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Ruggero GUARINI
I cattivi maestri ora insegnano la vera felicità
tratto da: Il Giornale, 22.03.2005.

Ieri, per farci tutti felici, andavano in giro a rapire e ammazzare la gente. Oggi, sempre per farci felici, vorrebbero spiegarci che cos'è la Felicità. E specialmente vogliono spiegarlo ai ragazzini. Perché sanno che i ragazzi vogliono essere felici. E che perciò vorrebbero sapere che cos'è la Felicità. E che proprio per sapere che cos'è leggono a volte qualche libretto più o meno dotto e profondo sull'argomento. E che quando capita, sempre per racimolare qualche informazione sulla Felicità, vanno anche a sentire qualche conferenza. Come quelle, per esempio, che sono state lette in questi giorni a Napoli, durante i lavori della prima edizione di un festival dedicato appunto a lei - alla Felicità. Anzi (dice il logo dell'iniziativa) all'Arte della Felicità.

Proprio a quei ragazzi dedico dunque questo pezzullo. Lo dedico a loro perché so che essi non sanno che fra i tanti professori di felicità che vanno oggi in giro, di solito a spese del contribuente, e con l'alta protezione delle pubbliche autorità, a parlare di lei, della Felicità, con parole spesso non prive di vaghi accenti spirituali, religiosi e finanche mistici, figurano alcuni pensatori che fino a qualche anno fa, nell'era leggendaria delle guerriglie urbane, dei partiti armati e delle lotte continue, ritenevano che l'arte della Felicità consistesse suppergiù nel dare al prossimo la Felicità Eterna sparandogli alle spalle in un agguato o accoppandolo alla fine di un lungo soggiorno gratuito in qualche "prigione del popolo".

Lo dedico a loro perché temo inoltre che essi ignorino del tutto che fra i nostri più gagliardi eudemonismi (si chiamano così i devoti alla Felicità) un tempo era molto diffusa l'idea che la Felicità fosse un "prodotto". Naturalmente del comunismo. Ossia dei metodi di produzione generati dal sistema comunista.

Questo infatti è il brillante concetto che la nostra ultrasinistra gruppettare si fece in quegli anni della Felicità. E che trovò l'espressione più commovente in questa sublime paginetta del pensatore più pensieroso di quell'eccelsa scuola di pensiero: "Il problema è invece quello di articolare la riorganizzazione generale della giornata lavorativa sulla base della scoperta di una vita collettiva pacifica, felice e creativa. In questo quadro possiamo pensare a un'incredibile espansione tecnico-scientifica perché essa non si regge più sul capitale bensì sull'organizzazione di tutta la società e vede direttamente la ricchezza e la felicità di tutti come proprio prodotto. La riorganizzazione comunista della giornata lavorativa vede il lavoro scientifico come asse della comunità. Un lavoro scientifico politicamente motivato, immediatamente collegato alla produzione di felicità per tutti. Legare assieme produzione, innovazione, amministrazione nella logica della liberazione dal lavoro. Nella speranza, nella felicità vicina. E' un passo: facciamolo" (Toni Negri, "Il comunismo e la guerra", Feltrinelli, 1980).

Fa piacere constatare che questi maestrini di felicità, nonostante le madornali idiozie che in quegli anni almanaccarono su questo tema, e le infamie che spesso commisero per verificarne l'efficacia, riescono ancora oggi a esercitare il loro magistero sulla felicità con l'incoraggiamento dei pubblici poteri.

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