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Marta SORDI
I Cristiani e l'Impero Romano
tratto da: Il Timone, anno 6 (2004) luglio/agosto, n. 35, p. 22s.

La vicenda dei rapporti tra Chiesa primitiva e autorità politica mostra come il cristianesimo non fu la causa della dissoluzione dell'impero.
Il pensiero cristiano non fu mai ostile, salvo rare eccezioni, all'impero di Roma.



Nei tre secoli che dividono l'ingresso del Cristianesimo nell'impero dalla conversione di Costantino, il rapporto fra i Cristiani e il potere imperiale appare articolato in modo complesso. Ogni generalizzazione è scorretta: sia quella, ormai superata, che faceva del tre secoli una persecuzione continuata; sia quella che tende a minimizzare la portata dette persecuzioni, eliminandone addirittura alcune, come quella di Domiziano.

La persecuzione fu resa legalmente possibile da un senatoconsulto del 35 d.C., con cui il Senato — l'organo che in età giulio-claudia aveva il compito di accettare o respingere culti nuovi nell'impero — aveva rifiutato una proposta di Tiberio (14-37), interessato alla pacificazione della Giudea, di riconoscere la liceità del culto di Cristo, sottraendolo al controllo del Sinedrio.

La persecuzione cominciò in realtà solo dopo il 62. Nerone (54-68) fu il primo ad applicare il senatoconsulto che proclamava il cristianesimo «superstitio illicita» ed a perseguitare spietatamente i Cristiani di Roma, incriminandoli per l'incendio del 64 (Tacito, «Ann.» XV, 44). Dopo Nerone, solo Domiziano (81-96), deciso come lui a imporre il culto imperiale, perseguitò i Cristiani, presenti anche nella aristocrazia romana. Sotto Nerone, come sotto Domiziano, i cristiani furono colpiti negli stessi anni degli stoici, che costituivano ancora la miglior classe dirigente di Roma e si opponevano alla trasformazione teocratica del principato. Nerva (96-98) pose fine alla persecuzione, ma Traiano (98-117) non poté ripetere il veto da lui opposto, come già aveva fatto Tiberio, alle accuse di cristianesimo, perché si rese conto che l'opinione pubblica, in senato come nelle masse popolari, era ostile. Sebbene il culto imperiale non venga più imposto e sia usato spesso contro i cristiani solo come pretesto per accusarli di mancato lealismo verso l'impero, specie nelle province orientali, il rifiuto da parte degli stessi Cristiani del culto di tutti gli dei dell'impero, senza la copertura di un culto lecito come quello che la religione giudaica aveva fin dal tempo di Cesare, li esponeva all'accusa di ateismo e di tutte le colpe tenebrose o infami (i «flagitia» di cui parla Tacito) che la mentalità popolare attribuiva agli atei.

Così, per tutto il II secolo, da Traiano (del quale abbiamo il primo documento ufficiale: il rescritto a Plinio allora governatore della Bitinia) a Marco Aurelio (161-180), gli imperatori, convinti della non pericolosità politica del Cristianesimo, cercarono di limitare la persecuzione contenendola nei confini estremamente generici del senatoconsulto (Non licet esse Christianos) di una colpa individuale a carattere religioso, ignorando deliberatamente il Cristianesimo come Chiesa (la cui menzione avrebbe comportato la condanna come «collegium illicitum») e vietando rigorosamente la ricerca d'ufficio: i cristiani potevano essere accusati solo in base a denunce private non anonime ed erano praticamente incoraggiati alla clandestinità.

Questa situazione di compromesso, contestata dai pagani intransigenti, che chiedevano la ricerca da parte dello Stato, e dai Cristiani che ne rilevavano le contraddizioni (e che cominciano in questo periodo, con apologie rivolte agli imperatori, a chiederne la correzione) continuò fino a Marco Aurelio, quando la diffusione fra i Cristiani dell'eresia montanista — con i suoi atteggiamenti antiromani e le sue provocazioni contro i templi e le statue degli dei, alla ricerca del martirio — indussero l'imperatore ad aggirare il divieto di Traiano di cercare i cristiani, permettendo la ricerca di ufficio dei sacrilegi, ai quali l'opinione pubblica equiparava i Cristiani.

La pronta reazione della Grande Chiesa, con le numerose apologie degli anni 70 del II secolo (Atenagora, Melitone, Apollinare) e la netta presa di distanza dal fanatismo montanista, indusse Marco Aurelio, negli ultimi anni del suo regno, a cercare una soluzione: da una parte, egli chiedeva ai Cristiani di uscire dalla clandestinità (che peraltro non avevano scelto) e di manifestare il lealismo che essi professavano verso lo Stato con l'aperta collaborazione; dall'altra, egli minacciava la pena di morte agli accusatori del Cristiani. Il cristianesimo restava «superstitio illicita», ma i cristiani non venivano ricercati in quanto tali: se denunciati e confessavano, venivano messi a morte, ma anche il loro accusatore veniva condannato. Ciò che avvenne, appunto, sotto Commodo (180-192), figlio di Marco Aurelio, all'accusatore del senatore cristiano Apollonio. In questo modo si permetteva alla Chiesa di uscire dalla clandestinità, agli aristocratici cristiani di rivestire cariche pubbliche e di servire lo Stato, e si scoraggiavano le accuse private. Qualora i cristiani venissero ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico, l'accusa di sacrilegio permetteva la ricerca d'ufficio. Sotto Commodo e poi sotto i Severi, la Chiesa esce dalla clandestinità e rivendica la proprietà dei luoghi di culto, di riunione e dei cimiteri, che fino a quel momento erano rimasti sotto la protezione della proprietà privata: si stabilisce una tolleranza di fatto, che non impedisce persecuzioni locali da parte di governatori di province personalmente ostili o costretti dalle folle, ma esclude persecuzioni generali.

Con Settimio Severo (193-211) i «collegia religionis causa», che non hanno bisogno di riconoscimenti ufficiali, permettono alla Chiesa di esplicare in modo lecito le sue attività; al punto che, con Alessandro Severo (222-235), l'imperatore stesso — arbitro di una controversia fra la Chiesa di Roma e una corporazione professionale — può giudicare apertamente a favore della prima.

L'organizzazione ecclesiastica è ben conosciuta e guardata con ammirazione. mentre la scuola catechetica di Alessandria, la prima "università cristiana", suscita stima e interesse anche fra i pagani. Agli imperatori e alle imperatrici non si dedicano più apologie, ma trattati di teologia: l'integrazione dei Cristiani dell'impero è ben avviata e con Filippo l'Arabo (244-249) abbiamo forse il primo imperatore cristiano. La reazione avviene con Decio (249-251) che, senza nominare i cristiani, impone per editto a tutti i cittadini dell'impero il sacrificio agli dei e il ritiro di un certificato («libello») per attestare l'avvenuto sacrificio: per i Cristiani, resi più fiacchi da un lungo periodo di pace, è il momento delle defezioni.

Ma la massa del «lapsi» (i cristiani che, minacciati, non dichiaravano la loro fede) che, forti dell'immunità ottenuta, chiedono di nuovo l'ammissione alla Chiesa, rivela la fortissima vitalità del Cristianesimo e l'inutilità della persecuzione condotta sulla linea esclusivamente religiosa del vecchio senatoconsulto. I nemici dei cristiani si rendono conto che se si vuole battere il Cristianesimo si deve combatterlo come Chiesa: con Valeriano (253-ca 260), nel 257, si abbandona per la prima volta la linea di Traiano, e si colpiscono con una serie di editti i membri del clero e i laici delle classi dirigenti, si confiscano i luoghi di culto e di sepoltura, si scatena una sanguinosa persecuzione generale. Quando Gallieno (253-260: regnò insieme al padre), figlio di Valeriano, nel 260 vorrà ristabilire la pace nell'impero, dopo che il padre era stato sconfitto dal Persiani, non potrà limitarsi ad una tacita cessazione delle misure persecutorie, ma dovrà emanare il primo editto di tolleranza. Con Gallieno il Cristianesimo diventa «religio licita», i beni ecclesiastici confiscati sono restituiti alla Chiesa (Eusebio «H.E.» VII,13), i cristiani della classe dirigente impegnati nella vita pubblica e nell'esercito sono esplicitamente esonerati dal dovere del sacrificio agli dei. Seguono 40 anni di pace, che verranno interrotti dalla terribile persecuzione di Diocleziano (303 d.C.) che — sospesa in Occidente dopo le dimissioni di Massimiano (305) e nell'impero dall'editto di Serdica di Galerio (311) — troverà la sua vera conclusione nella conversione di Costantino e nel cosiddetto editto di Milano.

Lo svolgersi delle persecuzioni, alternate con lunghi periodi di pace e di rapporti cordiali, rivela la falsità dell'idea, che risale a Zosimo e viene ripresa dal Gibbon, del Cristianesimo presente nell'impero come un corpo estraneo, ostile, causa prima della sua dissoluzione. Al contrario, il Cristianesimo fu visto dall'impero come un pericolo solo in momenti particolari e circoscritti. Da parte sua, il pensiero cristiano non fu mai ostile, salvo rare eccezioni, all'impero di Roma. Il lealismo del Cristiani verso Roma ha il suo autorevole fondamento, assai prima che negli Apologisti — da Giustino a Melitone, da Atenagora a Tertulliano stesso non ancora montanista — nelle lettere apostoliche: nel capitolo 13 della lettera al Romani di Paolo e nella Prima Petri (2,13 e sgg.). Non si tratta di un atteggiamento di comodo, adottato per evitare i rigori della persecuzione, ma della capacità di distinguere con acuto discernimento ciò che nell'impero deriva dalle colpe degli uomini e dalla religione pagana e quella che è, invece, la grande idea ecumenica di Roma, il superamento in una sintesi di diritto e in un ordine civile fondamentalmente pacifico, delle differenze etniche fra i popoli, la ricomposizione delle antinomie fra greco e barbaro, l'accordo tra «imperium» e «pax», che Seneca («De Prov.» IV,1 4) esprime nel concetto di «pax Romana», intesa come mondo abitato e civile a cui l'impero assicura la pace.

Questa idea cristiana dell'impero, che non è postcostantiniana, ma coesiste addirittura con la persecuzione, permette nel 177 ad Atenagora di esprimere, nel capitolo 37 della sua supplica, un fervido augurio per l'ingrandimento dell'impero e induce Tertulliano, non ancora montanista, ad affermare che Cristiani pregano per ottenere da Dio "imperium securum, exercitus fortes, orbem quietum" («Apol.» 30,4), e ribattere le accuse diffuse dagli avversari ma non recepite dagli imperatori, dichiarando («Apol.» 33,1): "noster est magis Caesar a nostro Deo constitutus".


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