Ora, se consideriamo con attenzione questi fatti, se riflettiamo sul seguito degli avvenimenti, sulle successive relazioni fra Roma e l'Italia da una parte, Bisanzio dall'altra, ci avvediamo che qui si tratta, non di una reazione impulsiva e di una vendetta, ma di un meditato disegno, non di uno fra i vari momenti della lotta pro e contro le immagini, ma della sua conclusione, anzi, della fine del secolare conflitto politico, religioso, culturale, fra Occidente ed Oriente.

Erano falliti tutti gli sforzi per imporre l'iconoclasmo alla Chiesa romana e si rinunciava ad ogni ulteriore tentativo. Rimanevano impregiudicate le ragioni imperiali sulla Venezia, l'Esarcato, la Pentapoli, il ducato di Roma, ma queste province d'Italia erano ormai quasi abbandonate a se stesse e praticamente perdute. La perdita veniva compensata con la confisca dei patrimoni ecclesiastici e con le gravezze imposte alle popolazioni fortemente ellenizzate dei «themi» di Calabria e di Sicilia. L'ambito del patriarcato bizantino veniva a coincidere coi limiti effettivi dell'impero.

Interpreti di due distinte tradizioni, di due diversi modi di vita, si dissociavano così l'Occidente e l'Oriente, il mondo del primato e del cesareo-papismo, di Roma e di Bisanzio, e al tempo stesso era lacerata la fede nel governo unitario della Cristianità per l'opera concorde dei due poteri supremi.
Per più di un secolo ancora, fra alternative di ortodossia e di iconoclastia, l'impero fu agitato dalla lotta delle immagini; ma l'Occidente ne andò immune, e la tarda polemica fra Adriano I e Carlomagno, consegnata nei «Libri Carolini», ebbe più il carattere di una discussione accademica, che di una sostanziale questione religiosa o politico-religiosa.


Nel progressivo affievolirsi dell'autorità imperiale, un altro grave problema promosse d'ora innanzi le forze di Roma papale, dell'Italia e dell'Occidente; l'eredità bizantina sull'Esarcato, sulla Pentapoli e sul ducato di Roma.

Accantonato l'iconoclasmo, la Santa Sede mantenne la sua fedeltà verso l'impero e si ebbe in cambio qualche segno di riconoscimento. Secondo l'opportunità dei tempi e con sempre maggior libertà di movimento Roma alternò le alleanze coi duchi di Spoleto e di Benevento contro i re di Pavia e dei re contro i duchi, per sfuggire al pericolo della tremenda stretta longobarda, che minacciava di dare il cambio a Bisanzio e di annientare l'alto patrocinio e la guida, esercitati da essa, in particolare sul ducato, in generale sui popoli dell'alta e della media Italia.

Solo quando parve imminente la rovina, si rivolse per aiuto ai Pipinidi, grandi promotori delle missioni papali fra i Germani, - la prima volta, invano, nel 739, a Carlo Martello, la seconda e la terza, efficacemente, nel 753 e nel 755 a Pipino III, - ne secondò le ambizioni di regno e spostò risolutamente l'asse della sua politica dall'Oriente all'Occidente, dai Bizantini ai Franchi, dal passato al presente e all'avvenire.

In questo modo si risolvevano le ultime contraddizioni del morente sistema romano-bizantino, si chiudeva il periodo dei compromessi fra l'impotenza dell'impero, la solida autorità dei pontefici, l'avventurosa politica longobarda; e la Chiesa, che aveva guidato la lotta dell'Occidente contro l'Oriente, si costituiva erede di Bisanzio nel ducato, nell'Esarcato, nella Pentapoli ad affermazione del suo prestigio e a difesa della sua libertà.


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