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Vittorio MESSORI
Edith Stein
tratto da: Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana, Paoline, Milano 1992, p. 76s.

Osservavamo che, tra i beati e i santi che Giovanni Paolo II va proponendo a ritmo accelerato come esempio e modello ai credenti, alcuni - se si sta agli echi sui media - sembrano più "simpatici" alla mentalità corrente. Altri sembrano invece suscitare indifferenza, quando non ostilità. È chiaro che proprio questi ultimi dovrebbero attrarre in particolare l'attenzione dei credenti, visto il rovesciamento operato dal Nuovo Testamento delle categorie correnti. A partire da Gesù stesso, non è forse una garanzia di coerenza evangelica il non piacere al "mondo"? E il Cristo non ha indicato l'odio e l'ostilità del "secolo" come uno dei segni che sempre accompagneranno i suoi discepoli autentici?

Forse, il maggiore "segno di contraddizione", proposto in questi anni dalla Congregazione per le cause dei santi, si identifica in una donna. In quella Edith Stein il cui processo è giunto al termine penultimo, con la proclamazione a beata, superando la forza di molte lobbies ostili a quel riconoscimento. Il caso è davvero esemplare; vale la pena di esaminarlo.

Contro la Stein - come denunciò a chiare lettere lo stesso relatore della causa, il domenicano padre Eszer - stava tutto il potente schieramento teologico, oggi di maggioranza, almeno in terra tedesca, che fa posto anche a Heidegger (il filosofo esistenzialista) per tentare di costruire un Credo cattolico «comprensibile all'uomo d'oggi», come dicono. Ad Heidegger, come è noto, si riferì costantemente un Karl Rahner, che è forse il teologo che ha maggiore influenza sulla teologia contemporanea. Ora: la Stein non esitò a schierarsi contro Heidegger, dichiarandolo inutilizzabile da un cristiano perché «nega l'esistenza di Dio, almeno del Dio del cristianesimo e di tutte le altre religioni monoteistiche». Da qui (come sottolineò appunto il relatore) una campagna accanita, anche da parte cattolica, per seppellire nel silenzio e nel ridicolo la Stein: «Per molti teologi, doveva esserci in questa donna qualche rotella fuori posto, dal momento che aveva osato criticare il Vate Nazionale, il grande Martin Heidegger».

Peccato che quel "Vate" sia stato iscritto dal 1933 sino al 1945 al partito nazista e che i suoi legami con gli ambienti antisemiti siano stati provati proprio ora in modo indubitabile. La Stein aveva visto giusto. Ma ciò non impedì che «la sua fama di santità abbia dovuto affrontare resistenze fortissime di un potente schieramento teologico» (padre Eszer).

Ma contro un'altra lobby, anch'essa potente, ha dovuto misurarsi la memoria di Edith Stein: il vasto fronte, cioè, di certo femminismo - anche sedicente "cattolico" - che non perdona a questa donna, che pure seppe divenire uno dei maggiori filosofi del secolo, le sue prospettive "scandalose" sulla questione femminile. Come accettare una donna che, alle donne, indicava come «ruolo naturale, dove la femminilità può dispiegarsi istintivamente e in pienezza», i "mestieri" di sposa, di madre e, per le chiamate, di vergine consacrata? Come accettare quel suo proporre instancabile, alle sorelle in femminilità (di cui pur difese a viso aperto i diritti), l'«imitazione di Maria»?

Terza opposizione, e non da poco, è venuta a questa martire di Auschwitz da certo ebraismo che, così come non tollera che delle carmelitane preghino oggi per tutti accanto a quel Lager, diffida di una ebrea fattasi carmelitana e la reclama per sé. C'è un equivoco, in questo, ed è forse colpa nostra per non averlo spiegato in modo adeguato ai fratelli ebrei: come ha mostrato il lungo processo canonico, la Stein fu uccisa non in quanto ebrea, ma in quanto ebrea cattolica. In effetti, la Gestapo procedette a una retata degli ebrei che in Olanda (dove si trovava il Carmelo della Stein) erano passati al cristianesimo. Ma mentre chi si era convertito al protestantesimo fu rilasciato, deportati furono solo i convertiti al cattolicesimo: e questo per rappresaglia per la dichiarazione dell'episcopato olandese contro le persecuzioni razziali. Dunque, una Stein pur ebrea di origine ma protestante di confessione si sarebbe salvata, ché gli evangelici olandesi si affrettarono ad assicurare gli occupanti tedeschi di dissociarsi dall'iniziativa cattolica. Non si tratta dunque di una sorta di "sacro scippo" a danno degli ebrei: questa donna fu uccisa per la fede cattolica, non per la razza israelitica. Ma anche questo equivoco ha pesato, e duramente, sulla via che ha condotto la Stein alla beatificazione. Eppure, come osservò il postulatore, «la forza della verità ha saputo aprirsi vittoriosamente la strada».

E' anche per questo che parliamo della beata Edith: non soltanto per richiamare l'attenzione su una delle figure più straordinarie della Chiesa contemporanea, come confermano anche i contrasti attorno alla sua figura. Ma pure per confortarci tra noi: la verità sembra così debole, nel mondo. Eppure, se è «verità vera» nulla alla lunga riesce a fermarla; e, nella Chiesa, riesce alla fine a spuntarla. L'aureola di beata attorno al bel volto intenso di questa filosofa fattasi carmelitana («D'ora innanzi, il mio solo lavoro sarà l'amore», scrisse sull'immaginetta a ricordo della sua vestizione) ci lancia, tra gli altri, un messaggio consolante: è l'ennesima conferma che Gesù non ingannava i suoi, esortandoli a «non avere paura» ché, anch'essi, come Lui, avrebbero finito col «vincere il mondo».



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