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3.8 La spiritualità del martirio

"Libelli di Decio", Amburgo, Staats und Univertatsbiliothek, 250 dC.

   "Libelli di Decio", Amburgo, Staats und Univertatsbiliothek, 250 dC. "Libelli" è il termine usato per descrivere i certificati introdotti dall'imperatore Decio (249-251 dC) come strumenti d'identificazione e di persecuzione dei cristiani. Decio aveva emesso un editto che obbligava ogni cittadino dell'impero a partecipare ai sacrifici pagani e ad avere registrata tale partecipazione su di un breve documento (libellus), firmato dai commissari che erano stati testimoni del sacrificio. Ovviamente i cristiani devoti avrebbero dovuto rifiutarlo e per questo potevano essere accusati di delitto contro l'imperatore e lo Stato. Le conseguenze di tale rifiuto erano la tortura, la prigionia, l'esilio e la morte. Gli incidenti più gravi si ebbero probabilmente nell'Africa settentrionale, dove di fatto vennero martirizzati alcuni cristiani e dove altri apostatarono per evitare la punizione.
Dopo la morte di Decio, nell'anno successivo all'editto, i teologi cristiani dovettero dibattere un problema che è rimasto attuale anche oggi: come trattare con i cristiani che non hanno saputo resistere alla forza di un regime totalitario, che hanno abiurato la fede sotto la minaccia della tortura e della morte? E chi ha denunciato i propri compagni? Si può rimettere nel gregge?
In Egitto sono stati rinvenuti 43 libelli emessi e firmati tra il 12 giugno e 14 luglio del 250. Molti tra quelli ritrovati dagli archeologi provenivano da un'unica località, Theadelphia. Essi conservano spazi tra numerose biblioteche di tutto il mondo. Quello di Amburgo è uno dei nuclei più consistenti.



Acta martyrum

   Felicita e Perpetua sono le protagoniste di un lungo racconto (Passio Perpetuae et Felicitatis) del martirio subito da un gruppo di cristiani a Cartagine nel 203, sotto l'imperatore Settimio Severo. Tra le parti più significative della narrazione vi è la testimonianza resa da Felicita che era la schiava della nobile Perpetua: "Felicita ottenne dal Signore una grande grazia. Era incinta di otto mesi al momento dell'arresto. All'avvicinarsi dei giorni dei giuochi ella si rammaricava al pensiero che si sarebbe rimandato il suo martirio a causa del suo stato. La legge vietava l'esecuzione di donne incinte. I suoi compagni di martirio erano profondamente rattristati dall'idea di lasciare sola una compagna così buona, un'amica con la quale camminavano insieme verso la stessa speranza. Così, tre giorni prima dei giochi, tutti insieme in una supplica comune, indirizzarono al Signore la loro preghiera. Avevano appena terminato la loro richiesta quando Felicita fu presa dalle doglie. Per la difficoltà naturale di un parto all'ottavo mese, ella soffriva molto e gemeva. Allora uno dei carcerieri le disse: "Se gemi così ora, che farai quando ti consegneranno alle belve che tu hai deciso di affrontare rifiutandoti di sacrificare?" Felicita gli rispose: "ora sono io che soffro ciò che soffro. Ma laggiù un Altro sarà in me a soffrire, per me e per Lui io soffrirò". Felicita mise la mondo una bambina che una cristiana adottò come figlia" (Passione di Perpetua e di Felicita, 15).




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