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François FURET - Maurice AGULHON
1789: Terrore o libertà?
tratto da: L’Espresso (supplemento), 22.1.1989, n. 3.

a cura di Gabriele Invernizzi
Due storici a confronto. Fu un atto giusto o ingiusto? I massacri erano davvero inevitabili? Possiamo ancora richiamarci a quelle idee o la Rivoluzione è finita? In un acceso faccia a faccia tra due dei più famosi storici francesi, affrontiamo il cuore delle polemiche del bicentenario.



Rivoluzione e libertà. Rivoluzione e Stato moderno. Ma anche Rivoluzione e violenza, dittatura, terrore, Stato dispotico: tutte conseguenze della «forza delle cose», come diceva Saint-Just, o si è trattato, al contrario, di elementi generati dalla stessa idea rivoluzionaria? E poi: se oggi in Francia e nel resto dell'Occidente la democrazia è consolidata è grazie all'eredità lasciata dalla Rivoluzione oppure è proprio perché «la Rivoluzione è finita», come ha decretato tempo fa François Furet? Duecento anni dopo, il dibattito è aspro, soprattutto fra gli storici. Noi abbiamo riassunto i termini delle loro contese in questo faccia a faccia tra lo stesso François Furet, capofila della scuola detta "revisionista", e Maurice Agulhon che dal College de France guida una corrente che dà della Rivoluzione un giudizio meno negativo. Il dibattito ha avuto luogo presso l'Istituto culturale italiano di Parigi.

L'Espresso: Cominciamo da una questione di fondo: la Rivoluzione francese è stato un atto "giusto"? Era davvero inevitabile la sua esplosione ed erano davvero inevitabili le forme politiche che ha assunto?

FURET: «Io non credo all'inevitabilità della storia. Alla fine del diciottesimo secolo, di veramente inevitabile c'era la necessità di un aggiornamento: né la monarchia assoluta né la società aristocratica né la Chiesa potevano durare. Ma perché mai le forme del cambiamento dovevano essere per forza quelle? Quale inevitabilità c'era, ad esempio, nel fatto che in quegli anni la Francia avesse un re così malaccorto come Luigi XVI? Insomma se mi si chiede di rispondere in coscienza alla domanda se ciò che è accaduto sarebbe potuto accadere diversamente, io rispondo nettamente sì. Sì, le cose potevano andare in maniera diversa».

AGULHON: «Già ma è un fatto che l'aggiornamento non c'è stato e che Luigi XVI, più che malaccorto, è stato un monarca intellettualmente integrato nell'Ancien Régime, che ha rifiutato le riforme e che, anche quando ha dovuto accettarle, lo ha fatto al fine di ripartire da posizioni più vantaggiose. Fu lui a rendere pressoché inevitabile la radicalizzazione dei suoi avversari. La presa della Bastiglia e i primi linciaggi per le strade di Parigi non sarebbero esistiti se l'11 luglio 1789 il re non avesse deciso di dimettere il ministro Necker e non avesse mandato sulle piazze la cavalleria. Il carattere violento della Rivoluzione ha avuto come primo responsabile la resistenza controrivoluzionaria».

FURET: «Io non sono d'accordo. Non si può dimenticare che Luigi chiamò a dirigere le Finanze riformatori come Turgot e Necker, e che esitò sino all'ultimo prima di schierarsi con l'aristocrazia. Non si può parlare di una fatalità antiriformista della monarchia francese ma solo di un re che non arriva al termine della sua politica. Il vero problema comunque è un altro».

L'Espresso: Quale?

FURET: Ciò che caratterizza la Rivoluzione francese nel suo affermarsi è che essa mal si concilia con la libertà politica. Per due volte la Rivoluzione, prima con Robespierre e poi sotto Bonaparte, esprime dei periodi incompatibili con i Diritti dell'uomo e con la libertà. Su questo, Agulhon, siamo in disaccordo. Tu attribuisci al ruolo della controrivoluzione la responsabilità di queste deviazioni illiberali. Io non lo nego: ma dico che non basta, e che nella cultura democratica rivoluzionaria del 1789 esistono degli elementi di illibertà. In altre parole io dico che la dinamica della Rivoluzione è potenzialmente dispotica. Ci sono elementi della cultura rivoluzionaria che sin dall'origine, penso per esempio a Marat e al giornale che pubblica nel settembre 1789, risultano incompatibili con la libertà politica».

AGULHON: «Non ci sto a una ricostruzione che fa partire il Terrore addirittura da Rousseau. Se Luigi XVI avesse accettato un sistema monarchico all'inglese, ovvero se avesse accettato le raccomandazioni di Mirabeau e dei Costituenti, sarebbe mai esistita per Robespierre la minima possibilità di arrivare al potere? Credo di no».

FURET: «Io ricordo che quando ero studente non mi parlavano che di questo e mai però mi spiegavano le ragioni interne della deriva terroristica...».

L'Espresso: E ora può spiegarle lei a noi queste «ragioni interne»?

FURET: «Il fenomeno rivoluzionario francese si caratterizza subito per il totale rifiuto dell'Ancien Régime, il che non stava scritto negli astri né nella necessità, e poi per l'idea che ai francesi spetti di inaugurare un nuovo periodo della storia. Ora, questa idea si lega subito a quella della rigenerazione del popolo. E da entrambe si arriva facilmente ad una successiva, che è quella di costruire un uomo nuovo, un popolo di "citoyens", di soggetti. Da qui è ancora una volta facile arrivare all'idea delle limitazioni delle libertà... Insomma, la Rivoluzione francese è manichea sin dal primo momento».

L'Espresso: Un altro aspetto di illibertà non sta nel fatto che essa non arriva a concepire la sovranità che come una e indivisibile?

FURET: «Certo. Mentre gli americani, in quegli stessi anni, si pongono il problema di suddividere la sovranità del popolo, i francesi non si rendono conto che anche essa può diventare dispotica quando non se ne faccia un uso saggio. Basta paragonare le "Federalist Letters" che commentano la Costituzione americana del 1787 ai dibattiti francesi dell'agosto-settembre 1789 e si vede bene questa enorme differenza. Insomma, la Rivoluzione francese produce una cultura politica nella quale non si può più pensare il pluralismo».

AGULHON: «Ma gli americani, una volta fatta la loro rivoluzione, non hanno dovuto misurarsi con i controrivoluzionari che se ne sono tornati in Inghilterra o sono emigrati in Canada! Così, tutta la vita politica ha potuto svilupparsi tra gente che aveva una comune adesione ai suoi principi. Che le cose siano andate diversamente in Francia, si sa, l'abbiamo visto ed è inutile tornarci sopra. Affrontiamo invece un altro problema: quando si parla di tradizione democratica francese si finisce per dover parlare di giacobinismo e liberalismo. Anche su questo punto la pensiamo diversamente. Tu esasperi l'antagonismo tra giacobini e liberali. Ciò sarebbe vero in una situazione di tabula rasa, ma in Francia la forza principale che si è imposta dopo la Rivoluzione, e che è stata battuta solo fra il 1870 e il 1880, è stata una destra né giacobina né liberale ma repubblicana e contro la quale i nostri giacobini e i nostri liberali hanno combattuto assieme. I tentativi di rifare i Comitati di salute pubblica, le dittature popolari sono stati rari (penso a Blanqui, ai Comunardi, agli anonimi del giugno 1848) e sono sempre stati battuti dagli stessi repubblicani. Il partito repubblicano in Francia ha passato il suo tempo a conquistare una a una le libertà, a fianco dei liberali e contro il partito autoritario e clericale. Nella nostra storia i pericoli autoritari sono sempre venuti da destra, non dall'estrema sinistra».

FURET: Non mi convinci. Se si studiano gli ultimi sei mesi del 1789 e i primi sei del 1790 ci vuole veramente una lente d'ingrandimento per scoprire i segni della controrivoluzione. Piuttosto, Agulhon, che cosa dà forza alla controrivoluzione nel 1790? Te lo dico io: la costituzione civile del clero. E che cosa mai ha obbligato la Rivoluzione ad affrontare la Chiesa cattolica? Niente. E niente ancora obbligava, una volta nazionalizzati i beni del clero, a far eleggere i vescovi dai cittadini, con il rischio conseguente di risospingere tutta la popolazione tradizionalista nel campo della controrivoluzione. E la guerra poi? Si dice: i francesi hanno fatto il Terrore a causa della guerra. Ma chi l'ha voluta la guerra? La Rivoluzione stessa. E perché? Con l'eccezione del solo Robespierre, gli altri rivoluzionari vogliono la guerra per separare la monarchia dalla nazione, per portare a termine quello che il 1789 non ha fatto, per mettere il re di Francia, che ha dieci secoli di familiarità con la buone e le cattive ore della nazione, dalla parte dei nemici della Francia, e arrivare con ciò alla Repubblica...».

L'Espresso: E sull'eredità lasciata all'Ottocento cosa risponde?

FURET: «Anche su questo non siamo proprio d'accordo. Io non considero liberali i giacobini. Tanto per cominciare, sotto la Restaurazione i giacobini sono per la maggior parte bonapartisti. E non credo che si possa collocare il bonapartismo nel campo liberale... Ti ricordo, caro Agulhon, che lo stesso bonapartismo non è una forma politica che deriva dall'Ancien Regime ma fa parte dell'eredità rivoluzionaria. E cosa accade nel 1830 con Luigi Filippo? L'orleanismo è il primo tentativo di sintesi dell'eredità rivoluzionaria. Ma perché fallisce? Perché ha contro da un lato la destra aristocratica e clericale, dall'altro giacobini e socialisti che votano compatti contro il liberalismo. E accade la stessa cosa sotto la Seconda Repubblica: per reazione al suo conservatorismo, i giacobini giocano un ruolo importante nel successo di Luigi Napoleone Bonaparte. Di conseguenza ciò che mi colpisce durante questo secolo non è la forza del liberalismo quanto piuttosto la sua debolezza: perché la libertà è attaccata contemporaneamente dalle due parti, dai giacobini e dalla destra. Per non parlare dei socialisti dell'epoca, che criticavano i Diritti dell'uomo...».

AGULHON: «Tutto giusto Furet ma basta qualche precisazione e i tuoi conti non tornano più. La guerra: innanzitutto bisogna riconoscere che venne rifiutata dai più intelligenti dei rivoluzionari, e tu stesso hai ricordato che Robespierre era contrario. La volevano invece sia la corte che gli emigrati. La politica religiosa: se è vero che la Costituzione Civile del Clero appare come un errore grossolano, non dimentichiamo che di fatto la Chiesa era contro il nuovo sistema, contro certe sue innovazioni come la libertà di coscienza e l'equiparazione di tutti i culti religiosi. Infine, il giacobinismo nel diciannovesimo secolo: si parla di giacobini per fare in fretta e usare un simbolo ma in realtà io preferisco parlare di repubblicani. I quali per tutto il secolo sono stati molto più portati a rivendicare che non a distruggere la libertà. Non c'è il minimo dubbio su questo...».

L'Espresso: Quali rapporti ci sono stati, allora, tra la libertà e la cultura della Rivoluzione?

AGULHON: «A me sembra che a fondare i punti essenziali del sistema di libertà di cui noi godiamo, sono stati quei regimi che più ufficialmente e più decisamente hanno seguito la scia del 1789 e dei suoi principi. Voglio dire innanzitutto la monarchia di Luglio con Luigi Filippo che viene portato sul trono dalla rivoluzione del 1830, e in seguito la Terza Repubblica. In compenso, ogni volta che la Francia è stata governata da regimi apertamente ostili alla Rivoluzione, ecco che le libertà sono state minacciate, come durante la Restaurazione degli anni 1880, la fase autoritaria dell'Impero, per non parlare dell'Ordine Morale di Vichy... Insomma, io credo che il legame tra la cultura rivoluzionaria e la libertà in Francia sia stato positivo».

FURET: «Anch'io lo credo. Ma la tradizione è confusa. Il punto è stabilire se nella post-Rivoluzione vi siano elementi di illibertà che provengono dalla stessa Rivoluzione. Penso soprattutto al bianquismo, al giacobinismo di complotto e al bonapartismo...».

AGULHON: «No, non puoi inserire il bonapartismo nella tradizione rivoluzionaria!».

FURET: «Perché chi è che elegge Luigi Napoleone nel 1848?».

AGULHON: «Il popolo, beninteso».

FURET: «E in nome di che?».

AGULHON: «In nome della sua sovranità...».

FURET: «...e in nome degli interessi nazionali e dell'"Egalité". Eccoci dunque in piena Rivoluzione!».

AGULHON: «Si, ma contro la libertà. Il ruolo storico del bonapartismo è stato di mostrare ai repubblicani, che io considero gli eredi più autentici della Rivoluzione, che il suffragio universale non è una panacea e che in una sovranità del popolo unanimista esistono molti pericoli».

FURET: «Sai bene che le cose sono più complicate. E' stato lo stesso bonapartismo che, durante vent'anni, ha preparato gli spiriti alla Repubblica provocando il distacco della Francia dall'Ancien Régime attraverso la rivoluzione economica, le ferrovie, un inizio di benessere nelle campagne, lo sviluppo dell'istruzione. Di conseguenza il ventennio di Napoleone III può essere benissimo considerato come una fase che prepara il terreno favorevole all'unificazione repubblicana».

AGULHON: «Certo, del resto Gambetta lo ha riconosciuto, una volta».

FURET: «C'è poi un secondo elemento da considerare. Anch'io amo molto i fondatori della Terza Repubblica ma tu sai bene che se sono riusciti a fondarla è stato perché vi fu quella feroce repressione della Comune nel 1871: almeno 20 mila morti. Allora io dico che è proprio questa repressione a esorcizzare lo spettro del giacobinismo tra le classi dirigenti e i contadini francesi, e a permettere una unione delle forze del centro parlamentare attorno al progetto repubblicano: una Repubblica che si è sbarazzata, e a che prezzo, dello spettro delle sue origini... Inoltre, non dimentichiamo gli uomini della Terza Repubblica, Gambetta e Jules Ferry erano dei positivisti, cioè dei discepoli di Auguste Comte...».

L'Espresso: Cosa vuol dire?

FURET: «Comte fu un avversario della Rivoluzione, della sovranità del popolo e dei principi dell'89, che considerava assurdi. Auguste Comte è quanto di più vicino a Marx sia stato prodotto dalla cultura francese, cioè un pensatore per il quale la storia nella sua marcia razionale rivela finalmente un ordine conforme alla ragione ed è davvero molto interessante il fatto che Ferry e i repubblicani abbiano fondato la libertà in Francia sui principi del 1789 rafforzati da una filosofia della storia molto diversa dalla tradizione rivoluzionaria, anzi contraddittoria».

AGULHON: «Scusa Furet ma non ti viene il dubbio che essi abbiano recuperato dal positivismo soprattutto l'idea di progresso, di razionalità? Cioè un'arma per combattere quello che era per loro il nemico numero uno, lo spirito religioso? A me pare che i veri eredi di Auguste Comte si trovino nel giro dei seguaci di Maurras, l'ideologo della borghesia francese più conservatrice, l'animatore dell'"Action Française" che si riconosceva in Mussolini, Franco e Pétain. Detto questo sono naturalmente d'accordo nel riconoscere che quei repubblicani erano fondamentalmente degli antigiacobini. Di questo si trovano prove evidenti nei testi dedicati alla Rivoluzione all'epoca del primo centenario. Davanti alla reazione del 9 Termidoro che mette fine al Terrore, non si sa più chi ha torto e chi ha ragione, e si preferisce cercare fuori delle frontiere di Francia i modelli edificanti».

FURET: «Se tu accetti l'idea che per fondare la Terza Repubblica i repubblicani sono stati obbligati a ripudiare i primi due anni di repubblica, il 1792 e 1793, ciò significa che c'era nel loro modo di percepire l'eredità rivoluzionaria qualcosa di inaccettabile per dei partigiani della libertà. E infatti è ben lontano dall'essere puro, il lascito della Rivoluzione. Domando: come mai il popolo francese è stato così difficile da governare nel corso del secolo passato? Ma perché rifiutava la monarchia in quanto Ancien Régime e rifiutava la repubblica in quanto essa ricordava il Terrore. E che cos'è un popolo che rifiuta la monarchia e la repubblica? E' un popolo bonapartista...».

AGULHON: «Questo stesso popolo finirà però per accettare la repubblica quando essa gli verrà presentata senza il Terrore. L'eredità della Rivoluzione è il 1789, ed è di questo evento che si va a celebrare il bicentenario. Se poi le celebrazioni non provocano l'entusiasmo, anzi suscitano delle reticenze, è solo perché esiste l'idea, tanto più diffusa quanto minore è la conoscenza storica, che la Rivoluzione è stata solo un momento violento, sanguinario e a volte crudele. Ma questa chiave di lettura è a mio parere, un pò ingiusta: perché è proprio in nome della cultura inculcataci dai principi del 1789 che noi oggi rigettiamo le realtà del 1793».

FURET: «Su questo terreno ci troveremo facilmente d'accordo. Ciò che fa l'unità dell'opinione pubblica, a parte qualche eccezione come i cattolici integralisti, sono le conquiste della Rivoluzione, la civiltà dei Diritti dell'uomo, la sovranità popolare. Sono le idee che servono ancora come base delle società contemporanee. Ma quando si parla di Rivoluzione francese non bisogna confondere il bilancio con le modalità. Queste ultime non sono celebrabili. Se si esclude qualche bella giornata del 1789, nel suo insieme il processo rivoluzionario ha comportato troppi avvenimenti tragici. E nella Francia odierna la gente non ha più alcun gusto per la violenza rivoluzionaria».

AGULHON: «Può essere un paradosso: ma è vero che abbiamo dovuto aspettare il 1981, l'elezione di François Mitterrand e una netta maggioranza parlamentare di sinistra per abolire la pena di morte. Ed è stata ancora questa maggioranza che ha lanciato il bicentenario e che ha l'orgoglio di onorare la Rivoluzione. Sono dunque gli amici della Rivoluzione che sono riusciti a eliminare la ghigliottina, Furet. E guarda caso, sono quelli che più ferocemente detestano la Rivoluzione che vogliono la pena di morte...».

FURET: «La sinistra che è arrivata al potere in Francia nel 1981, anche se all'epoca non lo sapeva, è la sinistra non rivoluzionaria. I socialisti in Francia vincono sul declino dei comunisti».

AGULHON: «No: la sinistra in Francia non ha più bisogno di essere rivoluzionaria perché il potere si distribuisce attraverso il suffragio universale liberamente espresso. E' la Rivoluzione che ha vinto ed è grazie a questa vittoria che non c'è più bisogno di ricominciarla».

FURET: «Vorrei essere chiaro: io non penso che quello tra rivoluzione e violenza sia un connubio che porta fatalmente al disastro. Dico solo che è potenzialmente pericoloso».

L'Espresso: Lei, già dieci anni fa, aveva scritto che «la Rivoluzione Francese è finita»... Cosa intendeva davvero dire con quella frase?

FURET: «Non intendevo dire che le conquiste rivoluzionarie erano perdute: ma soltanto che la cultura rivoluzionaria stava morendo con la morte del Partito comunista. Bisogna fare attenzione: i francesi sono abituati a pensare che rivoluzione e democrazia camminano assieme. Io dico l'esatto contrario: è perché la Francia oggi è una democrazia più avanzata di prima che rifiuta la violenza. In questi dieci anni la mia tesi è stata confermata da tutto: il consenso sulle istituzioni, il declino del Partito comunista, la fine del conflitto tra Chiesa cattolica e democrazia, la tasformazione dell'idea di nazione. L'idea di impadronirsi dello Stato per cambiare la società oggi è un'idea morta».

AGULHON: «Io sarei meno categorico. Certo, esiste oggi in Francia un consenso intellettuale e politico profondo per la democrazia liberale. Ma, senza voler impiegare parole grosse come "subconscio collettivo", pensa solo a quali reazioni ha provocato la vicenda del bicentenario. Molta gente ha detto: "è impensabile celebrare una Rivoluzione che ha massacrato migliaia di persone in Vandea...". E non si trattava di una minoranza».

FURET: «La Francia vota a sinistra, dunque si tratta di reazioni residuali».

AGULHON: «Il 54 per cento vota a sinistra. Il 46 vota a destra. Non si tratta di residui. No, esiste una contraddizione profonda tra chi è ostile al bicentenario e gli altri».

FURET: «Ma esiste comunque un consenso sul festeggiare i diritti dell'uomo, il 1789 e la democrazia. Che è appunto quello che si farà, anche perché non esistono altre soluzioni».

AGULHON: «Il che non è poco, visto che viviamo in un mondo circondato da altri mondi nei quali i diritti dell'uomo non vengono affatto rispettati».

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