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Mario CERVI
Le dittature non sono tutte uguali
tratto da: Il Giornale, 20.09.2003
Ho sentito dire e ribadire, nella polemica sul fascismo imperversante in questi giorni, che tutte le dittature sono uguali. Ossia che vale, per giudicarle, solo un principio solenne e assoluto: hanno soppresso la libertà? Se l'han fatto, non si può stare a sottilizzare sul numero dei morti e sull'entità e ferocia della repressione. Importante, più che le modalità dell'azione, è l'ispirazione dell'azione stessa, e questo accomuna ogni dittatura. Sono stati conculcati i diritti individuali, è stata condizionata o impedita l'espressione di idee che non coincidessero con quelle del potere? Se sì il problema è risolto. Il fascismo fu uguale al nazismo, il nazismo fu uguale allo stalinismo, il divario tra chi ha ammazzato all'ingrosso e chi ha ammazzato al minuto - e quasi non ha ammazzato per nulla - scompare. La fede democratica esige che la condanna sia paritetica e implacabile: cosicché il sostenere che Mussolini fu - sul metro dei regimi totalitari o autoritari - benigno e non sanguinario diventa profanazione dei sacri valori dell'antifascismo e della Resistenza.
Questa è secondo me una tesi infondata. Lo dice uno che non ha mai avuto simpatie per il ventennio e che nel suo «Storia della guerra di Grecia» ha scritto una delle più dure requisitorie contro il fascismo. Ma la demonizzazione ossessiva e furibonda del fascismo - che caratterizzò una certa stagione del dopoguerra e che ora riemerge colorandosi di acredine antiberlusconiana - finisce per essere rituale, stucchevole e nella sua rievocazione della realtà mistificatrice. Mistificatrice, anzitutto, nella voluta confusione tra il fascismo del ventennio e il nazifascismo della Repubblica di Salò le cui ignominie e le cui mattanze non possono essere ricondotte all'uomo che impersonò il fascismo, Mussolini, che era stato ridotto a un patetico fantasma del passato. Le dittature non sono tutte uguali: come non lo sono le democrazie, alcune delle quali portano prosperità, altre miseria e degrado anche quando siano rispettati i principi di libertà.
No, le dittature non sono tutte uguali. Ho già osservato di recente che i capi comunisti italiani - Gramsci, Giancarlo Pajetta e tanti altri - scontarono pene pesanti per le condanne obbrobriose di quel Tribunale Speciale che era la negazione della vera giustizia. Ma ebbero salva la vita. Non l'ebbero salva molti comunisti italiani che per sfuggire al fascismo si rifugiarono in Unione Sovietica, e che là furono fucilati. C'è una differenza non solo quantitativa - e già conta molto - ma anche qualitativa tra il fascismo e il nazismo.
Le leggi razziali furono un'abbiezione servile di Mussolini, adattatosi a imitare Hitler. Ma nella Francia occupata, o dovunque vi fosse la presenza di truppe italiane, lì gli ebrei cercavano scampo all'orrore nazista. Non dipese soltanto dal buonismo nazionale, dipese anche dai contenuti delle norme che militari e funzionari dovevano applicare. Ieri a Borgo San Dalmazzo il presidente Ciampi ha ricordato le centinaia - ma forse erano migliaia - d'ebrei di ogni nazionalità che erano stati «salvati e protetti dall'esercito italiano nella Francia occupata». Le leggi razziali tedesche miravano all'eliminazione degli ebrei. Le scimmiottanti leggi razziali italiane - pur con la vergogna di provvedimenti discriminatori e punitivi contro cittadini la cui sola colpa era l'appartenenza religiosa - questo scopo non l'hanno mai perseguito.
I maggiorenti del fascismo che il 25 luglio 1943 votarono contro il loro Duce avevano di sicuro contribuito, con le squadracce manganellatrici, a uccidere la libertà in Italia. Ma non possono essere coinvolti in stragi e rappresaglie atroci di tutt'altra fase storica: quella delle razzie nel ghetto di Roma e della Risiera di San Sabba a Trieste. Penso anch'io che sia inutile fare la conta dei meriti e demeriti del fascismo. Un regime che, proclamandosi guerriero, toglie la libertà a un popolo e lo porta alla catastrofe non può invocare, come attenuante, le colonie marine e montane per l'infanzia o la bonifica dell'agro pontino. Semmai può invocare il consenso quasi plebiscitario che durante alcuni anni lo sorresse.
Ma non si tratta, per carità, di riabilitare il fascismo. Si tratta d'usare nella storia lo stesso buon senso che si usa nella vita, e che invece va a volte perduto per passione faziosa o per calcolo politico. Il confino fascista non era una villeggiatura, d'accordo. Ma lo era, e come, se raffrontato ai gulag staliniani o ai lager nazisti. L'esistenza dei gulag e le atrocità sovietiche non impedirono alla classe dirigente italiana - incluso Alcide De Gasperi, allora presidente del Consiglio - di profondersi in elogi commossi - per non dire dei ditirambi comunisti - dopo la morte di Stalin. Capita anche a un grande statista come De Gasperi di dire qualcosa di «inappropriato e di disinformato»: per usare le espressioni con cui il direttore dell'associazione ebraica Anti-Defamation League, da cui Berlusconi sarà premiato, ha commentato i giudizi dello stesso Berlusconi sul fascismo. Nessuno è perfetto.
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