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Pigi COLOGNESI
Se l'Italia dimentica la Lubjanka
tratto da: Avvenire, 6.11.2007.
Alcune recenti notizie di cronaca ci invitano a riprendere in mano il tema della memoria. Lo scenario è quello del comunismo realizzato, ma le indicazioni che dobbiamo trarne si possono applicare anche ad altro.
Ecco i fatti. Il presidente russo Vladimir Putin si è recato a rendere omaggio alle migliaia di vittime fucilate dal Servizi sovietici nel poligono di Butovo. Il neo eletto leader del Partito Democratico, Walter Veltroni, ha paragonato gli orrori del nazismo a quelli del sanguinario regime comunista cambogiano di Pol Pot; in questo modo egli ha confermato il superamento di un tabù: la non comparabilità dei due totalitarismi del Ventesimo secolo. Tra qualche giorno, poi, l'onorevole Oliviero Diliberto, del Partito dei Comunisti Italiani, presenzierà a Mosca ad una cerimonia celebrativa dei novant'anni della rivoluzione bolscevica, mostrando che quel tabù è tuttora vivo: si può celebrare tranquillamente la vittoria di un regime che si è macchiato di crimini spaventosi. Ma non è su questa querelle (il comunismo era un'idea buona che è stata semplicemente mal realizzata) che voglio qui riflettere. Tanto meno sulla proposta, avanzata da un parlamentare italiano, di istituire il reato di «apologia del comunismo». Piuttosto mi rifaccio ad un altro episodio di cronaca, che nella sua apparente marginalità può essere sfuggito a molti. Sempre a Mosca, nei giorni scorsi, una cinquantina di membri dell'associazione Memorial (ne ho parlato su queste stesse pagine qualche giorno fa, intervistandone il presidente, Arsenij Roghinskij) ha ricordato le vittime del potere sovietico, proprio di fronte al tetro palazzo della Lubjanka, emblema della ferocia persecutoria di quel regime. Ma la cosa straordinaria è il modo con cui questa celebrazione si è svolta: nessun discorso, nessuna rivendicazione, nessuna accusa. Alternandosi al microfono dalle dieci di mattina alle dieci di sera, i membri di «Memorial» hanno semplicemente letto i nomi di migliaia di perseguitati (di tutti sarebbe stato impossibile). Lo scandirsi lento di nome, patronimico e cognome ha rappresentato una interminabile litania di dolore.
In una recente conferenza Roginskij ha ricordato che i perseguitati dal regime sovietico sono stati dodici milioni. Ed ha aggiunto che gli piacerebbe scrivere la biografia di ciascuno di loro, persona in carne ed ossa, piena di limiti e di pregi, con un suo carattere, con specifiche qualità, desideri e amori. Ognuno di loro ha scritto la storia ed ha diritto alla memoria. Mi pare evidente la diversità di impostazione tra questo episodio e quelli citati prima. Se non si parte dalla affermazione netta e incondizionata del valore della persona, il recupero della memoria ha il sapore di una strumentalizzazione. Resta il sospetto che si rinvanghi il passato semplicemente per portarsi a casa qualche beneficio nella politichetta presente. Insomma, se la singola persona non ha un valore eterno, ricordarla come vittima di persecuzione può assomigliare ad un'ulteriore violenza nei suoi confronti.
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