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Mariano VEZZALI
Quale liberazione?
tratto da: in Litterae Communionis, anno XV, aprile 1988, p. 9-11.

Né commemorazione né rimozione. Semplicemente ricerca della "verità" del '68. ... La risposta "cattolica"? La "presenza" al posto dell'utopia. Cioè la costruzione invece della violenza o della disillusione


Dal desiderio all'ideologia

Nel 1968 esisteva certamente un fondamento reale per una serie di rivendicazioni di largo respiro; quel che però colpisce è che tali rivendicazioni siano state inserite in un progetto complessivo tendente non semplicemente al perfezionamento dell'assetto sociale ma al suo totale cambiamento, non alla correzione di certe innegabili contraddizioni, ma al riscatto definitivo dalla contraddizione in quanto tale.

Il bisogno reale di una maggiore democrazia e di un grado più elevato di giustizia sociale finì per ampliarsi e per condurre molti al rifiuto in blocco dell'ordine esistente ed alla convinzione che le contraddizioni ed i mali della vita, causati, si credeva, da un ingiusto assetto sociale, fossero eliminabili. La pesantezza e la costrittività dei legami sociali, l'estraneità immediata del lavoro, la divisione dei ruoli e la loro spersonalizzazione, non vennero più considerati come tare in certa misura insuperabili dell'esistenza associata, bensì mali che avrebbero potuto essere cancellati una volta che i presunti colpevoli fossero stati individuati e puniti; si ritenne che ogni violenza subita dalla persona fosse esercitata in ultima analisi da un'altra persona, e che quindi la si potesse annullare convertendo od eliminando chi la poneva in atto.

La domanda che quindi occorre porsi, a venti anni di distanza da una stagione che per molti è ancora circonfusa di bellezza ideale, è questa: come è stato possibile credere che un cambiamento totale fosse realizzabile, e che una giustizia assoluta, un'uguaglianza assoluta, una libertà assoluta potessero incarnarsi pienamente nella vita? Da questo punto di vista il 1968 segna l'inizio del diffondersi di un'ideologia di massa, irrealistica non tanto per le istanze che aveva al fondo, quanto per la certezza di poter realizzarle, con un'adeguata prassi politica, nella storia.

In questo modo la politica assunse un carattere totalizzante e sacrale, perché solo attraverso di essa si considerò possibile mettere in opera la nuova società e la nuova umanità, contro le ingiustizie e soprattutto contro quanti le praticavano. Chi lottava contro l'ordine iniquo della società era autorizzato, per la grandezza del fine, ad utilizzare un potere eccezionale per spezzare gli ostacoli che ancora si frapponevano alla realizzazione della società nuova; ed in questo modo vanno interpretate le violenze del 1968-‘77 e dei successivi anni del terrorismo, perché solo se si ammette un desiderio assoluto di cambiamento ed una fiducia altrettanto assoluta nella realizzabilità di un nuovo integrale è possibile comprendere quel tipo di violenza: si usava la forza contro chi, coscientemente o «oggettivamente», si metteva di traverso sul cammino di un rinnovamento definitivo della vita.

I profondi ripensamenti di personaggi esemplari del terrorismo italiano, quali Marco Barbone ed Adriana Faranda, evidenziano proprio questa carica ideale della violenza, questo desiderio di usare «per l'ultima volta» la spranga, la pistola, il mitra, perché poi, eliminato l'ultimo diaframma e l'ultimo colpevole, l'opacità della vita finisse e cominciasse una nuova stagione di fraternità e di giustizia.

Per abbozzare le linee di un giudizio storico nel 1968 e sulle sue ambiguità se ne deve considerare la discendenza, si devono cioè almeno ricordare alcuni dei fatti salienti accaduti negli anni successivi. In primo luogo, l'uso, più sopra menzionato, di un «potere straordinario», di una violenza estrema e decisiva che avrebbe dovuto affrettare l'avvento del mondo nuovo, si è rivelato fallimentare perché non ha operato il cambiamento che ci si attendeva e, con lo stillicidio di una violenza quotidiana durata per anni, ha messo a nudo l'ambiguità dell'ideale di un mondo di pace preparato da una prassi di odio e di lotta. Quanto più ci si allontanò dai momenti esaltanti dell'inizio, tanto più questi due aspetti risultarono incompatibili: le storie dei militanti di Avanguardia Operaia che uccisero nel 1975 Sergio Ramelli, un giovane di destra, testimoniano il dramma di chi, dopo aver accettato per dovere nei confronti della causa e del futuro di colpire un essere umano, vede giorno per giorno assottigliarsi la credibilità del suo operato, fino a giungere al rimorso e, in un caso, al suicidio. Ancora più eloquenti nel documentare l'impossibilità di rendere compatibili un ideale di fratellanza ed una prassi di violenza risultano i fenomeni della dissociazione e del pentimento fra gli aderenti alle formazioni di lotta armata.

Se questi fatti evidenziano dal punto di vista soggettivo la perdita di credibilità dell'ideale della rivoluzione come era emerso nel 1968, la stessa credibilità risulta erosa da un elemento oggettivo. L'ideale di un mondo nuovo, in cui la persona fosse liberata dalle ingiustizie sociali e dall'estraneità ai suoi simili aveva bisogno di esemplificazioni concrete, e queste vennero trovate nella Cina ed in Cuba, caratterizzate da un comunismo a prima vista non dogmatico ed attento alla costruzione di un'umanità nuova, e nel Vietnam, in cui un popolo, di cui erano esaltati il coraggio e l'idealismo [...]; considerati dapprima come Paesi-guida, Cina, Cuba e Vietnam smentirono poi il ruolo di anticipatori della nuova armonia e, così facendo, contribuirono ad accrescere la disillusione sulle effettive possibilità di una rivoluzione realmente liberatoria.

La conquista della Cambogia ad opera del Vietnam nel gennaio 1979 e l'uso di contingenti cubani come strumento di penetrazione della Russia in Africa nella seconda metà degli anni '70, mostravano quanto l'espansione imperialistica e l'oppressione di altri popoli non fossero esclusivo appannaggio [...]dell'occidente; allo stesso modo, la morte di Mao Tse Tung nel 1976, il rinnegamento della rivoluzione culturale ed il lento aprirsi della Cina all'occidente, tolsero anche a quel Paese il ruolo di avanguardia del mondo nuovo.

Ripensare oggi al 1968 significa ripensare alla dinamica che da quell'anno interessò la nostra storia fino alla prima metà anni '80, alla conclusione degli anni più duri del terrorismo; esplorando questo arco di tempo ci si rende conto della corruzione di un ideale che, quando si affidi esclusivamente al progetto umano ed al potere politico per diventare realtà, si corrompe in una ideologia chiusa, e, mentre mira allo splendore di un mondo futuro, non considera le domande più elementari degli uomini del presente e ritiene accettabile sacrificarli alla perfezione che verrà.

L'elemento progettuale e lo stesso potere politico sono però ingredienti necessari della creatività umana che mira a rendere il mondo migliore: come far sì che essi non si corrompano? Se progetto e potere hanno senso solo al servizio di un'idealità umana, la pretesa che grazie ad essi tale idealità possa trasfondersi nella forma storica definitiva di un mondo nuovo e perfetto corrompe tutti gli elementi in gioco: il progetto si chiude ad ogni voce che possa metterne in dubbio la perfezione, il potere tributa la sua riverenza solo al mondo che verrà mentre schiaccia quello presente e perseguita quanti dissentono dalle idee dominanti, l'ideale perde quella componente essenziale di povertà e di domanda che lo rende attento alla realtà ed al bisogno dell'uomo e diventa, come si diceva, ideologia. [...]

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