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Cieli rossi Franco GALLELLI, Cieli rossi, Città Nuova, Roma 2007. Il sito di è Franco Gallelli: www.gallelli.it 11. Il linguaggio proletario. Tutte le sere c’era una riunione, anzi in realtà il presidio era permanente. In ogni angolo del grande salone c’erano compagni che parlavano e fumavano. Leggevano “Servire le Masse”, fumavano e parlavano. Quasi tutti parlavano, qualcuno ascoltava, tutti fumavano. Poi c’erano i compagni che, avidi del sapere proletario, erano capaci di suddividere la serata seguendo tutti i gruppi. Stavano dieci minuti con quelli che preparavano la manifestazione per l’indomani, un po’ con i compagni studenti, un po’ di qua, un po’ di là. Nello smog del partito aleggiava più di tutte una parola: “compagni”. Essa saliva e riecheggiava sopra ogni brusio: compagni…pagni….pagni… E in realtà i compagni dirigenti proferivano la parola “compagni” in modo assolutamente diverso dagli altri. La sillaba “co” spariva quasi. Si percepiva distintamente solo “mpagni”. “…mpagni, l’obiettivo è…”, “mpagni, prima di tutto il partito…”, “…mpagni…mpagni”. Ed era inutile che i compagni “normali” cercassero d’imitare tale stile che apparteneva esclusivamente ai dirigenti. Infatti era loro prerogativa esclusiva. Come una specie di grazia che calava dall’alto. Non appena il compagno Qualsiasi assumeva una Qualunque responsabilità. Lui da quel momento avrebbe detto “mpagni” con estrema naturalezza; le ‘mpagne ne sarebbero rimaste prese e affascinate. Una sera, il compagno Rafele il Tarallaro, solitamente itinerante, si era soffermato incuriosito dall’agitazione ai margini di un gruppo che discuteva animatamente. Dalla cortina di fumo, una voce ferma e seria difendeva il suo operato: “Compagni è inutile che dite! Non abbiamo potuto fare il volantinaggio perché quando siamo arrivati l’intero quartiere Materdei era entrato in fase di «dormizione»”. “Scusa compagno.” Rafele si era rivolto ad un giovane studente, anch’egli itinerante. “Mannaggia l’ignoranza! Ma che è sta fase di dormizione?”. Sorridendo ma assolutamente comprensivo con il compagno di così basso livello culturale, dietro alle sue lenti da intellettuale, spiegò che fase di dormizione significava che la gente stava dormendo, erano a letto. “Ah ecco…”. Quella notte Rafele salutò la moglie che ancora non voleva saperne di staccarsi dal televisore: “Buona notte Maria, io entro in fase di dormizione…”. La povera donna trasalì: “Addò vaje? Tu mo' stai arrivando ed esci un’altra volta?”. “Marì, non vado da nessuna parte. Dormizione vuol dire che me ne vado a dormire. Me ne vado a cuccà! Ah… benedetta ignoranza! E quando ci evolviamo un poco!”. Poi c’era il “cioè”. Che non significava “in altri termini”, oppure “adesso vi spiego meglio”. No. Era una specie di sostegno al discorso, un intercalare arcano che proveniva direttamente dalla guerriglia sudamericana. La mitica espressione del più mitico tra i mitici, “cioè” del comandante Ernesto Che Guevara! Oltre all’eskimo verde e al giornale in tasca un compagno si distingueva dal “cioè” profuso largamente, anche quando non ci “azzeccava” niente. Ogni discorso iniziava con “cioè compagni”. Prima del soggetto: “cioè”; prima del predicato verbale: “cioè”; prima – e qualche volta anche dopo – il complemento oggetto: “cioè”. Cioè… Cioè… Tutto sommato il “cioè” era abbastanza innocuo. E poi ricordava un grande della rivoluzione. Per cui, passa, ma dove i compagni puristi della madre lingua soffrivano notevolmente era in quel “in ultima analisi”. Sbrang! Una sprangata in pieno cervello. “In ultima analisi” appariva d’improvviso, inaspettata, micidiale. Mentre si decideva se andare o no al cinema “No”, qualcuno se ne veniva con: “In ultima analisi è meglio che ci vediamo Il fascino discreto della borghesia.” Già si dava per scontato che, in ultima analisi Buñuel era un grande regista. Anche se , in ultima analisi… nessuno capiva un accidente dei suoi film! E poi quest’analisi non era mai l’ultima. Ce n’era sempre un’altra dopo. E poi ancora un’altra. Centinaia, migliaia d’ultime analisi! Le tasche e l’esistenza erano stracolme di ultime analisi. Qualche compagno, studente di lettere e filosofia come tornava a casa, in gran segreto, prendeva una boccata d’aria buona leggendo “I promessi sposi” o “Il vecchio e il mare” o qualsiasi altro pezzo di carta scritto in maniera umana. Dolcemente la mente finalmente riposava: “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno…”. 31. Il convegno contro la repressione. [...] “Dai Franz, andiamo anche noi a Bologna?”. [...] “Va bene, andiamo”. In fondo era contento perché questa volta si aggregava anche il compagno Peppe. Lui c’era non tanto per il convegno contro la repressione che stimava una boiata, ma per visitare Bologna, la città rossa per eccellenza, culla del Partito Comunista Italiano di cui lui era ormai un convinto dirigente. [...] In Piazza Maggiore il Movimento aveva organizzato un comizio. Tutti in teoria potevano prendere la parola, ma pochi riuscivano a farlo. Mentre i compagni esprimevano dal microfono tutta la rabbia per la repressione in atto, duemila presenti ascoltavano… non il comizio, ma loro stessi nei tanti capannelli sorti un po’ ovunque. Franz salì qualche gradino e guardando la piazza notò con sorpresa che nessuno, ma proprio nessuno era rivolto verso il comizio. Poi appena il compagno finiva il suo intervento, si percepiva il battimani di una, massimo due persone. Gli organizzatori persero le staffe. Il mormorio della piazza proveniente dai capannelli era assordante. Quei pochi giornalisti presenti non capivano niente. “Compagni è necessario che facciate silenzio!” Bordate di fischi… “Compagni un po’ di serietà!”. Urla ed invettive varie senza pietà… Parte del Movimento abbandonò la piazza per andare a vedere se c’erano maggiori emozioni al corteo organizzato da Autonomia Operaia. Fecero la stessa cosa Franz e compagni. Corsero in fretta perché il corteo già si stava muovendo. Fortunatamente girarono un paio d’angoli e si ritrovarono proprio di fronte alla striscione di testa su cui campeggiava un drago e la scritta “Curcio libero”. Dietro i compagni avevano il volto coperto da passamontagna, foulard, caschi e gheffie. Loro s’intrufolarono dentro un corteo stranissimo. Questo percorreva vie strette in cui si passava massimo quattro per fila. I bolognesi del PCI svolgevano servizio d’ordine (!) insieme ai poliziotti ad entrambi i lati del percorso. Franz si avvide che man mano che il corteo avanzava, i compagni e le compagne con i tascapane più gonfi si concentravano in testa al corteo. Fece notare la cosa agli altri e Peppe fu il primo che consigliò di deviare al più presto. Girarono così alla prima traversa che incrociarono, ma nel voltarsi si avvidero immediatamente che [...] Seppero che potevano dormire all’università e ne furono ben contenti, un’altra notte da passare in quattro nella 127 li avrebbe ammazzati. Tra l’altro pare che lì le cooperative rosse davano un pasto caldo per poche lire. Appena varcarono la soglia della facoltà lo spettacolo era impressionante. Sacchi a pelo stesi a terra dappertutto, insieme a zaini e tascapane, buste di cibo e bottiglie di vino, birra e, raramente, acqua. Una puzza di fumo, patciuli, marijuana e formaggino da stroncare anche lo stomaco più duro. Si fecero largo in quella selva umana e iniziarono a salire su, verso i piani più alti. Finalmente trovarono tra una scala e un’altra un pianerottolo abbastanza libero. Presto capirono perché. In realtà erano a pochi metri dai bagni, per cui appena si apriva la porta li raggiungeva un significativo fetore. Peppe, Tania e Nello si accasciarono sul pavimento e si sistemarono alla meglio. Subito chiusero gli occhi dimenticando persino di mangiare. Franz provò anche lui a fare lo stesso, ma niente! Decise di scendere sotto per cercare il famoso piatto caldo, chissà che, mangiando, sarebbe riuscito a dormire. Per guadagnare l’uscita dovette districarsi tra i corpi dei compagni; per la poca luce e per il fumo dovette procedere quasi a tentoni. Mentre avanzava si accorse che altro che dormire! Un buon numero sniffava, altri fumavano erba, compagni e compagne solidarizzavano intimamente… Appena riuscì a guadagnare l’uscita respirò a pieni polmoni, mai come in quel momento apprezzava l’aria, anche se apparteneva ad una città di cui proprio non ne poteva più. Un compagno lo apostrofò: “Scusa, avresti qualche cento lire? Lì dentro ieri sera mi anno rubato il tascapane con tutto. C’era anche il biglietto per tornare a Bari e la macchina fotografica Zenit di mio padre. Quando torno a casa mi uccideranno” [...]. 39.Com’è nato il sessantotto? Franz più volte si era posto il problema. Lui del sessantotto e delle sue cause, origini, perché e percome, ne sapeva poco. Intanto perché quando i rossi arrivarono sotto scuola e lui decise di seguirli, aveva appena sedici anni, per cui il sessantotto era già scoppiato da un qualche anno, e poi perché lui all’epoca era un giovane esploratore semplice semplice, innamorato solo della natura, degli uccelletti che svolazzavano intorno alla tenda e delle stelle che ammirava nel buio della notte attorno al grande fuoco. Approfittò quindi, per colmare questa sua lacuna, di una ennesima riunione antifascista e della presenza di un grande leader carismatico, professore universitario, che dirigeva una modesto ma agguerrito partito filocinese. Il tipo era un compagno dallo sguardo torvo, perennemente immerso nel fumo di puzzolenti Goluase, con la voce roca e stridente, che ti graffiava i timpani con quel timbro a punta di stiletto. Comunque, la domanda gli proruppe in fretta: “Scusa, compagno professore, mi potresti spiegare le contraddizioni che scoppiarono in seno alla società sciovinista – imperial – capitalista che portarono al sessantotto?” L’ideologo accolse la domanda con evidente disgusto, come a dire: “Ma se non sai neanche questo, qui che ci stai a fare?”. Tuttavia ebbe proletaria pietà dello sguardo implorante del compagniuccio, per cui, botta di fumo, e via a sciorinare una mega lezione sul sessantotto durata tre ore, quarantacinque minuti e diciotto secondi. “… nel ’60 il governo Tambroni sostenuto dai fascisti fu autore del massacro di onesti compagni a Reggio Emilia e in Sicilia… nel ’62 finalmente gli operai della FIAT si ribellano al controllo della CGIL e del PCI e picchiarono di brutto la polizia… nel ’64 a Berkeley i compagni universitari americani misero in crisi il sistema confederale della cultura… la perdurante e ingiusta guerra del Vietnam mobilitò le masse contro l’imperialismo americano… a Roma nel ’66 i fascisti fanno fuori Paolo Rossi… in Cina guidati sempre dal compagno Mao combattemmo lo strisciante decadimento borghese portando avanti la rivoluzione culturale… a Pisa nel ’67 io e pochi compagni ricercatori, insieme alle masse degli studenti, occupammo la Sapienza… poi arrivò il ’68 con centinaia di rivolte e scontri di piazza… occupammo le facoltà, cioè i centri del potere culturale fascista e capitalista, di Torino, Pisa, Padova, Firenze, Napoli, Lecce e fino a giù… giù a Palermo. A Roma Almirante e Caradonna ci presero a manganellate alla facoltà di Legge, per Mao! Ci gonfiarono di botte, ma noi pur in ginocchio gridavamo più forte… intanto tutte le facoltà erano in subbuglio, persino la Cattolica a Milano… a Parigi la Sorbona era in fiamme, in america la Columbia University… in Germania… i grandi compagni italiani come Amendola e tutta la cricca di revisionisti del PCI gettarono una pesante ombra sulla legittimità del sessantotto e del movimento studentesco…” Alla fine di quella tremenda sventagliata di fatti, date, annotazioni e personalismi, Franz era come uno di quei bambolotti dagli occhi di vetro, percepì solo un lontano: “Allora hai capito?”, poi gli parve di vedere una figura indistinta che si allontanava tra lo smog e crollò col capo sul tavolo. Si svegliò nella stessa posizione il giorno dopo alle sette del mattino con un’emicrania spaventosa, un raggio di sole filtrava dalle imposte tinte di rosso, illuminando una mente ormai ben sgombra da qualsiasi domanda, interrogativo o quesito sulla genesi del sessantotto. La sbornia da indagine storica gli procurò un effetto deleterio sulla sua perenne esigenza di sapere i più nascosti perché degli eventi umani. Da quel momento guardò solo al futuro… almeno fino a quando non comprese che per capire e amare la vita e quindi costruire le premesse per un domani migliore per se e per gli altri, si doveva necessariamente passare dalla conoscenza dei fatti passati, ovviamente con la dovuta coscienza critica e con metodo scientifico. Possibilmente senza affidarsi alla voce roca di un professore di passaggio, ma andando a studiare, in un luogo sufficientemente garantito, come un’aula universitaria. Data inserimento:
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