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Antonio IANNACCONE
E l'uomo si fece animale
tratto da: Pepe. Giornale di provocazione e passione umana, anno II, luglio 2004, p. 1.4.

Non siamo mai usciti dal '68. Quella eliminazione di ogni vincolo alla "liberazione" dell'uomo, iniziata con i primi movimenti studenteschi alla fine degli anni '60 continua la sua marcia ancora oggi. Ma, se dovessimo dirlo in una parola, "da che cosa" volevano "liberarsi" i sessantottini? E che cosa cercavano, alla fin fine? A ben guardare, i sessantottini hanno eliminato alla radice il problema dei problemi dell'uomo, quello poeticamente espresso da Leopardi nel Canto del pastore errante: "Dimmi: perché giacendo a bell'agio, ozioso, s'appaga ogni animale; me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?"

Ecco, nel '68 l'uomo ha preteso di farsi "animale", nel senso più neutrale e meno offensivo del termine. Di stare tranquillo e di eliminare dalla scena ogni distrazione dal mangime del "solo pane", dal gregge della "società perfetta" (quella in cui a tutti gli animali sia data la giusta razione), dall'istinto di riproduzione (la libertà sessuale) elevato a ragione di vita, e via belando. Per assecondare meglio la beluinità, l'uomo si è dotato anche di apposita erba, da fumare e non da brucare, il cui effetto era (ed è) comunque quello di produrre lo stesso "appagamento" facile della pecora leopardiana (l'unica differenza aggravante è che la bestia non si sente particolarmente trasgressiva e "di tendenza" mentre s'impecorisce, invece l'uomo sì). Non che tutto questo non esistesse anche prima del '68, ma, certamente, in quel fatidico anno è successo che quest'ansia di "autoriduzione" si sia improvvisamente trasferita prima ai giovani studenti e poi alle masse, diventando opinione comune, anzi "pensiero unico".

Simbolo di questo nuovo "sentire comune" imposto ad arte è lo stravolgimento del concetto di "libertà". Questa si trasferisce dall'"umano" al "ventre" o, al più, al "costume". Non ha più niente a che fare con la grandezza del sentimento umano, anzi è tanto più esaltata quanto più dà spazio ad un'umana piccolezza. Fu durante il '68, infatti, che cominciò ad affermarsi il significato che ancora oggi si intende di "libertà": quella di fare tutto ciò che sta in un determinato recinto intorno all'ombelico. Così la libertà dell'uomo, il centro della sua dignità, si riduce a libertà "sessuale", "di divorziare", "di abortire", "di sperimentare trasgressioni". Il tutto sotto la forma "eroica" della ribellione all'autorità. Se facciamo per un attimo i satanisti, è difficile immaginare una luciferina pentola migliore di questa: la perdita beluina di sé e della propria autentica libertà, accompagnata da un senso di prometeica "liberazione" dalle catene. Insomma, schiavi e felici di esserlo, si direbbe. Ma manca un dettaglio: la pecora è perfettamente soddisfatta in uno stato pecorile, mentre l'uomo - che lo sappia o meno - no. Così, il vero sostrato comune a questa paccottiglia di riduzione umana diventa uno solo: "la negazione" del mondo, dell'uomo e, alla fine, di sé (come dimostra l'esito del terrorismo e non solo).

A meno che l'Io non trovi la forza di commuoversi davanti ad un volto nazareno che lo implora di credere in lui il significato della propria immensa libertà.

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