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Giuliano FERRARA
In Iraq la democrazia vince ma non fa notizia, purtroppo
tratto da: Il Foglio, 19.11.2007.

C'è una storia che nessuno racconta. È la storia del «surge» affidato al generale David Petraeus, cioè della decisione presa da George Bush di non mollare in Iraq, di reagire con intelligenza e con coraggio a una situazione di estremo pericolo lungo il fronte più avanzato della lotta contro il terrorismo islamista.

Questa decisione ha creato una situazione interamente nuova a Baghdad e nella famigerata provincia di Anbar, in città tristemente famose come Ramadi e Falluja. Fino a qualche mese fa le note dominanti erano l'offensiva terrorista ferocemente dispiegata e lo scontro settario tra fazioni religiose sunnite e sciite, ora prevale una nuova coalizione di forze nazionali irachene, ma anche tribali e trasversali rispetto alle obbedienze confessionali, che infligge colpi durissimi alla rete terrorista di Al Qaeda, normalizza e pacifica per quanto possibile un paese uscito devastato da trentaquattro anni di dittatura saddamita, alla ricerca di una via sensata, costituzionale e laica, a un regime di autonomia e di libertà. Sembrerebbe una notizia, una storia da raccontare.

L'informazione ideologica non ci ha risparmiato niente quando si è trattato di affogare nella disperazione e nell'angoscia le speranze del lettore medio e dello spettatore medio occidentale. Qui non è questione di strappare un assenso postumo a una guerra impopolare come tutte le guerre. Il problema è solo essere seri. La guerra è una parabola complicata, tortuosa. Non è sbagliato, anzi è giusto, riportare i suoi costi umani tragici, segnalare il suo impantanamento militare e politico, bombardare la casa dell'opinione pubblica di immagini truci che riflettono situazioni truci, esaltare il calore arcobaleno dei serpentoni pacifisti, delle madri coraggio, con tutto il repertorio dell'afflizione nelle retrovie, della crisi di comando e di idee del presidente che ha ordinato la guerra. A un patto, però. Che anche la riscossa sia raccontata, se e quando arrivi. Che anche i fatti in contraddizione con l'opinione fomentata da una certa interpretazione mediatica della guerra siano messi a conoscenza di chi legge i giornali e guarda la tv.

L'Iraq è tutt'altro che pacificato e democratizzato. La storia è lunga. La guerra di civiltà è l'orizzonte intrascendibile di questo inizio di secolo. La sua componente religiosa rende tutto più difficile. La politica autoctona di quel barlume di democrazia costituzionale messo in piedi attraverso i referendum e le elezioni sotto le bombe non segue i progressi militari e politici incalzanti nel solco di un cambio di strategia operativa. La guerra intra-irachena sui proventi del petrolio, cioè sulle risorse e la loro spartizione, continua durissima. Non c'è nessuna garanzia che il futuro possa corrispondere alle attese create da questa situazione nuova, quando inevitabilmente ci sarà il draw down, cioè un ridimensionamento degli effettivi e una nuova delega di responsabilità nella sicurezza alla polizia e all'esercito iracheni. I confini di quel paese continuano ad essere i più pericolosi e friabili del mondo, la funzione di spinta dei regimi siriano e iraniano, in una situazione di ricatto legata alla crisi prenucleare fra Teheran e l'occidente, può consentire alla rete terrorista in via di smantellamento di rigenerarsi e ricostituirsi con nuova baldanza. Ma intanto si è creata una nuova costellazione di avvenimenti che sfuggono alla nostra presa, perché improvvisamente dell'Iraq non si parla più, le immagini non arrivano più, la nostra vittoria non fa titolo quanto hanno fatto titolo e retorica abbondante le nostre sconfitte.

In America nel novembre del 2006, un anno fa, è cambiata la maggioranza del Congresso, con la affermazione elettorale dei democratici. I soloni pacifisti europei hanno interpretato quell'ondata, in connessione con i sondaggi sull'impopolarità dell'amministrazione americana, come un fatto epocale. Come la sconfitta di una linea di resistenza al terrore che giudicavano avventurista, contaminata da pregiudizi di tipo imperiale e da un mutamento autoritario della struttura del potere negli Stati Uniti. Tutto questo si è rivelato una gigantesca balla. I democratici hanno abbaiato, ma non mordono. La nuova maggioranza cerca vantaggi oratori per le presidenziali ma non ha avuto né la possibilità politica né il coraggio di cambiare di uno iota la linea di questo presidente descritto come solo, abbandonato, in ripiegamento. L'Iraq si sta trasformando rapidamente da una maledizione biblica in un'occasione di riflessione e meditazione politica responsabile. I candidati che avevano sostenuto da sempre una linea più energica di controllo del territorio e di guida politico-militare della società irachena, del disordine iracheno, risalgono come McCain in tutti i sondaggi per le primarie. È vero dunque il contrario di quel che era stato detto fino all'ossessione, fino alla geremiade, fino alla filastrocca funebre. Sia a Baghdad sia a Washington, sul fronte interno della guerra, le cose non stanno più come sono state descritte. Ma tutto questo non c'è chi abbia il coraggio civile, l'intelligenza e la decenza di raccontarlo. Peccato.


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