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Antonio AIRÒ
Anatema sui figli di Stalin
tratto da: Avvenire, 8.7.1999.

Nel 1949, per volere di Pio XII, il Sant'Uffizio decretò la scomunica per i cattolici militanti nel comunismo. Il Papa era convinto che esistesse un piano per staccare i fedeli dalla Chiesa


"Sui compagni piove la scomunica del Papa". Così Vittorio Gorresio, uno dei più noti giornalisti italiani commenta sull'«Europeo», il decreto del Santo Uffizio dell'11 luglio 1949 che condanna con la più pesante sanzione canonica quei cattolici «qui communistorum doctrinam materialisticam et antichristianam defendunt vel propagant».

Il latino non è forse quello più classico, ma la sostanza è facilmente comprensibile. Il decreto condanna, quanti "scientemente e liberamente" avevano accettato il comunismo che, pur prevedendo nello statuto tra i suoi aderenti anche i cristiani, di fatto operava con atti ostili a Dio e alla Chiesa di Cristo.

Il provvedimento del Sant'Uffizio, voluto direttamente da Pio XII, giunge per così dire improvviso e inaspettato e coglie di sorpresa anche molti collaboratori del Papa. Il decano del Sacro Collegio, il cardinal Tisserant, dichiarerà di essersi trovato all'oscuro dell'iniziativa. Il sostituto alla Segreteria di Stato, Domenico Tardini, parlerà di pubblicazione avvenuta senza adeguata preparazione «psicologica», mentre l'ambasciatore francese presso la Santa Sede, D'Ormesson, scrive in un suo rapporto che il dicastero vaticano "si è mosso come se si trattasse di un regolamento sulla carne in Quaresima".

Nonostante le polemiche esplose immediatamente in Italia, il provvedimento non aveva nulla a che fare con le vicende politiche del nostro Paese, anche se non erano mancate tensioni nella primavera del 1949 per l'adesione dell'Italia al Patto atlantico. Non a caso il decreto aveva un valore universale. Ed era motivato soprattutto (anche se non esclusivamente) dalla pesante repressione religiosa che aveva colpito la Chiesa dell'Est. In febbraio il cardinale arcivescovo di Budapest, Mindszenty, era stato condannato all'ergastolo al termine di un processo «farsa», che aveva molto colpito l'opinione pubblica. In altri Paesi innumerevoli erano state le sopraffazioni, le intimidazioni, le persecuzioni nei confronti di vescovi, religiosi, sacerdoti, laici.

Pio XII era convinto - come nota lo storico Riccardi - di trovarsi di fronte a un piano coordinato «per staccare» i cattolici dalla Chiesa. Una Chiesa che era «minacciata» nei suoi fondamenti pure nei Paesi occidentali. Il decreto del Sant'Uffizio, alla vigilia anche del Giubileo del 1950, che avrebbe dovuto segnare "il grande ritorno" a Dio degli uomini ancora provati dalle conseguenze della guerra, si colloca in questo impegnativo e generoso obiettivo di difesa della cristianità contro ogni intrusione e collusione, venisse da Est o da Ovest.

Nel nostro Paese il decreto del Sant'Uffizio vede una chiara lettura politica, ma non si traduce - salvo sporadici casi - in devastanti conflitti o in clamorose esclusioni dai sacramenti. La sottolineatura che riservava la scomunica a quanti "scientemente e liberamente" avevano aderito al comunismo ha come conseguenza un'interpretazione abbastanza elastica del documento vaticano. Gli attriti maggiori si verificano in occasione di alcuni funerali quando i comunisti pretendono, a mo' di provocazione politica, di entrare in chiesa con la bandiera rossa.

Lo stesso Pci di Togliatti, pur non mancando di polemizzare duramente e pubblicamente con il Papa e con la Chiesa, in una circolare del 27 luglio contenente istruzioni «riservate» per i dirigenti e i quadri periferici, invita a minimizzare la questione e ad evitare ogni scontro per puntare invece ad una crescente azione di propaganda nei riguardi dei lavoratori cattolici.


La massiccia adesione della Chiesa italiana al decreto del Sant'Uffizio privilegia, in una varietà di toni che rivelano la crescente sfaccettatura delle comunità ecclesiali, l'aspetto religioso non mancando di richiamare i cattolici ad un serio e concreto impegno nel campo sociale e civile. Sul numero del 15 luglio, «Adesso», il periodico di don Mazzolari, afferma che il provvedimento vaticano "richiama norme comuni e ne applica le giuridiche conseguenze a una disubbidienza «consapevole e libera»... Ma la Chiesa non mette fuori nessuno; dichiara le condizioni per rimanere... non violenta le coscienze, ci invita a scegliere... il gesto della Chiesa, maternamente coraggioso e doloroso, mette cristiani e comunisti di fronte alle proprie responsabilità, sia per la scelta come per le conseguenze... Il comunismo è un errore anticristiano, ma i comunisti sono anime da salvare. E sono milioni in Italia e ovunque!, con tessera o senza. La Chiesa, come Cristo, è in agonia per esse, come per ogni pecora smarrita...".

Baget Bozzo: "Quei cristiani non capirono che era una idolatria"

"L'impero sovietico è finito, ma quella ideologia resta un mito da cui guardarsi bene"

"L'atto giusto di un grande Papa che denunciava l'incompatibilità dottrinale col comunismo". Non ha dubbi Gianni Baget Bozzo nel valutare la scomunica di cinquant'anni fa nei confronti dei comunisti. "Ma questa riguardava i dirigenti che aderivano liberamente e scientemente al partito comunista. Se cristiani erano da considerarsi apostati. Non bisogna dimenticare inoltre che i cristiani potevano essere iscritti al Pci ma di fatto non potevano assumere cariche dirigenziali in questo partito".

È per questo che il decreto del Sant'Uffizio non fu praticamente applicato?

"Non ha avuto effetti perché i credenti non sono stati obbedienti al Papa. Ma quell'ammonimento vale ancora oggi. La storia recente lo conferma. Il comunismo è una religione atea e totalitaria e si comporta come tale. Non è un anti Dio; sta al posto di Dio. È una specie di Dio umanità che diviene Dio partito. Il comunismo ha sempre avuto un'adesione per ragioni religiose più che per ragioni politiche. Per questo i comunisti hanno accettato senza battere ciglio il Fronte popolare poi il patto con Hitler e quindi la guerra con il nazismo e non hanno mai discusso le scelte successive. Pio XII avvertì che il comunismo era una religione e per questo intervenne. I cattolici non lo compresero e ne pagano anche adesso le conseguenze".

Eppure il Vaticano II ignorò la condanna del comunismo. Quel decreto di scomunica si può ritenere superato?

"Il Concilio non volle parlare di comunismo. Il suo fu un errore pratico. Lo scontiamo oggi. Basterebbe vedere i segni negativi che il comunismo ha lasciato tuttora nei Paesi dove si è affermato per capire che Pio XII si era mosso soltanto per motivi religiosi e non politici".


Ma oggi il comunismo, dopo l'89, è finito. Ma è più tempo di scomuniche dunque?

"L'impero sovietico è finito, ma il comunismo rimane come mito, come religione. Non è un caso che ci sono ancora coloro che si proclamano comunisti. Se lo fanno non è certo per motivazioni politiche. Non vi è dubbio che il comunismo è una falsa religione che ha fallito e che ha fatto molto male alla Chiesa. Per questo il Papa ha ragione quando condanna il comunismo".

Ossicini: "Fu un frutto dei tempi, ma non cambiò nulla"

"Cadde in un momento drammatico, dove era difficile prendere una decisione"

"Ero fuori dalla vita politica attiva quando fu emanato il decreto di scomunica ai comunisti. Ho seguito quindi la vicenda dall'esterno. Ma le scomuniche non hanno mai risolto nulla a cominciare da quella contro i bersaglieri che entrarono a porta Pia". Adriano Ossicini, presidente della commissione istruzione e cultura del Senato, con un passato, nell'immediato dopoguerra, di dirigente della sinistra cristiana (fu tra quelli però che non confluirono nel Pci) ritorna col ricordo a quel luglio di cinquant'anni fa. "Quel decreto lo si può leggere come un segno dei tempi. E capisco il clima religioso e politico che portò all'emanazione del decreto. Ma non risolse nulla. Non ebbe risultati concreti".

Perché avvenne questo?

"Intanto il decreto riguardava una categoria e non una persona specifica come avrebbe dovuto essere. Questo spiega perché, dal punto di vista dell'efficacia politica, questo strumento non fu accettato dall'opinione pubblica cattolica, né credo abbia convinto molta gente. Io stesso avvertii in molti sacerdoti perplessità nell'applicazione del decreto. Che di fatto registrò un margine elevatissimo di interpretazioni".

Lei è stato molto vicino a Pio XII, che conosceva personalmente. Quale è stata a suo giudizio la molla che spinse Papa Pacelli ad approvare il decreto di scomunica?

"Ripeto, ritengo il documento un segno di quei tempi non certo facili. Il decreto rispondeva a esigenze religiose più che politiche. Sotto quest'ultimo aspetto la Chiesa non era orientata in modo così rigido come potrebbe apparire da talune affermazioni di questo o quell'esponente ecclesiastico".


Oggi la scomunica sembra messa definitivamente alle spalle. Fu un errore quindi la scelta di allora?

"A mio giudizio è sbagliato valutare Pio XII da un solo gesto, anche se significativo. Pacelli è stato Papa in un momento drammatico e ha dovuto prendere decisioni non facili. Il decreto di scomunica può essere adesso giudicato politicamente un errore anche perché non ebbe conseguenze concrete. Del resto la stessa Chiesa ha avvertito questo quando con il Concilio Vaticano II ha fatto una scelta in positivo affermando con chiarezza che questi non sono più tempi di scomuniche e che non vuole più che si prendano certe decisioni".


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