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Franco CARDINI
L'Apostolo Pietro e Margherita
tratto da: Il resto del Carlino, 1.11.1999.

Ne avevamo tutti un po' paura. Qualcuno perfino la detestava. E non era per nulla, in effetti, una donna facile. Con in più quella strana, bislacca idea della "militanza", come la chiamerebbe oggi qualcuno; o della "testimonianza", come forse avrebbe preferito chiamarla lei. Margherita Guarducci, la "nostra" Margherita, era nata a Firenze nel 1902. Nata col secolo, se n'è andata insieme con un secolo nel quale era stata immersa e che ha attraversato alla grande, nei lunghi novantasette anni della sua esistenza infaticabile. E' scomparsa infatti due mesi fa, in quella Roma ormai da tempo non meno sua di Firenze. Non tutti i giornali se ne sono occupati; non sono certo che radio e televisioni varie ne abbiano dato notizia. La Radio Vaticana l'avrà senza dubbio fatto. Almeno, voglio sperarlo.

Non era simpatica, Margherita. O meglio: lo era come siamo noialtri fiorentini, che a volte spariamo delle battute irresistibili. Ma siamo spesso antipatici, nonostante il nostro spirito. Lo siamo perché il nostro humour è troppo spesso ispido, crudele, freddo come una lama ben affilata. E perché come una lama lo usiamo. E poi era una faziosa. Di solito i faziosi "laici" tutti li perdonano. La loro faziosità, anche quando è ottusa e ingenerosa, viene giudicata "rigore". I cattolici, invece, se sono faziosi non meritano l'aggettivo di rigorosi. Li trattano sempre da fanatici, da intolleranti. E Margherita Guarducci aveva commesso un atto di fanatismo imperdonabile. Pretendeva che le sue scoperte di epigrafista e d'archeologa confermassero la tradizione religiosa; che confermassero, addirittura, la tradizione devozionale. Quale improntitudine. Il fatto è che i suoi ragionamenti, le sue tesi, le sue scoperte, erano anche difficili da contestarsi. E non solo perché, a contestarle, lei perdeva le staffe. Fu un «enfant prodige». Una «fille prodige», meglio dire.

Si laureò giovanissima a Bologna, nel '24, quando poche erano le donne che frequentavano l'Università. Dopo un soggiorno ad Atene fondamentale per la sua formazione di epigrafista e archeologa, nel '42 divenne ordinaria presso l'Università di Roma; nel 1969 vide aprirsi le porte dei Lincei, che non si dischiudono facilmente alle donne. Non aveva molti amici: ma fra i suoi estimatori c'era qualche grandissimo, come Pericle Ducati, oggi vergognosamente dimenticato perché morì nello stesso anno di Giovanni Gentile e della medesima morte (Dio gli risparmi, quanto meno, una lapide obbrobriosa come quella per il Gentile pensata da alcuni ingegni accademici). Erano stati i suoi scavi in Grecia e a Creta a darle fama accademica, all'estero più che in Italia. Ma il suo grande anno, per molti motivi, fu il 1952. Fu allora che papa Pio XII compì uno straordinario atto di coraggio: stabilì che la Chiesa poteva serenamente sfidare il confronto fra tradizione e scienza e ordinò a quella professoressa cinquantenne di scavare sotto l'altare della «confessio» della basilica di San Pietro. Si trattava, nientemeno, che di verificare se davvero in quel luogo c'era qualcosa che si poteva anche sotto il profilo archeologico ritenere ragionevolmente la tomba dell'Apostolo Pietro, sistemata in età costantiniana.

Margherita Guarducci si mise al lavoro con metodo infaticabile: prima attraverso la decifrazione di alcuni graffiti, infine - correva l'anno 1963 - grazie a un'accurata ricerca in loco, essa riuscì a identificare quelle che ancor oggi, con molta probabilità, si possono ritenere le autentiche reliquie di San Pietro. L'archeologa aveva riportato alla luce le ossa del Principe degli Apostoli; ci mise essa stessa quasi un anno a convincersene, ma nel '64 lo dichiarò senza più dubbio alcuno.

Papa Paolo VI non mancò di esprimerle con parole esplicite e commosse la sua gratitudine. Una scoperta del genere non è inferiore, per importanza, a quella dell'impianto della città di Troia o della tomba del faraone Cheope. Eppure, da essa non provennero alla Guarducci né la fama né i riconoscimenti che c'era da aspettarsi le sarebbero stati tributati. Anzi: molte furono le critiche - il che è logico in casi come questo - ancor di più le opposizioni, negli stessi ambienti vaticani.

La Guarducci uscì dal suo ispido riserbo nel 1989, con un libro di taglio divulgativo, La tomba di Pietro, che suscitò nuove polemiche e accuse tanto di scarsa scientificità quanto di poca discrezione. Aveva il genio della provocazione; si muoveva nel mondo della scienza come un elefante in un negozio di cristalli. Sono celebri le sue polemiche sul manufatto detto «cattedra di San Pietro» e sulla statua stessa dell'Apostolo, il veneratissimo simulacro bronzeo che le guide datano tutte quasi concordemente alla fine del Duecento attribuendolo ad Arnolfo di Cambio, secondo la versione ufficiale, mentre lei la giudicava opera del V secolo. Ma era su Pietro, la sua tomba e quindi il primato di Roma e l'universalità della sua Chiesa che Margherita Guarducci non transigeva. Le circostanze della sua scoperta erano tali che essa le riteneva - con una buona dose di umiltà - provvidenziali. Ma il fatto che essa non se aggiudicasse tutto il merito non venne affatto notato, in un mondo come quello degli studi nel quale l'umiltà dovrebbe far parte dell'onestà intellettuale mentre è in realtà ancor più rara di essa. Al contrario, la sua fede - che non aveva del resto mai fatto velo alle ragioni scientifiche - venne giudicata irrazionalismo.

E peggio ancora andarono le cose quando la Guarducci, fondandosi sempre sulla sua convinzione del primato romano che lo studio della tomba dell'Apostolo aveva rafforzato, espresse qualche critica nei confronti del "falso ecumenismo" diffuso in seguito ad alcune interpretazioni del Concilio Vaticano II, da lei considerate rinunziatarie: il primato, diceva lei, non si può dissimulare o barattare nemmeno in cambio dell'unità dei cristiani. Sono vendicativi, alcuni cattolici: e perfino alcuni prelati.

Non deve ingannare il fatto che parlino sempre di tolleranza e d'apertura. L'intolleranza dei tolleranti di professione è dura e ottusa come il conformismo degli anticonformisti. Forte della sua autorevolezza e dei suoi oltre novant'anni, ormai la Guarducci non si dedicava nemmeno più all'archeologia. Era passata con decisione all'esame di fonti scritte e preparava uno studio importante proprio sul tema del primato di Pietro. Il primato della sede romana, secondo lei, sarebbe stato riconosciuto già alla fine del I secolo dopo Cristo e anche dalle Chiese orientali. La certezza le veniva soprattutto dagli scritti di Clemente I e di Sant'Ireneo. Pietro era davvero la Pietra su cui si fondava la Chiesa. Le sue ossa erano qualcosa di più della prova dell'esattezza dell'ubicazione tradizionale di un sepolcro.

Margherita Guarducci se n'è andata alla vigilia di un Giubileo che rilancia la centralità di Roma in un mondo che sembra aver perduto del tutto la nozione di Centro. Ha vissuto quasi un secolo: abbastanza a lungo per rendersi conto di quale stoffa sia fatto, spesso, l'oblio dei posteri. Le sue scoperte, più che contestate, sono state messe da parte, dimenticate. Per i troppi cattolici pronti a vendere la primogenitura della loro identità in cambio del piatto di lenticchie dell'ammissione al grande self-service dell'ecumenismo, le sue scoperte archeologiche sono una memoria imbarazzante.

Sarebbe stata più comoda una tomba dell'Apostolo dimostrata rigorosamente "falsa": all'archeologo che lo avesse fatto si sarebbero tributati tutti gli onori che spettano a chi rompe gli incantesimi e spazza via le scomode, noiose, devote tradizioni. La Guarducci è un sostegno fastidioso alla gente dello stampo dei Wojtyla, a quelli per i quali il cattolicesimo continua a significare centralità e autorità del magistero romano. Per chi è quasi riuscito a cancellare il latino dalla liturgia, cancellare anche il luogo fisico della devozione al primo pontefice sarebbe stato un bel passo avanti. E invece eccola lì, la vecchia Guarducci, guastafeste e rompiscatole.

Insinuiamo una piccola pulce nell'orecchio, ai cattolici ragionevoli e ai prelati intelligenti. Ci credeva tanto, la Guarducci, alla provvidenza. Non sarà stato provvidenziale che sia vissuta tanto a lungo?


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